“Drive”: un imperdibile viaggio estetico

Driver ("autista" in inglese) è senza nome ma ha un inconfondibile giubbotto.
Drive
Driver ("autista" in inglese) è senza nome ma ha un inconfondibile giubbotto.

LOS ANGELES Un giovane misterioso uomo si guadagna da vivere come meccanico e stuntman di giorno, e autista per le rapine di notte.

Driver attende i rapinatori all'interno della sua auto durante una delle sue notti di lavoro.
Driver attende i rapinatori all’interno della sua auto durante una delle sue notti di lavoro.

Quello che salta subito all’occhio guardando “Drive” – il film diretto nel 2011 da Nicholas Winding Refn – è l’accuratezza. Niente viene trascurato a partire dalla grafica rosa shocking dei titoli di testa, passando per la costruzione del personaggio principale fino alla colonna sonora.

Proprio questa cura maniacale dei dettagli da parte del regista danese è stata fondamentale per l’incontro col protagonista Ryan Gosling: è stato infatti l’allora e tuttora gettonatissimo attore di origine canadese a proporsi nel ruolo di Driver colpito dalla visione di “Valhalla Rising” (2009), settima fatica di Refn che, all’epoca, non era così conosciuto.

L’unione delle forze fra i due porterà un grande successo internazionale per “Drive”, una palma d’oro a Cannes per il regista e la successiva collaborazione in “Solo Dio perdona”.

Gosling si "congratula" con Refn per la palma d'oro appena ricevuta.
Gosling si “congratula” con Refn al festival di Cannes.

Tornando al film, è doveroso sottolineare che Refn, oltre a confezionare un “involucro” prezioso, è molto abile nel trasporre su pellicola un romanzo tutt’altro che semplice da maneggiare poiché zeppo di flashback e flashforward. Il regista rende invece la storia molto lineare e più adatta allo schermo grazie ad un attento lavoro di riposizionamento dei tasselli dell’avvincente libro di James Sallis.

Ma ciò che rende davvero il film unico è la maniacale opera di personalizzazione di Refn che utilizza ogni strumento a sua disposizione per raggiungere un risultato estetico invidiabile, nei minimi dettagli: la grafica rosa shocking che richiama le pellicole di un’altra esteta del cinema, ossia la Sofia Coppola de “Il giardino delle vergini suicide” e soprattutto di “Marie Antoniette”; poi la fotografia, patinata di giorno e molto intensa la notte, chiaro riferimento alla Los Angeles di fine anni ’80 del mostro sacro Friedkin.

Le musiche sono un altro strumento importante utilizzato da Refn per confezionare il suo gioiellino: sono affidate all’elettronica di Kavinski mentre lo stupendo tema principale “A Real Hero” (che vi propongo di ascoltare qui sotto) è composto dal dj francese College.

Il lavoro di cesellatura di Refn raggiunge l’apice nella costruzione del personaggio principale, autentico eroe romantico dei nostri tempi: ad una bellezza delicata si contrappone il suo cinismo talvolta brutale, il suo fare tranquillo cela un’esistenza maledetta, ed è senza nome, identificato soltanto da un giubbotto con uno scorpione ricamato sul retro.

Driver - "autista" in inglese - è senza nome ma ha un inconfondibile giubbotto.
Driver – “autista” in inglese – è senza nome ma ha un inconfondibile giubbotto.

“Drive” è davvero un imperdibile viaggio estetico: difficile trovare una tale ricerca della perfezione unita ad una trama altrettanto compiuta, in una sola pellicola.

Dunque, per iniziare l’anno in bellezza, consiglio fortemente la visione di questo film.

Enrico Lido