Kalipè, a passo lento

@le_dis_perse

Appennino senza confini: la storia di Gian Luca Diamanti sull’ultima pastora dei Monti Martani (Umbria). Partecipa anche tu a questa narrazione collettiva su cultura e territorio della spina dorsale d’Italia.

Un progetto di CCT in collaborazione con il Corso di Studio PROGESA (Progettazione e Gestione degli Ecosistemi agro-territoriali, forestali e del paesaggio) dell’Università di Bologna insieme alla Scuola AL.FO.N.S.A. (ALta FOrmazione e innovazioNe per lo Sviluppo sostenibile dell’Appennino) promossa da UNIAPPENNINO (Università per l’Appennino) e ad ANA (Accademia Nazionale di Agricoltura).


APPENNINO per noi è camminare con lentezza ed è inevitabile perché ci fa stare bene.

In Tibet si usa dire Kalipè a chi si incammina verso le montagne ed è un augurio che tradotto sarebbe “cammina sempre a passo corto e lento” o qualcosa di simile. Sì, perché lentezza significa qualità.

Vesciche recidive, scarponi sgretolati, racchette distrutte, strani incontri ravvicinati con animali selvaggi, sentieri smarriti… ci hanno insegnato ad apprezzare il tempo che in montagna scorre lento ma in modo intenso.

Noi due, Greta e Laura, pazze amiche improvvisate ma tenaci, camminiamo per goderci gli odori del sottobosco, ammirare un’alba appena sorta, assaporare la rugiada nascente così come raccogliere una foglia di una forma particolare da portare a scuola il lunedì seguente perché – come insegna Keri Smith – “…ogni dettaglio è un punto di partenza verso nuove scoperte”.

Così, dopo diversi anni di camminate nel nostro appennino toscoemiliano (e non solo), abbiamo appreso dai nostri passi una lezione molto importante: avere buoni piedi allena nuovi occhi.

Senza dubbio è facile “camminare per arrivare” in vetta, per quanto possa essere dura una salita o una ripida discesa; molto più sfidante è invece “camminare per stare” in uno spazio e porgere l’attenzione a quei dettagli che il bosco ci regala in modo così, gratuito e spontaneo. Gli occhi sono lenti d’ingrandimento capaci di trovare bellezze dentro a mondi naturali ma anche vegetali e solamente utilizzandoli al meglio, con cura e dedizione, sono in grado di trasformare una banale camminata di due ore in un’intera giornata intrisa di piccole meraviglie nascoste. Questo modo di essere, senza dubbio, va ben oltre l’arrivare in vetta e scattare qualche foto (i cosiddetti selfie) che attestino i propri sforzi e le sudate conquiste.

Al piacere del cammino va aggiunto senza dubbio la bellezza del dialogo che mette in connessione vissuti ed esperienze di diverse persone e ti permette di aprire porte. Famiglie a riposo da una settimana pesante, pellegrini in cerca di aria buona, giovani coppie vogliose di intimità, anziani in cerca di funghi, storici montanari dal passo svelto ma dalla chiacchiera autentica. Il variegato panorama di “chi” cammina lascia spazio allo stupore che si prova dopo aver dialogato con ciascun individuo: chi ti consiglia una vecchia baita per ristorare il tuo stomaco, chi suggerisce un itinerario alternativo per arrivare in vetta, chi ti propone una briscola in aperitivo e infine chi mette a disposizione le sue bacche di goji e qualche mandorla perché ne sente il bisogno. In cammino tutto diventa gratuito perché ogni anima errante è pronta a dare ogni pezzo di sé, narrandolo e quindi mettendolo in circolo.

E se anche vi capiterà di perdervi (noi in questo siamo delle vere specializzate), senza dubbio troverete il giusto modo per risolvere ogni imprevisto perché la montagna ti insegna anche questo: la vera soluzione risiede dentro di te nell’apertura verso l’altro che molto spesso è il passante, lo sconosciuto, il diverso.

Tutto questo riassume il vero motivo per il quale da quattro anni a questa parte ci siamo messe in cammino e non siamo più state in grado di smettere: in montagna riusciamo a trovare quella umanità/genuinità capace di farci sentire a casa passo dopo passo tra un’alba e un tramonto, introvabile in altri luoghi. È così che, tra foglie d’acero e gallerie di faggete, dentro a una tana di rami costruita dal tempo, attraverso un sentiero esposto e roccioso riusciamo a fare emergere la parte migliore di noi perché quale dovrebbe essere lo scopo primario della nostra vita se non quello di trasmettere agli altri la nostra parte più vera e luminosa?

La nostra provocatoria domanda per tutti i lettori e tutte le lettrici è proprio questa: “Qual è il luogo che più vi permette di far emergere la vostra parte migliore?”

Siamo certe che una volta trovato, diventerà per voi un piacevole “ristoro” capace di farvi alzare al mattino anche dopo poche ore di sonno e rincasare alla sera con addosso quella “meravigliosa stanchezza” della quale andrete sempre in cerca, anche dietro casa.

E così, noi dis-perse siamo sempre in cammino, lontano dalla città ogni volta che si può.

Lenta-mente disperdi-a(mia)moci!

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