Vivere per qualcosa, come Luis

Barbara Dessi
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Sembra che il Covid-19 stia facendo scoprire l’acqua calda ai VIPS & Co. della terra che, evidentemente, fino a ieri l’altro ignoravano di come il resto del mondo (sopra)vivesse e in che stato fosse questo pianeta.

Sì, ignoravano di come le loro organizzazioni lavorassero secondo logiche di un mercato distruttivo per la salute e per l’ambiente, ignoravano cose folli come gli stipendi da calciatore o i milioni spesi per pura fuffa glitterata, ignoravano quali priorità dovesse avere la società e su quali risorse sarebbe necessario e giusto investire per il bene comune, il benessere della comunità, il diritto umano alla felicità. Devono pur trovare un modo per continuare a pubblicizzarsi e adesso possono solo dire che vogliono cambiare e iniziare a stare dalla parte degli altri. Manterranno le promesse fatte nel dopocovid o torneranno poi a fregarsene del resto del mondo che ospita anche loro?

Per adesso scimmiottano solo idee importanti quanto antiche, credendosi persino innovativi e ribelli; tentano di avvicinarsi a pensieri, sentimenti, valori e ideali che invece molte altre persone promuovono e vivono da tempo, da prima di questa pandemia, da sempre. Raccontassero almeno dei tanti buoni esempi che esistono e resistono, dessero un po’ della loro visibilità a chi oggi – come ieri – sostiene da sempre parole e azioni inclusive, aperte, lungimiranti. Ma invece parlano soltanto di sé, e allora chi se ne frega delle loro lettere pubblicate dai giornali (magari scritte dai loro copywriters) o dei loro status aggiornati su facebook (magari scritti dai loro social media strategists). Lo sappiamo comunque già tutti, perché vogliamo tutti – da sempre – la stessa cosa: vivere una vita felice. Non tutti però capiamo che non è possibile essere felici in una società infelice. L’uomo è un animale politico, è antropologicamente condannato ad aver bisogno della politica, della società, degli altri; e ogni sua singola azione ha una conseguenza sociale, anche se decide di vivere isolato sulla vetta del Monte Gallo, come l’eremita Isravele di Palermo. E in un villaggio globale come il mondo contemporaneo, sempre più iperconnesso, le nostre azioni hanno conseguenze globali.

Le buone intenzioni raccontiamocele in futuro, se saremo stati in grado di tradurle in fatti. Adesso parliamo di esempi, di storie vere, uomini e donne, parole e progetti, passioni e comunità che da tempo provano a realizzare un cambiamento culturale all’interno del sistema, dal basso, esempi che possono ispirarci e che noi possiamo seguire e sostenere non solo su Instagram ma anche e soprattutto nella realtà del quotidiano. Le lettere con le promesse, teniamocele per gli amanti. 


Luis Sepúlveda by Barbara Dessi

Oggi il Covid-19 si è portato via anche lo scrittore e attivista cileno Luis Sepúlveda che ha sempre sostenuto una teoria (e pratica) sulla felicità umana (quindi politica) che vale la pena rileggere. Condivido di seguito un suo discorso tratto dal libretto Vivere per qualcosa (Ugo Guanda Editore, 2016) in cui Luis conversa con l’amico Pepe – José Pepe Mujica – sulla questione che tutti e sempre dovremmo avere più a cuore, prima-durante-post qualsiasi covid: 

Per me è un onore grandissimo avere l’opportunità di discutere questi temi insieme al mio caro e ammirato Pepe Mujica. Parlare oggi della felicità, del futuro, non è facile perché per arrivare alla definizione della felicità bisogna prima individuare quali sono gli ostacoli che impediscono di realizzarla.

La prima volta che ho cominciato a pensare a quest’idea della felicità, della possibilità di essere felice, non solamente come individuo ma come parte di una collettività, di una società felice, è stato nel mio paese, il Cile, nel 1971. Quell’anno ho avuto il grandissimo onore di far parte della scorta del compagno presidente Salvador Allende, della sua guardia personale. E mi ricordo che era un giorno del mese di marzo del ’71 quello in cui si presentò al palazzo presidenziale un giornalista, un filosofo che era stato insieme al Che nella guerriglia in Bolivia e che proprio Allende aveva salvato dal carcere, un politologo francese di nome Régis Debray. Era venuto per realizzare una lunga intervista con il presidente Allende per Le Nouvel Observateur. E Allende decise che alcuni compagni della sua guardia personale potessero essere presenti, non perché si sentiva in pericolo, no, il suo era un modo per dirci «state attenti, ragazzi, questo dialogo passerà alla storia, state attenti a tutto quello che viene detto». E quel colloquio andò male perché Debray era un uomo di notevole arroganza intellettuale, convinto delle sue idee di teorico del marxismo. Anche Allende era un intellettuale, alla sua maniera, ma di grande umiltà, e non ostentava mai la sua intelligenza. Nel corso dell’intervista Debray avanzò una serie di critiche al modello cileno. Le sue critiche si basavano sul fatto che il processo rivoluzionario del Cile non rientrava nello schema classico di come si fa una rivoluzione, non seguiva un presunto ordine A, B, C di come si realizza un processo di cambiamento sociale. Per esempio, rispettava la pluralità politica, rispettava rigorosamente la libertà di espressione, la libertà di stampa. I giornali erano pieni di insulti al governo e Debray non si spiegava come un governo di sinistra potesse permettere una cosa del genere. Allende lasciò che Debray esponesse tutte le sue critiche e rispose a tutte le sue domande e alla fine gli disse: «Adesso ti voglio fare io una domanda, carissimo Régis, una domanda a cui ne seguiranno altre tre». La prima domanda era: «Tu sai qual è l’aspettativa di vita di un tedesco, di un francese, e qual è l’aspettativa di vita di uno scandinavo, di uno svedese, di un danese? E sai qual è invece l’aspettativa di vita di un Cileno?» Debray non lo sapeva. E Allende gli disse: «Guarda, in quest’epoca, nel 1971, i francesi e i tedeschi hanno una speranza di vita di sessantotto anni; gli scandinavi — svedesi, norvegesi, danesi — hanno una speranza di vita che arriva quasi ai settant’anni. Noi cileni abbiamo una speranza di vita di cinquantadue anni. Noi stiamo facendo questa rivoluzione per poter vivere sessantotto, settant’anni, come i francesi, come i tedeschi, come gli scandinavi. L’obiettivo di questo processo rivoluzionario è vivere a lungo, ma anche vivere in una condizione che è lo stato naturale dell’uomo, e che si chiama felicità».

Certamente Debray non capì. Ma io sì, e quell’intervista la ricordo ancora e ricordo che pensai: quanto è vero. Quella sera, quando ormai l’incontro era terminato e Régis Debray era andato via, Allende parlò con noi, non ricordo bene se nella cucina di calle Tomàs Moro, che era la residenza ufficiale del presidente della repubblica, o nella piccola stanza riservata alla scorta. Allende veniva sempre lì dove si riunivano i compagni della scorta personale per scambiare qualche parola, su come era andata la giornata, sugli ultimi avvenimenti, per condividere una tazza di tè, un bicchiere di vino… In quell’occasione chiese ai compagni della scorta, e io ero presente: «Che ne pensate ragazzi? Come è andata questa intervista?» Inostro commento fu: «Be’, compagno» — anzi, in realtà non osavamo chiamarlo «compagno», in segno di rispetto preferivamo chiamarlo «dottore» — «Be’, dottore, le sue risposte some state tutte giuste, delle buone risposte, forse lui non ha capito, ma non importa: il suo è stato un ottimo discorso». E Allende disse: «Forse è stato un errore parlare di felicità, di questo diritto alla felicità, nominare la felicità come lo stato naturale dell’uomo, della specie umana».

E cominciò a raccontare la sua idea della felicità. Raccontò per esempio una parte della nostra storia che credo fosse sconosciuta per una buona metà di noi, dei compagni lì presenti che facevano parte della sua scorta personale. Raccontò che nel 1932 il Cile era stato protagonista di una piccola rivoluzione di cui non si legge sui libri di storia, come se fosse stata cancellata: una piccola rivoluzione durata solo dodici giorni che prese il nome di República socialista de Chile, organizzata da un signore che era un ufficiale dell’Aeronautica, progressista, socialista per la precisione, che si chiamava Marmaduke Grove e che in quei dodici giorni promulgò una serie di leggi e formulò una teoria secondo la quale l’unico vero obiettivo del Cile, questo paese collocato alla fine del mondo, è diventare un paese felice. E in quella rivoluzione di dodici giorni fu fatto uno sforzo pedagogico per individuare quali sono gli elementi che si frappongono tra noi e la felicità. Naturalmente dopo dodici giorni arrivarono le forze della destra, della reazione, che abbatterono quel governo rivoluzionario; la Repubblica socialista del Cile finì. Oggi in qualche negozio di antiquariato è ancora possibile trovare le monete coniate allora, che riportavano la scritta «República socialista de Chile».

E Allende volle affrontare anche un altro argomento, disse che era necessario non solamente teorizzare il modello produttivo, ma soprattutto impegnarsi nello sforzo di identificare tutti i fattori che si frappongono tra noi e la felicità. E fece anche un altro esempio. A quell’epoca in Cile la sinistra si era unita intorno alla figura di Allende, in un conglomerate di partiti politici che formavano la cosiddetta «Unidad Popular». Allende si mise a raccontare che nel 1934 in una parte della Spagna che curiosamente è quella in cui io adesso abito, cioè nelle Asturie, per la prima volta nella storia contemporanea diverse forme del pensiero di sinistra riuscirono a raggiungere un accordo per lavorare insieme: c’erano i comunisti, i socialisti, gli anarchici. E fecero la rivoluzione operaia del 1934, con protagonisti i minatori del carbone, i pescatori, gente che lavorava nei cantieri navali, contadini, insegnanti. E l’articolo 1 del documento su cui si basava l’esistenza di questa República socialista asturiana diceva testualmente: «Il fine naturale dell’uomo è la felicità». E contemporaneamente si mise in moto anche un processo per identificare e definire tutti gli ostacoli, tutti gli elementi antagonisti, per così dire, che si frapponevano tra l’idea della felicita e i protagonisti, cioè gli abitanti, la gente di quella piccola regione della penisola iberica. E nell’impegno per l’identificazione di questi elementi antagonisti dell’idea di felicità arrivarono a conclusioni davvero rilevanti, tanto che il governo della Spagna — c’era un governo repubblicano — decise che quell’idea basata sulla felicità era pericolosissima. E colui che per quarant’anni sarebbe stato dittatore, Francisco Franco, fece in quell’occasione la sua prima esperienza come macellaio del proprio popolo, perché fu uno dei generali incaricati di reprimere nel sangue e di porre fine alla rivoluzione socialista asturiana del 1934. Ma da quel momento è rimasto impresso nella gente, nella collettività sociale, in forma quasi inconsapevole, clandestina, il principio che la felicità è un diritto, e che è un diritto promuoverla, e che é fondamentale individuare quali sono gli elementi che si frappongono tra noi e la sua realizzazione.

Quella chiacchierata con Allende prosegui, fino ad arrivare a parlare dei fatti del 1962: quando la Spagna franchista veniva accolta nella Comunità europea, antenata dell’attuale Unione europea, Francisco Franco confidava al cugino e segretario militare Francisco Franco Salgado-Araujo che le miniere di carbone spagnole avevano i giorni contati perché l’Europa voleva favorire lo sfruttamento del bacino della Ruhr, in Germania, e dei giacimenti della Polonia, che malgrado la guerra fredda assicuravano una fornitura a costi inferiori. I minatori del carbone delle Asturie proclamarono uno sciopero. Si trattò del più grande sciopero dopo la sconfitta della Repubblica e l’instaurazione del regime franchista nazional-cattolico. Chiedevano migliori condizioni lavorative, sicurezza sul lavoro, soldi, un salario giusto, diritti, e naturalmente furono contrastati dalla polizia del regime di Franco. La vita era estremamente dura ed era impossibile rompere l’assedio delle forze dell’ordine: l’idea di Franco era sconfiggerli riducendoli alla fame. E un giorno a quella gente che stava portando avanti uno sciopero in condizioni terribili giunse la notizia che dall’altra parte del mondo, dall’altra parte del mare, nel Sud del Cile, in un paese che si chiama Lota, i minatori del carbone stavano facendo uno sciopero in condizioni ancora più terribili. Anche loro assediati dalla polizia, dall’esercito. La risposta dei minatori delle Asturie fu di condividere quel poco che avevano per la sopravvivenza e mandare ai compagni minatori del carbone dell’altra parte del mondo, in Cile, una nave carica di cibo, medicinali, tutto quello che era fondamentale per sostenere lo sciopero. Quello sciopero che si basava sullo stesso desiderio per cui lottavano loro: una vita migliore per diventare minimamente felici.

Non dimenticherò mai quella conversazione con il presidente Allende perché io credo che la felicità sia il fine naturale e ultimo della specie umana. Non so se vivrò abbastanza per poter verificare che l’umanità è riuscita ad arrivare alla pratica quotidiana, normale di questo diritto alla felicità, ma so e sono convinto che lo sforzo di tanti, come lo sforzo di Pepe Mujica, anche il mio piccolo sforzo per spiegare, per definire, per individuare tutto quel che si frappone tra noi e il diritto supremo alla felicità, sia oggi il lavoro politico più importante che si può fare.

E penso che forse, per aiutarci a identificare ciò che si frappone tra noi e la felicità, sia utile pensare all’idea delle «quattro libertà» proclamate dal presidente Franklin Delano Roosevelt come obiettivi irrinunciabili dell’umanità: la libertà di espressione; la libertà di pensiero; la libertà dalla miseria; la libertà dalla paura. Credo che la felicità sia legata indissolubilmente alla libertà.


Sulla felicità umana. La teoria di Pepe

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