I panni sporchi (non) si lavano in casa

Giulia Dedionigi



 

Cosa mi manca dell’Italia? Meg lavora in ufficio con me, si è sposata da poco con un ragazzo indiano e i weekend li passa con i suoceri a 2 ore da Manhattan. Loro hanno la lavatrice. Susan, dell’amministrazione, abita nell’Upper East e usa quella del palazzo. Deve stare attenta perché alle 10 pm la lavanderia in comune chiude e il bucato resta a metà strada tra schiuma e centrifuga. Io, appena trasferita, ho optato per il lilla. Mi sono armata di questo sacchetto gigante e, nel frattempo, ho imparato: che cosa significa l’espressione “fare un fagotto”; che tutte le strade di Brooklyn portano alla laundromat (lavanderia a gettoni) dei signori Hu; che quando ci insegnano che i panni sporchi si lavano in casa, si sbagliano. Non conoscono i newyorkesi. Ore 11  pm: sembra l’happyhour, fatico a trovare una lavatrice. Mutande, calze e reggiseni girano sotto gli occhi di Alfredo, l’uomo che mi vende la carne, Samia, che ogni mese viene a ritirare l’affitto e Max, il vicino di casa con cui speravo di fare amicizia. In un’altra sede.