Tu vuo’ fa’ il vegetariano

Allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre 2013 sono diventata vegetariana. Ecco, forse, tenendo conto delle tartine al salmone del cenone, a mezzanotte e mezza. Ad ogni modo ho fatto voto solenne che da quel momento in poi, per due mesi, sarei diventata erbivora. Era il mio “buon proposito” per l’anno nuovo. Perché per soli due mesi? Perché – e qui rischio fischi e pomodori – non l’ho scelto per un motivo etico né perché costretta dalla salute. Non che manchino delle motivazioni etiche per fare questa scelta, intendiamoci.

Solo che io l’ho scelto – me lo sono prefisso – per curiosità. Semplicemente, quante volte vi siete imbattuti in qualche vegetariano/vegano che vi ha detto di stare mooolto meglio, di sentirsi diveeerso, di essere migliore da ogni punto di vista da quando diventato tale…? Beh, a me abbastanza da farmi scattare il pallino di provarlo: non mi bastava prendere per vero quello che avevo sentito dire.
Dopo due mesi di ligio vegetarianismo, però, posso dire di non aver sentito una virgola di cambiamento, se di salute o benessere vogliamo parlare. E di questo sono un po’ dispiaciuta: non mi sento molto meglio, né diversa, né migliore. Senza dubbio, però, diventare periodicamente vegetariana è stato un cambio di programma divertente da osservare: è una presa di posizione non soltanto individuale, ma sociale. Per prima cosa sono arrivate le reazioni costernate di amici e conoscenti, incapaci di darsi una motivazione “Ma sei matta? Come si fa a stare senza carne?”, “Fai bene, ti ammiro. Io non ci riuscirei mai”, “Ma da quando?”, “Non è il periodo giusto.”, “Ma perché?!?”. Insomma, il panico. La mia risposta poi non convinceva nessuno. Nella prima settimana del mio vegetarianismo sono stata invitata a due, non una, grigliate di carne e ad entrambe ho assistito dall’alto della mia ciotola di insalata e verdure grigliate; alla seconda è stata addirittura preparato – solo per me – un piatto di focaccia al formaggio di Recco, richiamando sguardi invidiosi dai piatti vicini colmi di rosticciana e braciole. Sofferenza? Zero.

Evitare la carne è difficile perché mangiarla è un fatto sociale. Ma se vista da un altro punto di vista è addirittura una facilitazione: rende la scelta al ristorante molto più semplice perché guardare un menù è un gioco ad esclusione; inoltre, alle cene è un modo di mangiare di meno. Va aggiunto che il vegetarianismo ti apre gli occhi su molti cibi mai notati prima: ho scoperto che in piadineria esistono le piadine integrali con solo verdure e formaggi, ad esempio, e ho imparato a cucinare i legumi, cosa che prima non mi era mai saltata in padella. Per non parlare di tofù e seitan: non sapevo neppure che aspetto avessero, o  in che reparto del supermercato cercarli. Gli hamburger di soia, poi, non sono affatto male. Vegetarianismo vuol dire anche superare i propri momenti di debolezza: quando la mia coinquilina ha lasciato la busta di prosciutto cotto aperta in frigo, o quando ho realizzato che avrei dovuto rinunciare anche ai panigacciVegetarianismo vuol dire informarsi per forza sui valori nutritivi degli alimenti: quando un’amica studentessa di biologia mi ha spaventata dicendomi che senza la b12 della carne avrei avuto scompensi nervosi mi sono dovuta informare; fortunatamente, ho scoperto che la stessa vitamina si trova anche in latticini e uova.

ApritiSesamoRistParmaInsieme alle nuove ricette, essere vegetariano ti fa scoprire anche nuovi locali vegetariani, una realtà in crescita: non bastava il fast-food vegano in centro a Pisa, sono andata al ristorante Il Vegetariano, a Firenze. Menù veg friendly con un sacco di tortini di radicchio, patate e bietole, cous cous di seitan, lasagne al pecorino e molti molti dolci. Il locale era stracolmo di gente alle 19.30, il che lascia spazio a due interpretazioni: o è davvero un locale “in” o i vegetariani mangiano molto presto. Intorno a me c’erano persone di tutti i tipi: prevalentemente di mezza-età evidentemente yogisti o amanti di filosofie orientali, ma anche giovani, gente normale, chiunque. Una seconda esperienza è stata quella al ristorante vegano e bio Apriti Sesamo, l’unico in tutta Parma (in quanto regina dei salumi). Un posticino ancora più curioso, non soltanto per l’arredamento colorato – a metà tra un centro sociale e l’ingresso di una palestra yoga – ma per il menù completo fisso a 30 euro con tanti diversi assaggi. Unica delusione? Il dolce, senza uova né latte, sembrava fatto di cartoncino.

La visita ai due ristoranti veg friendly mi ha lasciato l’impressione che quella di rinunciare alla carne sia una scelta in diffusione, data non soltanto da motivi giusti etico-ecologici ma talvolta anche da una moda. Magari però è solo filtrata la notizia che in India c’è un tasso di tumori molto più basso che in Europa: ma non, come pensa mio padre, perché mangiano curry, bensì perché un terzo della popolazione è vegetariano per motivi religiosi. Pensando allo stato igienico del Gange mi viene da dirmi “e menomale”.

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