Somewhere

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LOS ANGELES Nel 2010, Sofia Coppola si aggiudica il leone d’oro alla 67ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia con il film Somewhere. La giuria è presieduta da Quentin Tarantino che descrive l’opera come un sistematico scivolare di carezze: “Il film ha il tocco tipico di Sofia e il premio è assolutamente meritato”.

La Coppola qui non esercita solo il suo stile femminile e pop ma si scopre e si racconta attraverso un susseguirsi di immagini che invitano lo spettatore a sentirsi parte integrante della storia. Il film si ispira alla giovinezza della stessa regista e alla vita senza tempo delle star di Hollywood (distretto di Los Angeles), fatta di viaggi, attese e rapporti occasionali. Sofia Coppola riesce con Somewhere a farci percepire il mondo rarefatto del protagonista Johnny Marco, interpretato da Stephen Dorff. Questa sensazione è data dall’uso di colori tenui, inquadrature fisse con leggeri zoom in, musiche emozionali e dall’introduzione ai personaggi con delicata tenerezza.

La storia è ambientata nel celebre Chateau Marmont, hotel di Hollywood frequentato da divi e paparazzi, dove Johnny riceve la visita inaspettata della figlia undicenne. L’arrivo di Cleo (Elle Fanning) è secondo alcuni il mezzo per la riconquista emotiva del padre, per altri è solo una dolce parentesi che rallenta il moto perpetuo della Ferrari di Jonny. Il rapporto padre-figlia ha comunque una nota di tangibile magia. L’affetto non ha bisogno di fare rumore per dimostrarsi. Johnny e Cleo si rifugiano dal trash della tv e dal caos della città, passando le loro giornate in hotel, dove imparano a conoscersi senza sentire il bisogno di dirsi niente.

A differenza dei film precedenti, dove la colonna sonora è spesso composta appositamente (come dagli Air ne “Il giardino delle vergini suicide”), solo Love like a Sunset dei Phoenix accompagna il film; le altre musiche – come “I’ll try anything once di The Strokes – sono spesso diegetiche, cioè parte integrante del film. La musica lascia così spazio ai protagonisti, amplificandone l’emotività.

Marta Mangiucca