This must be the place

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Al Festival di Cannes 2008, Paolo Sorrentino incontra Sean Penn. Nel 2011, con This must be the place i due sono di nuovo lì, rappresentanti questa volta della stessa opera in concorso. Il film è una coproduzione tra Italia, Irlanda e Francia ed è stato girato tra Dublino, New York, Michigan, New Mexico e Utah.

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Cheyenne (Sean Penn) era negli anni ’80 il leader della rockband Cheyenne & The Fellows. Ora, a 50 anni, Cheyenne si nasconde con cerone e rossetto sotto la maschera che lo ha reso grande. Lui non si sente un artista, soffre piuttosto del senso di colpa per aver incoraggiato con la sua musica i ragazzi alla depressione e non alla spensieratezza. La morte del padre, il quale aveva dedicato la sua vita alla ricerca dell’ex ufficiale nazista Aloise Lange per rivendicare un’umiliazione subita nel campo di sterminio di Auschwitz, è il punto di inflessione nella vita di Cheyenne. Il desiderio di vendetta del padre porta al viaggio del protagonista, viaggio che si trasforma in una ricerca interiore grazie alla quale il bagaglio delle situazioni irrisolte di Cheyenne diventa più leggero.

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“This must be the place” è un tributo alla canzone dei Talking Heads ed è proprio con questa canzone che Sorrentino segna il momento saliente del film, dove il protagonista prende coscienza di sé e intraprende il suo percorso di redenzione. Sean Penn si mette in gioco con una nuova interpretazione, ci emoziona con un personaggio al limite del grottesco, fragile, disperato, simpatico e odioso allo stesso tempo.

Il duo Sorrentino (regia e sceneggiatura) – Bigazzi (fotografia) ci regala una pellicola sublime, fatta di un susseguirsi di inquadrature che si sollevano al cielo al momento giusto. David Byrne, che nel 1974 aveva fondato la band Talking Heads e che nel film interpreta se stesso, compone una colonna sonora varia che accompagna le immagini senza essere invadente nella narrazione.

Marta Mangiucca