LECCE, quannu mpunna… mpunna buenu!

Lecce-campanile

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*photo credits: Lucia Otero & Vittorio Muratore

LECCE Non è la prima volta che mi capita di scrivere di questa città. Ho scritto articoli, ho scritto intere pagine di Word, ho scritto su pezzi di carta seduto al bar della piazza in attesa di un caffè in ghiaccio con latte di mandorla, ho scritto davanti ad una rosticceria della tangenziale alle 5 del mattino con un rustico bollente in mano, ho scritto e suonato parole sorseggiando una birra e ascoltando del buon reggae, di quello vero. Ho scritto all’interno di diari personali alle prime luci di un’alba che soltanto il Salento può regalarti. Ma forse più che Andrea, scrittore di questo post, è Lecce stessa che ha scritto pagine di vita. La mia, senza alcun dubbio.

Lecce-alba

Sono ormai moltissimi anni che frequento questa terra, naturale crocevia di popoli e culture. Ricordo ancora la prima volta che insieme alla mia famiglia “siamo scesi giù in Salento”. Un caldo torrido, come sempre d’Agosto, e un centinaio di bagagli da caricare in una macchina stipata quasi fosse un vagone merci, quasi a dire “casomai non troviamo l’Esselunga da quelle parti”. Non conoscevamo il concetto di sagra, non conoscevano “le vetrine” dei poderi delle campagne salentine, piccoli furgoncini parcheggiati ai lati della carreggiata colmi di prodotti tipici. Il famoso “alimento km 0” – tanto caro a Farinetti e alla sua Eataly – ma che noi in Salento conosciamo e pratichiamo dai tempi di Carlo Magno.

Insomma, non conoscevamo il vero significato della parola ospitalità. Mille km di strada e otto ore di viaggio in auto, più o meno, mi separano da quella che ritengo a tutti gli effetti “casa mia”. Molti, moltissimi, forse troppi, conoscono e hanno sentito parlare di questa città per una nota similitudine con la città medicea per eccellenza: “Ah, sì Lecce! La Firenze del Sud!”. Nessun dubbio. Ma vi prego non datemi del blasfemo se affermo che forse Lecce raccoglie in sé una storia ancora più antica e millenaria.

La leggenda vuole che la città sia nata intorno al 1200 a.C., fondata da Malennio – personaggio mitologico (discendente di Minosse e primo Re dei salentini) – dopo la distruzione di Troia. Nel III sec. a.C., Roma conquistò tutto il Salento ribattezzando l’antico insediamento messapico Sybar in Lupiae, dal quale anche l’origine del nome Lecce.

Lecce-mare-Agata

Quello che adesso è il capoluogo salentino vedrà essere, nel corso degli anni, terreno di conquista delle più grandi e influenti dominazioni straniere: dai Bizantini ai Greci, dai Saraceni ai Longobardi, dagli Ungari agli Slavi fino ad arrivare ai Normanni e agli Aragonesi che letteralmente trasformarono Lecce in una delle città più ricche e vive all’interno del bacino del Mediterraneo.

Arrivo tardi in materia di storia, i Sud Sound System già nel 2003 cantavano Simu salentini dellu munnu cittadini, radicati alli messapi cu li greci e bizantini”. Non penso ci sia bisogno di alcuna traduzione.

Ah, la lingua! Quel tanto adorato dialetto. Così poco musicale a un primo ascolto ma dannatamente armonioso e insostituibile dopo qualche mese di pratica. Nel mio CV la voce “speaking skills” contiene anche il termine salentino. Fluent, ovviamente.

Lecce-campanileUna città splendida, da qualsiasi punto di vista la si possa guardare e analizzare. Una città magnifica dove il meteo va di pari passo con i suoi fantastici abitanti: temperature miti anche d’inverno, frammentate allo splendore dell’architettura cittadina. Il barocco la fa da padrona, se si pensa che la città conta addirittura oltre quaranta chiese risalenti al quel movimento della metà del Settecento.

In quei giorni di tramontana, quando il vento soffia forte sulla spiaggia, adoro dirigermi in città e vagare perdendomi nelle strette strade cittadine, alzando lo sguardo ad ogni angolo di quartiere, ammirando terrazzi scolpiti tra le nuvole e finestre che profumano di cielo. Girovago, e come me migliaia di turisti, tra palazzi costruiti nel tipico barocco, ricco di fregi e decori intagliati nella pietra locale in un mix di stili che esplodono in una declinazione del tutto particolare e specifica; tanto personale da definire lo stile delle architetture presenti in città con l’appellativo di barocco leccese.

L’incanto di questa città va ben oltre le mura e le porte del suo centro storico. Una provincia sconfinata che si perde tra campagne e ulivi secolari dai fusti robusti, aggrappati con forza a quella terra rossa letteralmente bruciata dal sole. Capita spesso di smarrirsi piacevolmente tra sentieri delineati da celebri muretti a secco, di cui soltanto esperienza e mani ruvide di uomini di paese sono a conoscenza dell’ingrediente segreto.

In meno di un quarto d’ora di orologio si può passare rapidamente dalla basilica di Santa Croce o dalla solennità di Piazza Duomo (raro esempio di piazza chiusa), a paesaggi che sembrano estrapolati fuori da racconti bucolici dell’epoca di Virgilio.

L’incanto di un mare cristallino con quei riflessi e colori che ti porti dietro nelle tristi giornate piovose invernali, quella luce bianca e densa che ti abbaglia al mattino e ti concilia al tramonto. Un paesaggio rurale, aspro e sensuale che ti avvolge l’anima, le pinete a picco sul mare che si estendono senza una fine combinandosi al suono incessante di cicale che ammutoliscono tutto il resto.

Lecce-acqua

Lecce-strada

Non ci sono autostrade da queste parti. Ma soltanto delle statali che dovrebbero rientrare di diritto nel patrimonio naturale dell’Unesco. Un ritmo rallentato di vita quotidiana che permette a chiunque di sedersi al tavolo di un bar di paese a sorseggiare un espressino freddo o deliziarsi il palato con uno spumone alla nocciola. Quei paesini dagli intonaci bianchi e anziani seduti sul portone di casa, sempre pronti a regalarti sorrisi genuini.

La spontanea generosità dei suoi abitanti, piazze piastrellate e lastroni di marmo dove bambini di una nuova generazione ancora si divertono tirando calci ad un pallone consumato dagli anni di partite e rigori calciati al di là dei tetti della chiesa. E quegli stessi paesini così tranquilli e rilassati che si vestono di luminarie e pizzica per il giorno del Santo Patrono: bancarelle e prodotti tipici, sagre e bottiglie di rosato freddo accanto a bicchieri pieni zeppi di sedani mordicchiati. Spingituro per gli aficionados.

Il mondo della cucina salentina meriterebbe davvero il Nobel per la gastronomia. Altro che finger food e show cooking con azoto liquido. Qua si fa sul serio! E allora eccoci di nuovo in mezzo a quelle feste di paese, tra tavoloni e panchine di legno tirate a lucido per il grande evento, tovaglie di carta colorate a quadrettoni che andavano per la maggiore a inizio anni ’80.

Ciceri e tria, orecchiette pomodorini e ricotta forte, sagne ‘ncannulate, municeddhe, pezzetti di cavallo, servole, pittule de Lu Podere, taieddhra de Lu Mauriziu, pasticciotti caldi di Ficile, torta crepè di Dentoni… e potrei continuar così, senza sosta fino al momento in cui lo stomaco non mi supplichi di scendere giù al primo Family Mart per ordinare un “baozi”. La forma è quella del rustico. Il sapore appena appena differente.

Lecce-festa

È davvero difficile provare a spiegare a parole la vera bellezza di questa città e il perché chiunque passi da quelle parti rischi il colpo di fulmine, innamorandosi dell’accoglienza calda e spontanea della gente che ancora ti chiama “signore” dandoti del Voi. Un’ospitalità genuina fatta di semplice lealtà, costruita negli anni grazie forse agli insegnamenti dei popoli che là hanno attraccato le loro barche, arrivando da lontano, contribuendo alla costruzione di quello che non è un porto, ma un luogo dove Dio quando distribuiva la bellezza ha decisamente esagerato: la città di Otranto.

Non ci sono segreti. Il fascino di questi posti è evidente a tutti, forse a troppi. Un centro città che strabocca di storia, arte e civiltà millenaria, il suo mare, i colori dei paesini vestiti a festa, i suoni della pizzica, il ritmo dei tamburelli che incalzano fino a notte fonda, ma anche il silenzio della sua campagna, l’incanto dei ruderi di masserie che da sole valgono il prezzo del biglietto.

Ho come la sensazione che da quelle parti si viva meglio, in posti rimasti intatti nel tempo dove ancora ci si sente parte di un mondo, di un universo e di situazioni che non si trovano altrove in Italia e forse, allargando gli orizzonti, in nessun altro luogo del mondo.

P.S. Se un giorno mai mi dovessi sposare, tra le foto del mio matrimonio non mancheranno di certo ulivi, fichi d’india, reggae e muretti a secco.

Lecce-notte

Biancamente dorato
è il cielo dove
sui cornicioni corrono
angeli dalle dolci mammelle,
guerrieri saraceni e asini dotti
con le ricche gorgiere.
 
Un frenetico gioco
dell’anima che ha paura del tempo,
moltiplica figure, si difende
da un cielo troppo chiaro.
 
Un’aria d’oro
mite e senza fretta
s’intrattiene in quel regno
d’ingranaggi inservibili fra cui
il seme della noia
schiude i suoi fiori arcignamente arguti
e come per scommessa
un carnevale di pietra
simula in mille guise l’infinito.

LECCE – Vittorio Bodini
(poeta e sublime cantore salentino)

Andrea Nardini