Sharing Cities (Città Collaborative): il nostro futuro è già qui

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Attenzione: questo post equivale a circa 8 pagine Word; ci sono più di 2.500 parole e 16.000 caratteri, spazi inclusi; inoltre, non contiene immagini. Non voglio certo scoraggiarti, anzi, ma semplicemente prepararti perché credo debba essere letto con lenta curiosità. Se sei curioso di comprendere come la Sharing Economy sta trasformando le nostre città in “piattaforme” ma adesso non hai tempo, aspetta l’ora del tè. 


SEETIES Prendo ad esempio l’ultimo viaggio che ho fatto, direzione Barcelona: sono arrivata all’aeroporto di Bologna in BlaBlaCar (5€), con Matteo alla guida che dopo un weekend a Firenze tornava nella sua città; ho alloggiato in centro, nel cuore del Born (20€/notte), in quella che ormai considero “la mia casa catalana” ovvero da Jasmin (amica conosciuta qualche anno fa tramite AirBnb, dove è possibile prenotare una camera del suo appartamento). Se avessi avuto più tempo e meno lavoro, avrei cenato a casa di Eva & Olga per assaggiare la loro “Empedrat” (prenotando su EatWith, 30€) e mi sarebbe piaciuto anche vedere il tramonto dalla barca a vela di Jordi (prenotando su Trip4Real, 50€), Vermut incluso. Due cose che probabilmente farò la prossima volta, utilizzando (come per le altre) le rispettive App che ho scaricato sul mio smartphone. Dicono che entro il 2020 il 90% della popolazione mondiale con più di 6 anni d’età avrà almeno un telefono intelligente, ma non è l’unica ragione per comprendere tutta questa “condivisione” a portata di clic che tocca sempre di più ogni aspetto della nostra vita quotidiana.

Oltre al fatto di farmi sentire ovunque come a casa e “cittadina del mondo”, le quattro piattaforme sopra citate hanno tre principi in comune: 1) l’accesso a risorse condivise (nel mio caso: auto, case, cibo, esperienze), altrimenti non utilizzate o sottoutilizzate; 2) il decentramento delle risorse distribuite con sistemi P2P, ossia peer-to-peer (io direi semplicemente da persona a persona); 3) la fiducia e la creazione di relazioni (non tutti i contatti si trasformano poi in amicizia, come è successo tra me e Jasmin, ma esiste sempre la possibilità). Questi tre elementi, secondo April Rinne (esperta internazionale di Sharing Economy, consulente per l’innovazione sociale di alcune tra le più importanti città ed imprese al mondo, oltre che Young Global Leader del World Economic Forum), sono le caratteristiche fondamentali della Sharing Economy, tradotto in Italiano: Economia della Condivisione o Economia Collaborativa.

SHARING ECONOMY

La stessa April Rinne sostiene che il modello di questa nuova economia sia ancora in corso di definizione ma alla sua base ci sono sicuramente tre cose: condivisione, decentramento, fiducia. Secondo lei, la piattaforma di car sharing BlaBlaCar (che unisce autisti con posti liberi e passeggeri) è l’esempio ideale. Mentre Uber (l’applicazione che consente di prenotare un’auto con conducente) – a differenza di come pensano altri, sbagliando, come fa Wired in questo articolo titolato “Il 2015 sarà l’anno della Sharing Economy” – non rientra affatto in questo tipo di mercato, in particolare per la mancanza del terzo elemento caratterizzante: fiducia e quindi relazioni. Ciò non toglie che sia comunque una valida innovazione. [Piccola parentesi. Ai tassisti e allo Stato, una domanda: quando è arrivata la tecnologia GPS, volevamo vietarla perché danneggiava i produttori di mappe? Nota: “GPS” sta per qualsiasi altra innovazione e “produttori di mappe” sta per qualsiasi altra categoria di lavoratori. Invece di combattere contro l’innovazione, lo Stato dovrebbe cercare di comprendere e collaborare per affrontarla ed applicarla nel migliore dei modi al suo contesto, dal punto di vista sociale a quello normativo.]

OuiShare Italia, community internazionale dedicata a questo tema, definisce la Sharing Economy così: “L’economia collaborativa è un insieme di pratiche e modelli di business basati su reti orizzontali e la partecipazione di una comunità, che sta trasformando il nostro modo di vivere, lavorare e creare. È un’economia che si fonda sul potere distribuito e la fiducia all’interno delle comunità anziché su istituzioni centralizzate, nella quale la linea che separa produttori e consumatori tende a svanire. Le comunità si incontrano e interagiscono tramite network online e piattaforme peer-to-peer ma anche in spazi fisici condivisi, come fablab e coworking.”

Quali sono i benefici di questa Economia Collaborativa? April Rinne ne elenca almeno cinque: 1) risparmio economico e meno spreco; 2) sostenibilità ambientale; 3) nascita/sviluppo di comunità e quindi crescita del capitale sociale; 4) comodità; 5) più scelta e scelte personalizzate. Attenzione a quest’ultimo punto. Ripeto: più scelta e scelte personalizzate. Se continuerete la lettura capirete facilmente perché. Chi dice “la Sharing Economy è il nuovo comunismo, il comunismo digitale che crea un mondo tutto uguale…” sbaglia, non ha capito niente. E sbaglia anche chi la definisce “il nuovo capitalismo senza la proprietà”. E se non si riesce a capire perché, si è solo ignoranti. Nel senso che si ignora la semplice realtà, a causa di qualche preconcetto ideologico. Ah, sappiate anche che ora è in voga dire “la Sharing Economy è già morta, fallita”. Per me invece sono morti i taxi, gli hotel, le agenzie di viaggio e le guide turistiche. Quale delle due provocazioni è più realistica? Non so voi ma io l’ultima volta che ho prenotato una camera in hotel è stato nel 2012. E mia sorella che è nove anni più giovane, probabilmente, non lo farà mai.

La Sharing Economy sta cambiando la mentalità, il nostro modo di pensare e vivere: dal concetto di “proprietà” e desiderio di possedere stiamo passando al concetto di “accesso” e desiderio di avere più scelte (invece di cose).

ESEMPI di SHARING ECONOMY

In termini economici, la nostra vita è caratterizzata dallo spreco. Anche se il nostro senso comune dice “sprecare è stupido” lo facciamo continuamente, perché l’uomo è un animale abitudinario e sprecare è diventata un’abitudine. La buona notizia è che in “un mondo in cui è già stato inventato tutto” ci sono moltissime risorse da re-inventare, nuovi mercati ancora invisibili e opportunità per evolvere il nostro stile di vita.

In media, le nostre auto passano il 90% del loro tempo parcheggiate. Non vi sembra assurdo? E perché comprare un trapano a 100€, se poi verrà utilizzato al massimo 14 minuti e giacerà per il resto del suo/nostro tempo nella cassetta degli attrezzi? La risoluzione a questo enorme spreco di risorse si chiama Sharing Economy. Ormai conosciamo tutti (almeno di nome) il car sharing ma esistono tantissime altre realtà (e chissà quante devono ancora nascere) che creano valore proprio dallo spreco, migliorando diversi aspetti della nostra vita. In alcune città, ad esempio, si può trovare una “tool library” e avere quindi libero accesso ad attrezzi e workshop con una quota annuale di 50€. In Olanda si sono inventati Peerby, una piattaforma a misura di quartiere dove trovare soluzioni vicine ai piccoli bisogni: non hai un martello per attaccare i quadri? puoi prenderlo in prestito dal tuo vicino di casa. L’85% delle richieste viene soddisfatto in meno di 30 minuti. In Italia, un social network molto simile, ancora in versione beta, si chiama appunto Vicinidicasa: la babysitter che cerchi o la bicicletta di cui hai bisogno possono essere dietro la porta accanto!

No, non si tratta solo di auto o attrezzi. Vogliamo parlare di moda? Sulla piattaforma Rent The Runway, al costo di 30€ possiamo noleggiare per una settimana un abito di Missoni dal valore di 900€ in negozio. Anche se avessi 900€ da spendere, mi chiedo: meglio acquistare un abito che indosserò una sera e che poi finirà per sempre nell’armadio, oppure affittare 30 vestiti diversi firmati da stilisti di alta moda? Per varie ragioni, preferisco acquistare abiti da designer indipendenti ma questa piattaforma è oggettivamente una fantastica idea per chi ama vestire grandi firme.

Se invece pensiamo al mondo del lavoro, la prima cosa che viene in mente e di cui ormai straparlano anche i comuni più piccoli, è il coworking. A sentir dire, ora sono tutti uffici coworking ma lasciamo stare inutili critiche e guardiamo che meraviglia è Impact Hub, network globale di bellissimi spazi di lavoro condivisi ma soprattutto di esperienze, idee e progetti ad impatto sociale: una rete digitale e “analogica” in continua espansione, nata con il primo HUB a Londra nel 2005 e che oggi è presente in oltre 100 città nel mondo. A proposito: se state cercando un ufficio (e non esiste un HUB vicino casa vostra), potete esplorare la piattaforma LiquidSpace. Altra meraviglia in crescita, la rete di FabLab (dall’inglese fabrication – ma anche fabulouslaboratory): sono le “fabbriche del futuro”, dice l’enciclopedia Treccani, laboratori di creatività, botteghe aperte che producono oggetti grazie alle nuove tecnologie digitali come le stampanti 3D. Sono quello che The Economist nel 2012 ha definito “La Terza Rivoluzione Industriale”, realizzata dai cosiddetti makers (gli artigiani digitali): un nuovo modo di produrre attraverso la cultura open source e quindi la condivisione di competenze. Il primo FabLab è stato aperto al MediaLab del MIT (Massachussetts Insitute of Techology) di Boston nel 2003 ed oggi l’International FabLab Association conta 252 laboratori. In Italia, il primo FabLab è nato a Torino nel 2011, un po’ tardi ma oggi, nel 2015, si parla di boom: siamo persino tra i primi 3 paesi al mondo per numero di FabLab.

Ma prendiamoci una pausa dal lavoro e facciamo un po’ di sport: perché rinchiudersi ore in palestra a sollevare pesi (pagando) quando possiamo sollevare (gratuitamente) dei mattoni per costruire un centro culturale nel proprio quartiere? In Inghilterra, un gruppo di atleti ha deciso di dare uno scopo sociale ai propri esercizi fisici, di mantenersi in forma facendo del bene per la comunità. La piattaforma che unisce gli sportivi ai progetti si chiama GoodGym.

E se invece si vuole fare un viaggio, grazie alla Sharing Economy, si aprono infinite possibilità. Dal 2007, AirBnb mette in contatto i proprietari di casa con chi cerca un letto per una o più notti e si trova davvero di tutto: da divani letto in salotto a camere private oppure da appartamenti a ville intere, di lusso, e persino case sugli alberi o barche… Oggi, grazie a questa piattaforma nata a San Francisco, vengono ospitate 1 milione di persone al mese in tutto il mondo. AirBnb ci fa sentire ovunque come a casa e inoltre favorisce lo sviluppo economico locale creando un turismo diffuso, in tutti i quartieri delle città e in tutte le città, non solo quelle più grandi o turistiche. Sempre più piattaforme promuovono un modo di viaggiare personalizzato e a stretto contatto con la cultura locale. Ad esempio, con Trip4Real è possibile partecipare ad attività, tour o gite, guidate da “locali”: persone del posto che condividono saperi e passioni guadagnando. Simili a questa piattaforma di successo (nata a Barcelona) ce se sono diverse, anche italiane. Un consiglio: guai a chiamare “turisti” i viaggiatori della Sharing Economy, è un’offesa, una parolaccia. Oggi si può essere tutti “like locals”, ovunque.

Altri esempi? Il “bike sharing” lo conosciamo da anni ed è in continua crescita (ad oggi, più di 500 città in oltre 60 paesi lo utilizzano). Più recente è il “social eating” che mette a tavola chi ama mangiare con chi ama cucinare (chef amatoriali o professionisti) e condividere la propria sala da pranzo. E poi ci sono le “banche del tempo” (vedi TimeRepublik), dove possiamo accedere a servizi di vario tipo e pagarli con il proprio tempo e competenze. E a voi cos’altro viene in mente?

SHARING CITIES

Viviamo nel “Millennio Urbano”. Già oltre la metà della popolazione mondiale vive in città e si stima che ogni 5 giorni 1 milione di persone si trasferisca nei centri urbani. Il futuro, come il presente, è urbanizzazione. La necessità di “possedere” che ha caratterizzato la società (almeno quella occidentale) dei nostri genitori, ha riempito le città di cose inutilizzate o sottoutilizzate. Come dar loro un senso? Come creare valore da queste risorse “invisibili”? La Sharing Economy (Economia Collaborativa) fa proprio questo: attraverso piattaforme tecnologiche, connette molte persone (una community) permettendo loro di condividere una gamma di beni molto vasta. Le Sharing Cities (Città Collaborative) sono le città i cui governi locali e/o nazionali applicano la Sharing Economy. Le città hanno immobili, edifici, trasporti, infrastrutture e altri beni pubblici che possono essere messi in condivisione. Un governo intelligente di una “smart city” può/deve investire in questa direzione per il benessere comune e migliorare la vita dei cittadini. Non serve più costruire e produrre, è necessario re-immaginare le città come piattaforme e c’è chi già lo sta facendo con successo.

ESEMPI di SHARING CITIES

Cosa fanno (e possono fare) le città per capire e guadagnare dalla Sharing Economy? April Rinne si definisce “Sharing Economy Guide and Globetrotter”. Solo nel 2015 ha visitato 17 Paesi. Quindi è sicuramente valida e interessante la lista di esempi che propone per aiutarci a comprendere cosa/come sono le “Città Collaborative”.

  • Prima fra tutte, spicca Seul (capitale della Corea del Sud): qui è direttamente il governo che ha deciso di investire fondi pubblici in diversi progetti basati sulla Sharing Economy, tra cui una piattaforma che mette a disposizione di tutti i cittadini gli edifici pubblici non utilizzati o sottoutilizzati. Risultato? Adesso questi spazi sono utilizzati almeno 23 mila volta in più.
  • Altra città che merita attenzione è Amsterdam, che all’inizio del 2015 si è dichiarata “Sharing City” con l’obiettivo di divenire una capitale europea della condivisione e questo motto: “spreco 0 entro 2020”. ShareNL è l’associazione di categoria nazionale per la Sharing Economy.
  • Altro caso esemplare europeo è il Regno Unito: nel 2014 il Department of Business, Innovation and Skills del governo britannico aveva commissionato una ricerca indipendente sulla Sharing Economy per dare un indirizzo all’azione politica; questa ha portato all’inclusione della Sharing Economy nel bilancio nazionale del 2015 e prodotto investimenti per 1.1 milione di dollari in due progetti pilota di Sharing Cities; inoltre, il governo sta promuovendo la Sharing Economy negli appalti pubblici; SEUK è l’associazione di categoria nazionale.
  • In America, invece, i sindaci di 15 grandi città hanno firmato una risoluzione per la “Shareable Cities” nel 2013. E tra le città USA, spiccano: Washington D.C., Oakland in California, Los Angeles e Portland in Oregon. Quest’ultima, in particolare, ha introdotto un riforma fiscale per promuovere il car-sharing ed è stata la prima città in assoluto a creare una partnership con AirBnb.
  • Per ulteriori esempi, potete consultare questa mappa: Sharing Cities Network.

E IN ITALIA? 

Un commento di April Rinne sul contesto italiano? Il nostro sistema legislativo blocca come forse nessun altro l’innovazione e il valore che l’Economia Collaborativa potrebbe creare nel Bel Paese. Si stupisce anche di come sia poco sviluppato il “social eating” proprio nella terra della buona cucina (EatWith è forse la piattaforma più conosciuta al mondo ma esiste anche l’italiana Gnammo). Forse perché “cenare in famiglia” è un’istituzione qui, una tradizione ancora molto importante in Italia, a differenza di altri Paesi. Comunque, un grande potenziale. In compenso, siamo al terzo posto, dopo USA e Francia, per l’utilizzo di AirBnb. Le nostre città più collaborative? Al momento, Milano e Bologna.

Alcuni progetti made in Italy da conoscere (secondo me):

  • Italian Stories: la prima piattaforma che connette i viaggiatori con gli artigiani italiani attraverso autentiche esperienze.
  • What a Space!: la prima community web per aziende, creativi e giovani imprenditori che cercano i migliori spazi della città. (Figlia di Impossible Living: la prima community nata per mappare e dare nuova vita agli edifici abbandonati).

SHARING ECONOMY & THE CITY (per approfondire):

E voi cosa ne pensate? Quali piattaforme utilizzate per viaggiare o nella vostra città? Conoscete altri progetti interessanti – basati sull’Economia Collaborativa – che volete segnalare e raccontare? Potete commentare il post qui sotto oppure scriverci una mail a: hello@cct-seecity.com. Siamo pronti a condividere 😉

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Elena Mazzoni Wagner