Detachment – Il distacco

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“And never have I felt so deeply at one and the same time so detached from myself and so present in the world. (Non mi sono mai sentito allo stesso tempo così distaccato da me stesso e così presente nella realtà.)” – Albert Camus

Il 25 Aprile 2011 Tony Kaye ha presentato al Tribeca Film Festival Detachment – Il distacco. Il film si apre con la frase di Camus che in poche righe riassume lo stato d’animo del protagonista Henry Barthes, interpretato da un sorprendente Adrian Brody. Detachment è un’emozione. Le riflessioni del film portano lo spettatore a interrogarsi sulle proprie insicurezze attraverso il viaggio emotivo dei protagonisti. Questo percorso non ha un vero e proprio punto di arrivo, il film di Kaye non sostiene una morale da seguire, un’alternativa alla sofferenza, ma al contrario ci esorta a sopravvivere alla consapevolezza del mondo attraverso l’uso dell’immaginazione.

Henry Barthes è vittima del suo trauma infantile che ha fatto maturare in lui la capacità di essere distaccato dalle sofferenze della vita adulta. Non a caso Henry ha scelto un lavoro “nomade”, il supplente scolastico, attraverso il quale può dare il suo contributo alla formazione dei ragazzi senza rimanerne emotivamente coinvolto. Il trasferimento in un degradato liceo di periferia pone Henry di fronte a dei rapporti intensi che metteranno in discussione la sua personalità e il suo stile di vita. Come molti film pedagogici, Detachment lascia il segno.

L’abilità del regista non si limita alla perfetta coordinazione dei personaggi e alla messa in scena del testo (sceneggiato da Carl Lund), la cosa più sorprendente è il corpo dell’immagine. E infatti Tony Kaye è sia regista che direttore della fotografia. Ogni inquadratura rispecchia ed esalta lo stato emotivo del film, ad esempio i flashback dell’infanzia di Henry sono caratterizzati da un rosso vivo e l’attenzione dello spettatore viene focalizzata attraverso zoom in e veloci messe a fuoco.

Le musiche scritte dai “The Newton Brothers” sono leggere, in perfetta sincronia con il ritmo della narrazione.

Marta Mangiucca