I migliori romanzi per curare la Wanderlust

Elena Mazzoni Wagner

Desiderio di partire, viaggiare, girovagare, esplorare e scoprire il mondo? Altrove sinonimo di felicità? Si chiama Wanderlust e, secondo la scienza, due persone su dieci ce l’hanno nel DNA.

Il termine nasce però dalla letteratura del Romanticismo tedesco, quindi in Germania nel primo ‘800, e precisamente dalla fusione di due poetiche parole: Wandern (vagare, errare) e Lust (desiderio); più tardi è entrato nel vocabolario inglese, conservando il concetto ma cambiando la pronuncia da /ˈvandɐlʊst/ a /ˈwɒndəlʌst/. Ed oggi è una parola che conosciamo bene anche in Italia (soprattutto con la pronuncia inglese).

Secondo una ricerca pubblicata qualche anno fa sulla rivista scientifica Evolution and Human Behaviour, il 20% della popolazione mondiale possiede il gene della Wanderlust ovvero il gene DND4-7R che rende le persone estremamente curiose e appassionate di viaggi, attratte da tutto ciò che per loro è ancora lontano, esotico e ignoto… 

Ma che tu sia o no geneticamente un Wanderluster, di certo avrai provato anche tu, spesso oppure ogni tanto, quella voglia matta di partire, viaggiare, esplorare un nuovo pezzettino di mondo, una città o un paese che ancora non conosci o conosci ancora troppo poco. Nella vita però non è sempre facile lasciare casa e tutto il resto così, magari all’improvviso, per esaudire quel forte desiderio. E non poter partire, potrebbe renderci persone molto irrequiete e sofferenti…

Beh, se vi capita di soffrire della Sindrome di Wanderlust, sappiate allora che esiste un modo per guarire! Qui di seguito vi proponiamo la cura suggerita dalle biblioterapiste (*) Ella Berthoud e Susan Elderkin, tratta dal loro libro Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno. Nessuna controindicazione, tanto vale provare. Buona lettura e Bon voyage!


WANDERLUST

Il quartetto di Alessandria, Lawrence Durrell

Insomma ardete dal desiderio di andare in Africa*. Tanto per parlare, diciamo che volete andare, specificamente, in Egitto*. In Egitto, la città che vi affascina, che vi chiama, è Alessandria*, fondata da Alessandro Magno*.

Cari lettori, considerate la spesa. Prima di tutto ci sono le mille cose che si devono comprare in anticipo: il bagaglio, la fotocamera digitale, i pantaloni in tessuto tecnico, ecc. E già una discreta cifra. Poi c’è il costo (anche per l’ambiente, non dimentichiamolo) del biglietto aereo. Prima e dopo ci saranno da prendere treni, taxi, tram, cammelli*, feluche*. Poi c’è il conto dell’albergo — e se siete come noi, vi convincerete che dovreste prenotare la stanza più bella che riuscite a trovare, per godervi la vacanza al massimo, serviti e riveriti, ora che avete fatto tutta questa strada. E non abbiamo ancora provveduto ad aggiungere il costo del cibo — tre pasti al giorno, in ristoranti e caffè — e il repellente per le zanzare e le medicine. E lo shopping? Quasi certamente comprerete uno scialle o un tappeto o una ciotola, come souvenir. E le escursioni — alle Piramidi*, sul Mar Rosso*, nel deserto*. Di nuovo, ora che avete fatto tutta questa strada…

Considerate, inoltre, il disagio. Ad Alessandria* in piena estate si muore di caldo. La notte, invece, è um freddo cane*. Per non parlare del vento*. Infine, pensate alla tensione che porterà nel rapporto con i vostri compagni di viaggio. Accaldati, stanchi, magari con problemi gastrici, sarete piuttosto irritabili — e loro altrettanto. Solo gli ingenui si aspetterebbero di tornare a casa da un simile viaggio con il proprio matrimonio/rapporto di amicizia ancora intatto.

Adesso valutiamo l’alternativa. State a casa e leggete qualcosa su Alessandria nei primi tre volumi de Il quartetto di Alessandria: Justine, Balthazar e Mountolive (saltate, per il momento, il quarto, ambientato a Corfù). Insieme al narratore, Darley, le vostre guide alla città saranno i suoi abitanti: Justine, vanitosa e simile a una dea, magnifica con la sua pelle scura e i vestiti bianchi, in tutto e per tutto donna di società; suo marito, il fedele ma privo di senso dell’umorismo principe Nessim; la fragile, sempre malata Melissa; Clea, artista solitaria e serena; Balthazar con la sua «voce profonda e gracchiante, di grande bellezza», gli occhi giallastri e le mani mostruose. Darley, un maestro itinerante, si innamorerà di tutti loro.

Mentre visiterete in loro compagnia ogni angolo di questa polverosa città, vagando senza meta dai caffè alle spiagge sabbiose nella luce calante del pomeriggio, vi innamorerete anche voi. Il modo migliore per conoscere Alessandria è conoscere la sua gente — Durrell era convinto che veniamo influenzati dal luogo in cui abitiamo, ma siamo anche noi a influenzare quel luogo — e il temperamento di Justine fa parte del microclima della città. Godetevi questi personaggi così complessi, e la città che non potrebbe esistere senza di loro. Quando ne verrete fuori, la comprenderete mille volte meglio che se aveste prenotato un tour di due settimane, speso i vostri soldi in chincaglierie per turisti e foste tornati a casa con varie scottature e, magari, una malattia venerea.

* N.B. Sostituite, a seconda dei casi, un altro paese/città/fondatore/mezzo di trasporto/attrazione turistica/clima e fate riferimento al relativo romanzo tratto dall’elenco che segue. Vi preghiamo di notare che abbiamo scelto tutti romanzi molto lunghi (cioè che sono in grado di tenervi bloccati per due o tre settimane ciascuno) oltre che perfettamente capaci di portare lontano il lettore senza che esca di casa.

I DIECI MIGLIORI ROMANZI PER CURARE LA WANDERLUST

Salvate il pianeta, e il portafogli, viaggiando seduti sulla vostra poltrona.

  1. Il palazzo degli specchi, Amitav Ghosh
  2. Per chi suona la campana, Ernest Hemingway
  3. Ebano, Ryszard Kapuściński
  4. Il paese delle nevi, Yasunari Kawabata
  5. Canguro, D. H. Lawrence
  6. Il Milione, Marco Polo
  7. Buongiorno, mezzanotte, Jean Rhys
  8. Le voci del mondo, Robert Schneider
  9. Un indovino mi disse, Tiziano Terzani
  10. Mosquito Coast, Paul Theroux

Vedi anche: Partire, smania di


SMANIA DI PARTIRE

Odiseea, Omero

La voglia di essere sempre in movimento è sia una virtù che un difetto. Se possiamo prendere maggiore coscienza di noi stessi e diventare più maturi grazie ai continui cambiamenti e alle nuove esperienze, rischiamo tuttavia di danneggiare il nostro fragile ecosistema (v. Wanderlust) e, come si dice, pietra che rotola non fa muschio. Come possiamo costruire qualcosa se continuiamo a spostarci? Bisogna stare fermi per mettere radici (v. Impegno, paura dell’), coltivare rapporti e ottenere dei frutti. Per calmare la vostra smania di partire, dunque, vi consigliamo un capitolo al giorno dell’Odissea, da assumere dopo la doccia e prima della colazione. Vi farà bene alla circolazione, e non avrete più voglia di viaggiare.

Ulisse era malato cronico di questa smania. Re di Itaca, aveva lasciato la sua casa sull’isola dieci anni prima dell’inizio del libro per combattere nella guerra contro Troia. Ora si prepara a tornare da Penelope, sua moglie, e al suo regno, piccolo ma importante. Gli ci vorranno altri dieci anni prima di rimettere piede su Itaca e, francamente, non è sempre colpa degli dei. Molte delle sue deviazioni sono volontarie.

È vero, per alcuni di questi anni è tenuto prigioniero dalla ninfa marina Calypso. Anche il ciclope Polifemo lo costringe per qualche tempo in una grotta, insieme ai suoi uomini e a un gregge di pecore, prima che Ulisse, astutamente, riesca ad accecare il suo carceriere. È pur sempre Poseidone che, furioso, provoca la tempesta che spinge lui e il suo equipaggio sull’isola di Circe, dove vengono tutti trasformati temporaneamente in maiali. Ulisse, però, era stato sciocco a gridare il proprio nome a Polifemo, suscitando così le ire del dio. Se fosse stato zitto magari avrebbe potuto risparmiare a se stesso, a sua moglie e ai suoi cittadini diversi anni piuttosto turbolenti.

Alla fine, dopo vent’anni, torna appena in tempo per salvare la moglie da un matrimonio forzato. Non fate lo stesso errore; non lasciate che la vostra vita si svolga in vostra assenza. Quando avrete finito di leggere questo antico romanzo, complicato nelle sue avventure e tuttavia di impianto introspettivo, avrete viaggiato abbastanza, anche se per procura, per una vita intera. Ora, datevi da fare lì dove vi trovate.

Vedi anche: Felicità, ricerca della


RICERCA DELLA FELICITÀ

Fahrenheit 451, Ray Bradbury

La felicità: lo scopo ultimo della vita. Oppure no?

Molti di noi, in Occidente, passano la vita alla ricerca di questo stato transitorio: in amore, nel lavoro, nei viaggi, nella decorazione della propria casa. Il fatto che se ne parli nei messaggi pubblicitari e nei programmi di reality television è un malessere moderno, ma è importante ricordare che la gente non ha mai considerate la felicità come un diritto fino al ventesimo secolo — e in molte culture orientali ancora non è così. Per molte persone la vita è un peso che bisogna sopportare, e dal quale al massimo si può imparare qualcosa, piuttosto che una fonte di piacere. Avere del cibo, un tetto sopra la testa e la libertà di seguire le vostre credenze religiose, è già sufficiente. Cominciate a pensare che dovreste essere felici e vi esporrete a delusioni di ogni genere.

Su questo la pensiamo come gli orientali: la ricerca incessante della felicità è una malattia, e deve essere curata. Anche Ray Bradbury lo sapeva. Fahrenheit 451, romanzo in anticipo sui tempi pubblicato nel 1953, era molto vicino a mostrare la vita come la conosciamo oggi.

Nel suo futuro distopico, nessuno legge più romanzi. All’inizio succede perché la gente preferisce assumere narrativa in dosi sempre più piccole, non avendo abbastanza attenzione né pazienza per leggere un libro intero (se vi suona familiare, v. Lasciare un libro a metà, tendenza a). Ma dopo un poco tutti cominciano a pensare che i libri sono il nemico perché offrono, in maniera irresponsabile, punti di vista e stati d’animo diversi. Di sicuro, sarebbero più felici in una terra di nessuno priva di emozioni e sensazioni forti.

Sprovviste di cultura e di riflessioni profonde come sono, per contrastare questo vuoto emotivo le persone cominciano a vivere sempre più velocemente, guidando per la città a rotta di collo (nel futuro immaginato da Bradbury i Maggiolini della Volkswagen sono i padroni della strada) e uccidendo tutto quello che incontrano sul loro cammino. Non vedono quasi mai i figli, che vanno a scuola nove giorni su dieci. Avere figli è comunque una perdita di tempo, secondo loro; le donne preferiscono restare a casa a guardare una soap opera interattiva, La famiglia, che non termina mai, e dare più importanza al destino dei suoi personaggi piuttosto che al loro. (Per quanto fosse bravo, Bradbury non riuscì a fare il salto e immaginare un tempo in cui le donne volessero lavorare a loro volta). Storditi da questa saga, vanno a letto con dei «gusci» sulle orecchie che trasmettono tutta la notte insulsi notiziari e altri sceneggiati privi di senso. Buttano giù sonniferi come caramelle. Il suicidio è diffuso, e non ci si fa troppo caso.

Quando Montag, un pompiere che per lavoro brucia libri illegali — e talvolta anche le persone che li leggono — incontra una ragazza che si prende il tempo per guardare le stelle, annusare l’odore dell’erba e interrogare le margherite sull’amore, si rende conto che nel suo stato di castrazione emotiva non è felice come credeva. Comincia a prendere coscienza di un mondo di bellezza e sentimento e si domanda che cosa possano contenere i libri che brucia. Una sera legge agli invitati della moglie una poesia di Matthew Arnold, «Dover Beach», interrompendo un episodio de La famiglia, e il risultato è un pianto doloroso e incontrollabile: «Poesia e lacrime, poesia e suicidio e sensazioni terribili, poesia e malessere; che porcheria!» esclama uno degli ospiti, turbato. Montag è costretto a bruciare i propri libri — e la propria casa insieme a loro — ma resta convinto che un futuro senza libri sia intollerabile. Meglio soffrire, e provare qualcosa, piuttosto che vivere nello stato comatoso che per la «civiltà» si identifica con la strada verso la felicità.

Fahrenheit 451 vi insegnerà che la vita è fatta di una grande varietà di esperienze. Vivetela fino in fondo, senza inseguire la felicità, e dedicatevi invece alla conoscenza, alla letteratura, alla verità e a ogni genere di sensazione e sentimento. Se la visione di Bradbury dovesse trasformarsi in realtà, imparate a memoria almeno un romanzo, come fa Montag. Non si sa mai, potreste aver bisogno di tramandarlo al resto dell’umanità.


* Ella Berthoud e Susan Elderkin si sono incontrate da studentesse di letteratura inglese all’Università di Cambridge, dove si prestavano romanzi a vicenda quando avevano bisogno di tirarsi un po’ su. Ella è poi diventata una pittrice e un’insegnante di arte, e Susan una scrittrice considerata nel 2003 dalla rivista Granta tra i venti migliori giovani autori inglesi. Nel 2008 hanno fondato un servizio di biblioterapia con la School of Life di Londra, e da allora hanno continuato a prescrivere libri, di persona o virtualmente, a pazienti di tutto il mondo. Nel 2013 hanno scritto insieme Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno (Sellerio 2013, 2016 nuova edizione accresciuta): un libro di medicina molto speciale, un vero e proprio breviario di terapie romanzesche, antibiotici narrativi, medicamenti di carta e inchiostro la cui versione italiana è stata curata da Fabio Stassi. A questo volume è seguito Crescere con i libri. Rimedi letterari per mantenere i bambini sani, saggi e felici (Sellerio 2017). 

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