Andrea Vajuso, il sarto che colleziona mandolini e suona con gli amici nel suo atelier

“Di fronte m’eri Sicilia, o nuvola di rosa sorta dal mare! E nell’azzurro un monte: l’Etna nevosa. Salve o Sicilia! Ogni aura che qui muove pulsa una cetra od empie una zampogna e canta e passa… Io era giunto dove giunge chi sogna” – Giovanni Pascoli

PALERMO A/R  Il lavoro oggi mi ha lasciato un leggero mal di testa. Sono le 17.00 di un venerdì 17 aprile. In Bretagna è tornato il grigio, accompagnato dal freddo, però è settimana di sospensione universitaria, quindi le strade sono comunque piene e rumorose.

Mi siedo, solo, nel mio bar preferito, con un coup de rouge della Languedoc. Due sorsi e il mio sguardo si perde nel vuoto mentre Mina inizia a cantare sempre più forte nella mia mente, fino ad uscirne per adagiarsi su tutto ciò che c’è nel patio interno, ovattando ogni brusio. E questo sottofondo mi porta all’improvviso in Sicilia, tra le spiagge di Favignana e le stradine di Palermo. Mi lascio invitare a seguire le ombre disegnate dal sole cocente sulle pietre del centro, fra vecchie Cinquecento, muri sgretolati e aperture arabeggianti.


Dietro la Cattedrale, al civico 3 di Via Beati Paoli, una vetrina verde mi ribadisce che il tempo si è fermato, a Palermo. “Eleganza” recita. Dentro ci sono mandolini, chitarre, fisarmoniche e – sorprendentemente – anche macchine da cucire.


“No, non è un museo.” – mi risponde il signor Vajuso – “È una sartoria. Ma sa, io ho la passione per i mandolini. Ne ho una collezione niente male a casa, circa quaranta; ne ho pure un paio napoletani dell’Ottocento”.


Andrea Vajuso è un sarto, un artigiano, ma anche un musicista, un artista, come nella migliore tradizione italiana. La passione per il mandolino gli è venuta quando era ancora bambino, negli anni ’50, quando nella notte silenziosa sentiva lo zio e l’amico venire vicino casa a suonare serenate. La storia che mi racconta va ben al di là di qualsiasi storia che la mia penna possa inventare, trascinandomi dritto dritto in un’atmosfera neorealista. L’Italia del boom economico, del Martini e della Dolce Vita, l’Italia in bianco e nero, dei sarti, dei divi e dei musicisti. “A Roma cucivo a mano smoking e frac per l’alta società. Attori, gente importante. Sa che ho cucino personalmente un abito a Walter Chiari?”

Ora è tornato a Palermo, dove già nonno e bisnonno confezionavano tenute per personaggi importanti della città. “Eh, a me la musica piace, mi è sempre piaciuta. Se resta un po’ a Palermo, il sabato pomeriggio alle cinque smetto di lavorare e con dei miei amici abbiamo un gruppo e proviamo qui nella bottega. Siamo usciti anche nella pubblicità di Dolce&Gabbana che hanno girato qui a Erice con quella modella francese, come si chiama?, Laetitia Casta. Può venire, è gratis. Può suonare chiunque, prende uno strumento e suona, oppure canta”. Una jam session in versione siciliana, insomma.

“Non sono certo di poter passare sabato. Non è che potrebbe suonarci qualcosa ora?”

“Mhm.. ma sì, se volete…”

Le note de La vie en rose suonata dal suo mandolino mi riportano in Francia, restituendomi al bicchiere ormai vuoto e al brusio bretone. Il sole si spegne, la luce sbiadisce, la voglia d’Italia ricresce.

Michele Ci