Un amore en passant – seconda parte

Ezechiele Lupo | Il giudice sul mulo

Proprio in quel momento iniziò a nevicare di nuovo. I fiocchi erano grossi e asciutti: avrebbe attecchito in fretta. Si voltò a guardar fuori. Un ragazzo alto in giacca sportiva entrò nel caffè, vedendola seduta in fondo si avvicinò e si sedette di fronte. Lei sorrise ed entrambi si sporsero per baciarsi.
Lui si tolse la giacca e le chiese: “Cosa hai preso?”
“Un cappuccino.”
“Con la cannella…” chiese lui senza chiedere.
“Si.” Annuì lei.
Lui replicò: “Ottimo…”
“Lo so, lo so…” Disse a bassa voce lei che continuò: “Che prendi?”
Arrivò il cameriere con il cappuccino ed il conto. Poi si voltò verso di lui e chiese: “Cosa le porto?”
“Un caffè macchiato, per piacere.”
Lei sorseggiò piano il cappuccino e lo ripose sul piattino bianco.
Lui la guardò e le disse: “Un’ora da cappuccino, il tramonto.”
Lei si passò la lingua sul labbro e chiese: “Ora?”
Lui annuì con la testa e aggiunse: “Hai visto che freddo! Incredibile. Poi andare in giro in macchina è un suicidio.”
Lei annuì e disse: “Sì è vero fa molto freddo. C’è molto traffico in centro, ho visto.”
Bevve un altro sorso e posò la tazza sul tavolo. Lui guardò fuori dalla vetrina, poi guardò lei: “Tutto bene oggi? Come è andata?”
“Sì tutto bene. A te come è andata?” rispose lei.
Arrivò il cameriere con il caffè. “Grazie.” Disse lui. Bevve il caffè mentre lei attaccava il cappuccino. Poi lui rispose: “Normale, niente di particolare.”
Lei guardò fuori dalla finestra. Finì il cappuccino e disse: “C’è Renoir, ti piace vero? Vuoi venire a vederlo, un giorno?”
Lui ci pensò un attimo, poi aggiunse: “Ma… non lo so devo vedere se ce la faccio.”
E abbassò la testa. L’uomo con il giornale si alzò dal tavolo, andò a pagare e uscì. Lei lo vide dalla vetrina passare col giornale sulla testa per ripararsi dalla neve. Il ragazzo la guardò, si diede coraggio e chiese a bassa voce: “Questo clima mi ricorda di quando siamo andati a Stoccolma.”
Lei abbassò la testa. Poi rispose sospirando quasi seccata: “Si lo ricordo. Sei sempre peggio secondo me…”

Lui abbassò gli occhi. Poi rispose sospirando: “Era il momento migliore per te, e il peggiore per me. Andavamo come il telefono duplex. Ma tu non l’hai mai capito.” Lei fece cenno di no con la testa.
“Il duplex? Nel senso che facevamo un po’ a testa ad offenderci. Perché di comunicare non se ne parlava proprio. Ora è diverso, ce ne rendiamo conto tutti e due. Quando tu mi guardi chissà che pensi di me… chissà io perché non ti perdono più.” Disse lei. Poi fece una pausa ma subito aggiunse come per un bisogno impellente pur tuttavia meccanico, una necessità meccanica di spontaneismo: “Ma magari è ancora presto: pensa che bello sarebbe poter uscire insieme altre volte, rassegnarci a dover stare insieme per la vita. Sì, perché no?” Lei sorrise.
Lui si appoggiò allo schienale della panca, la guardò e rispose: “Perché dipende da te. E tu sei insanabile. E io un bugiardo.”
Lei fece silenzio: ormai era quasi ora di cena. Lui prese il giubbotto e se lo mise. Lei lo guardava senza aprire bocca. Poi quando fu pronto: “Va bene allora io vado.”
Lei fece cenno sì. Ma lui si risedette e disse: “Ma, dico io: un po’ di coraggio, un po’ di ambizione ci vorrebbe. Il nostro problema è che siamo due persone vanagloriose, ma senza ambizione. Nulla ci vieta di andare avanti ad ignorarci. Ma tant’è: siamo qua e infatti io me ne vado, e tu non dici nulla.”
Lei alzò gli occhi per guardarlo: “Non vedi come tutto è uno sforzo per capire e comprendere. Non è forse meglio lasciarsi tentare da cose più semplici: non è detto che la complicità si ottenga sempre ad alti livelli. E’ più spontaneo il mio rapporto con un libro, che, vuoi o non vuoi, non ti parla, non ti dice nulla, salvo stupidate. Il raggiungimento di un equilibrio al massimo grado dell’amore non ci è riuscito: proviamoci al minimo. Un amore en passant ricco di vita e povero di qualsiasi cosa ci accomuni.” Concluse lei.
“Ti ho vista spergiurare che mi avresti seguita.” Lui la fissò come se già stesse pensando ad altro, ma non era per nulla vero: lui era concentrato su quello che diceva.
Lei abbassò la testa. “Non lo so davvero: forse è meglio se vai.” Disse lei guardandosi la mano destra.
Lui si alzò e disse: “Dicevo… stai attenta a te.”
Così uscì dal locale. Si alzò il cappuccio e passò di fianco alla vetrina.
Giunse il cameriere e le chiese a bassa voce: “Desidera qualcos’altro, signorina?” Lei lo guardò: “No grazie ora vado.” Mentre prendeva le sue cose e si vestiva il cameriere tornò da lei e le disse: “Mi scusi, ma il suo amico non ha pagato il caffè, forse si è dimenticato…” Il cameriere si interruppe imbarazzato. Lei sorrise sotto la sciarpa e lo rassicurò: “Ok non c’è problema lo pago io.”
La accompagnò alla cassa e lei pagò il caffè. Smise di nevicare proprio nel momento in cui stava uscendo. Voltò a destra, i lampioni erano colmi di neve e gli alberi parevano zucchero filato. Mentre tornava a casa pensava che fosse comunque semplice innamorarsi di lei. Fine

Foto: “Stockholm Pink Subway” Stockholm 2006 © Ezechiele Lupo

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