Nella Biblioteca Lazzerini o in un dipinto metafisico?

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PRATO Ogni tanto entro in un quadro metafisico… Potrebbe sembrare il titolo di una pateticissima canzone di qualche gruppo alternativo e malinconico. In realtà, è una semplice constatazione, quando decido di abbandonare il mio soppalco per la biblioteca centrale di quella che considero la mia città (pur non abitandoci) praticamente da sempre, e guardo al di là di una delle tante vetrate che si affacciano sul cortile interno. Dal 2009, la Biblioteca Lazzerini di Prato ha aperto le sue porte in un ex lanificio cittadino su due piani, la storica fabbrica Campolmi, ed è diventata a tutti gli effetti un punto di ritrovo per i giovani della città, una seconda piazza dove incontrarsi, studiare o passare un po’ di tempo con un caffè in mano. Grazie a un progetto che si è rivelato ben ponderato, è potuta rivivere questa parte popolare e degradata dei vecchi quartieri a ridosso delle mura. Vi invito a fare una passeggiata e a inoltrarvi nel cancello della Lazzerini (che peraltro condivide con il Museo del Tessuto, una delle tante eccellenze che vanta la città di Prato): anche se non siete più studenti o non vi sentite a vostro agio a studiare con tante persone, potrete fare uno spuntino al Bar Miraglia (che offre iniziative invoglianti come il brunch della domenica, affiancando l’apertura festiva del complesso, e l’aperitivo del giovedì, accompagnando invece la biblioteca aperta fino alle 23.00) o ammirare le opere d’arte contemporanea nei due cortili, presenti grazie alla collaborazione con il Centro Pecci.

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L’Ex Cimatoria Campolmi nasce nella prima metà dell’Ottocento, lungo un canale artificiale nel quartiere di Santa Chiara, e si sviluppa in più fabbricati, formando un complesso industriale di circa 8.500 mq. È la più grande industria che possiamo trovare all’interno della cinta muraria pratese. Dal 1855, data a cui si fa risalire l’apertura dell’attività, si sono inglobati più stabili attorno al nucleo iniziale: da principio, viene acquisito il molino; nel 1870, una piccola rifinitura; in seguito, vengono operate modifiche con l’introduzione di nuovi macchinari e la creazione di spazi per uffici; e nel 1896, viene ultimata la più grande ciminiera di Prato, alta 50 metri, posta nel cortile interno. Il processo di ampliamento (anche a ridosso delle mura trecentesche) continua fino agli anni ’60. Dopodiché, nel 1968, la ditta “Campolmi Leopoldo e C.” chiude l’attività industriale ma alcune lavorazioni proseguono fino al 1994, anno in cui la produzione cessa definitivamente.

Il complesso subisce un progressivo declino, portando una situazione di degrado nel quartiere che, pur essendo popolare, è molto vicino al centro cittadino e ai suoi monumenti (il Castello dell’Imperatore, ad esempio). Nel 1999, il Comune acquista la Campolmi e decide di non demolirla per costruire nuove abitazioni, bensì di operare una riqualificazione nel tessuto cittadino. Così, nel 2000 iniziano i lavori e nel 2003 apre una porzione del complesso, destinata al Museo del Tessuto. Infine, nel 2009, l’Istituto culturale e di documentazione Lazzerini, quindi la Biblioteca comunale, si trasferisce nella parte adiacente al Museo.

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Cosa ci piace dell’intervento di restauro? Prima di tutto, il fatto che siano stati conservati gli elementi strutturali (ad esempio, le piccole volte al piano terra e le capriate lignee del primo piano) e le grandi aperture ad arco che si affacciano sull’esterno. Inoltre, che sia stata restaurata la grande vasca d’acqua al centro del cortile. Ci piace, quindi, che non vi siano state sostanziali modifiche al corpo di fabbrica ma che l’impianto dell’opificio sia rimasto lo stesso. E che ora, al posto del rumore delle macchine, vi sia quello dei libri sfogliati o del chiacchiericcio molto basso nelle pause dallo studio. In secondo luogo, ci piace che sia funzionale sin dall’ingresso dell’ex tintoria, con la sua caratteristica volta unitaria (divenuta il logo della Biblioteca) che filtra molta luce, proseguendo nelle varie sale di lettura: la loro distribuzione è di facile intuizione e non è articolata come in altre biblioteche. Un altro aspetto che ci piace molto è il fatto che vi siano state progettate delle “piazze”: a Prato, come nella maggior parte delle città toscane, ci si incontra-frequenta-conosce in piazza. Non serve molto: basta un piccolo bar e uno spazio all’aperto accogliente che subito pullula di giovani. In prossimità dell’ingresso, troviamo infatti una piazza che permette l’aggregazione degli utenti della biblioteca e di chi si ferma a trovare gli amici. E di seguito vi è un’altra piazza, anzi, un cortile detto “corte delle sculture”, adibito all’esposizione di opere d’arte contemporanea (come “Vacina” di Roberto Barni, scultore pistoiese) e che, durante l’estate, ospita anche concerti e manifestazioni varie.

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E poi c’è De Chirico… Pensata come cuore pulsante e punto di collegamento con il centro storico e la città in generale, la corte interna, a cui si accede dal vecchio portale della fabbrica in Via Santa Chiara, è di una bellezza e di un’eleganza uniche. È fuori dal tempo: di solito non è frequentata dalle persone, la ciminiera non sputa nessun fumo, non ci sono rumori. È un anello di congiunzione tra quello che Prato è stata – senza onta, fiera del suo passato – e la realtà attuale. Spesso sento dire che Prato non piace ai suoi cittadini, che non è una città esteticamente apprezzabile e forse, a volte, l’ho pensato pure io; poi, però, mi trovo in questo ambiente confortevole, in cui condivido il mio spazio “vitale” (cioè, un posto a sedere con altri) e penso che cinquant’anni fa, proprio qui dove ora mi trovo, si stava costruendo una potenza industriale italiana e mondiale; sono felice che per trovare una buona progettazione non devo andare in Scandinavia o in Germania ma la posso vedere anche nella mia città, dove uno degli stabili del patrimonio di archeologia industriale pratese è stato ben riqualificato ed è ora un esempio per l’architettura; mi giro e ammiro la vasca, la piazza, le vetrate opposte a quelle a me adiacenti. Certe volte, Prato offre un tramonto fantastico… e in questo dipinto di De Chirico calza alla perfezione.

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Chiara Panerai