Renzo Piano: “Le #periferie sono la città del futuro”

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ROMA, 1959. Suburb. – Henri Cartier-Bresson

SEETIES, ITALY Facciamo un giro in centro periferia? Vediamoci in centro periferia! Prenoto un albergo in centro periferia. Visitiamo il centro la periferia. Questa città ha un centro una periferia molto bella. Suona piuttosto strano, vero? Ma in futuro, forse, saranno frasi comuni.

Secondo il vocabolario (Treccani.it), periferìa [s. f. – dal lat. tardo peripherīa «circonferenza», gr. περιϕέρεια, der. diπεριϕέρω «portare intorno, girare»] significa per estensione:

a. La parte estrema e più marginale, contrapposta al centro, di uno spazio fisico o di un territorio più o meno ampio: la pdi un continentedi una regionedi un’isoladi una catena montuosa.

b. In partic., e di uso più com., l’insieme dei quartieri di una città più lontani dal centro: il progressivo ampliamento dell’area urbana verso la p.; una zona di p.; le casele stradei negozî della p.; la pdi Milanodi Viennadi New Yorkabitare in p.; recarsi in p.; trasferirsi in p.; con sign. più ristretto, un quartiere periferico: la poperaiala presidenzialeè una pmal collegata con il centro. La locuz. agg. di periferia, che oltre a indicare la collocazione nel tessuto urbano, aggiunge spesso una connotazione riduttiva, di squallore e desolazione: una stazioncina di p.; le solite case di p.; un cinema di periferia.

Nato ai bordi di periferia 
dove i tram non vanno avanti più 
dove l’aria è popolare 
è più facile sognare 
che guardare in faccia la realtà

Adesso tu (1986) – Eros Ramazzotti

Facendo una ricerca su Instagram e Tumblr con l’hashtag #periferie, tra i risultati più recenti, abbiamo visto queste foto:

Sembrano tutte uguali, le periferie. É impossibile distinguerle e indovinarne la città (se non le si conosce davvero bene). Palazzi a blocchi, monotoni e ripetitivi, in mezzo al niente. Non sono case ma dormitori. Stazioni. Fabbriche. Magazzini. Centri commerciali, qua e là. Lampioni. Erbacce. Nessuna identità. Le città, le riconosci per il loro centro. Le periferie, invece, sono anonime. Sono dei grandi non-luoghi per gli emarginati. Spesso, veri ghetti. Scarti della società. Come è possibile convertirle in luoghi e integrarle al centro? Come è possibile coinvolgere le comunità locali in questa trasformazione? Architettura e Arte urbana – in particolare, ma non solo – hanno un grande compito. E una grande opportunità.

Se non lo avete già fatto, vi invitiamo alla lettura di un articolo scritto dall’Architetto Renzo Piano e pubblicato il 26 gennaio 2014 su La Domenica de Il Sole 24 Ore. Ci siamo presi la libertà di suddividerlo in paragrafi per evidenziarne alcuni concetti-chiave e di metterne in risalto alcune frasi con il grassetto. É un discorso molto chiaro su complesse verità contemporanee, di interesse sociale-culturale-politico, e ricco di stimoli. (E si conclude con un pensiero sul viaggio). Per questo vogliamo condividerlo con voi e chiedervi cosa ne pensate: le periferie diventeranno o no pezzi di città?

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Il rammendo delle periferie” – Renzo Piano

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Siamo un Paese straordinario e bellissimo, ma allo stesso tempo molto fragile. È fragile il paesaggio e sono fragili le città, in particolare le periferie dove nessuno ha speso tempo e denaro per far manutenzione. Ma sono proprio le periferie la città del futuro, quella dove si concentra l’energia umana e quella che lasceremo in eredità ai nostri figli. C’è bisogno di una gigantesca opera di rammendo e ci vogliono delle idee.

Siamo un Paese che è capace di costruire i motori delle Ferrari, robot complicatissimi, che è in grado di lavorare sulla sospensione del plasma a centocinquanta milioni di gradi centigradi. Possiamo farcela perché l’invenzione è nel nostro Dna. Come dice Roberto Benigni, all’epoca di Dante abbiamo inventato la cassa, il credito e il debito: prestavamo soldi a re e papi, Edoardo I d’Inghilterra deve ancora renderceli adesso. Se c’è una cosa che posso fare come senatore a vita non è tanto discutere di leggi e decreti, c’è già chi è molto più preparato di me. Non è questo il mio contributo migliore, perché non sono un politico di professione ma un architetto, che è un mestiere politico. Non è un caso che il termine politica derivi da polis, da città. Norberto Bobbio sosteneva che bisogna essere «indipendenti» dalla politica, ma non «indifferenti» alla politica.

Se c’è qualcosa che posso fare, è mettere a disposizione l’esperienza, che mi deriva da cinquant’anni di mestiere, per suggerire delle idee e per far guizzare qualche scintilla nella testa dei giovani. Una scintilla di una certa urgenza, con una disoccupazione giovanile che sfiora una percentuale elevatissima.

IL DESTINO DELLE CITTÀ

Quindi con il mio stipendio da parlamentare ho assunto sei giovani [renzopianog124.com], che ruoteranno ogni anno e che si occuperanno di come rendere migliori le nostre periferie. Perché le periferie? Le periferie sono la città del futuro, non fotogeniche d’accordo, anzi spesso un deserto o un dormitorio, ma ricche di umanità e quindi il destino delle città sono le periferie. Nel centro storico abita solo il 10 per cento della popolazione urbana, il resto sta in questi quartieri che sfumano verso la campagna. Qui si trova l’energia.

I centri storici ce li hanno consegnati i nostri antenati, la nostra generazione ha fatto un po’ di disastri, ma i giovani sono quelli che devono salvare le periferie. Spesso alla parola «periferia» si associa il termine degrado. Mi chiedo: questo vogliamo lasciare in eredità? Le periferie sono la grande scommessa urbana dei prossimi decenni. Diventeranno o no pezzi di città? Diventeranno o no urbane, nel senso anche di civili?

Qualche idea io l’ho e i giovani ne avranno sicuramente più di me. Bisogna però che non si rassegnino alla mediocrità. Il nostro è un Paese di talenti straordinari, i giovani sono bravi e, se non lo sono, lo diventano per una semplice ragione: siamo tutti nani sulle spalle di un gigante. Il gigante è la nostra cultura umanistica, la nostra capacità di inventare, di cogliere i chiaroscuri, di affrontare i problemi in maniera laterale.

COSTRUIRE SUL COSTRUITO

La prima cosa da fare è non costruire nuove periferie. Bisogna che le periferie diventino città ma senza ampliarsi a macchia d’olio, bisogna cucirle e fertilizzarle con delle strutture pubbliche. Si deve mettere un limite alla crescita anche perché diventa economicamente insostenibile portare i trasporti pubblici e raccogliere la spazzatura sempre più lontano. Oggi la crescita anziché esplosiva deve essere implosiva, bisogna completare le ex aree industriali, militari o ferroviarie, c’è un sacco di spazio disponibile. Parlo d’intensificare la città, di costruire sul costruito. In questo senso è importante una green belt come la chiamano gli inglesi, una cintura verde che definisca con chiarezza il confine invalicabile tra la città e la campagna.

RAMMENDARE LE PERIFERIE

Un’altra idea guida nel mio progetto con i giovani architetti è quella di portare in periferia un mix di funzioni. La città giusta è quella in cui si dorme, si lavora, si studia, ci si diverte, si fa la spesa. Se si devono costruire nuovi ospedali, meglio farli in periferia, e così per le sale da concerto, i teatri, i musei o le università. Andiamo a fecondare con funzioni catalizzanti questo grande deserto affettivo. Costruire dei luoghi per la gente, dei punti d’incontro, dove si condividono i valori, dove si celebra un rito che si chiama urbanità. Oggi i miei progetti principali sono la riqualificazione di ghetti o periferie urbane, dall’Università di New York a Harlem al polo ospedaliero di Sesto San Giovanni che prevede anche una stazione ferroviaria e del metrò e un grande parco. E se ci sono le funzioni, i ristoranti e i teatri, ci devono essere anche i trasporti pubblici. Dobbiamo smetterla di scavare parcheggi. Penso che le città del futuro debbano liberarsi dai giganteschi silos e dai tunnel che portano auto, e sforzarsi di puntare sul trasporto pubblico.

Non ho nulla contro l’auto ma ci sono già idee, come il car sharing, per declinare in modo diverso e condiviso il concetto dell’auto. Credo sia la via giusta per un uso più razionale e anche godibile dell’automobile. Servono idee anche per l’adeguamento energetico e funzionale degli edifici esistenti. Si potrebbero ridurre in pochi anni i consumi energetici degli edifici del 70-80 per cento, consolidare le 60mila scuole a rischio sparse per l’Italia. Alle nostre periferie occorre un enorme lavoro di rammendo, di riparazione. Parlo di rammendo, perché lo è veramente da tutti i punti di vista, idrogeologico, sismico, estetico.

Ci sono dei mestieri nuovi da inventare legati al consolidamento degli edifici, microimprese che hanno bisogno solo di piccoli capitali per innescare un ciclo virtuoso. C’è un serbatoio di occupazione. Consiglio ai giovani di puntarci: start up con investimenti esigui e che creano lavoro diffuso. Prendiamo l’adeguamento energetico con minuscoli impianti solari e sonde geotermiche che restituiscono energia alla rete, l’Italia è un campo di prova meraviglioso: non abbiamo né i venti gelidi del Nord né i caldi dell’Africa, però abbiamo tutte le condizioni possibili dal punto di vista geotermico, eolico e solare. Si parla di green economy però io la chiamerei italian economy. Nelle periferie non c’è bisogno di demolire, che è un gesto d’impotenza, ma bastano interventi di microchirurgia per rendere le abitazioni più belle, vivibili ed efficienti.

CONDIVIDERE PER TRASFORMARE

In questo senso c’è un altro tema, un’altra idea da sviluppare, che è quella dei processi partecipativi. Di coinvolgere gli abitanti nell’autocostruzione, perché tante opere di consolidamento si possono fare per conto proprio o quasi che è la forma minima dell’impresa. Sto parlando di cantieri leggeri che non implicano l’allontanamento degli abitanti dalle proprie case ma piuttosto di farli partecipare attivamente ai lavori. Sto parlando della figura dell’architetto condotto, una sorta di medico che si preoccupa di curare non le persone malate ma gli edifici malandati. Nel 1979 a Otranto abbiamo fatto qualcosa di molto simile con il Laboratorio di quartiere, un progetto patrocinato dall’Unesco per “rammendare” il centro. Un consultorio formato da architetti condotti potrebbe essere un’idea per una start up. Nelle periferie non bisogna distruggere, bisogna trasformare. Per questo occorre il bisturi e non la ruspa o il piccone.

VIAGGIARE

C’è ancora una cosa che voglio consigliare ai giovani: devono viaggiare. Mica per non tornare più, però viaggiare secondo me serve a tre cose. Prima e più scontata per imparare le lingue, seconda per capire che differenze e diversità sono una ricchezza e non un ostacolo. Terza per rendersi conto della fortuna che abbiamo avuto a nascere in Italia, perché se non si va all’estero si rischia di assuefarsi a questa grande bellezza e a viverla in maniera indifferente. Si tratta di una bellezza che non è per nulla inutile o cosmetica, ma che si traduce in cultura, in arte, in conoscenza e occupazione. È quella che dà speranza, che crea desideri, che dà e deve dare la forza ai giovani italiani.

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E vogliamo concludere con un esempio che dimostra come è possibile co-intervenire in periferia per renderla un “luogo” migliore. Questa storia (verissima e made in Italy) si chiama SANBA perché è avvenuta nel quartiere San Basilio di Roma: laboratori con i giovani di tutte le scuole locali, intenso coinvolgimento degli abitanti, e grandi interventi di arte pubblica (tutto in un docu-film). Presto ve la racconteremo in un articolo dedicato ma intanto vi rimandiamo al sito web: www.sanba2014.it. E magari ci vediamo lì, in periferia.

Elena Mazzoni Wagner