“Città Aperta” di Teju Cole

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Sketch by sketchthebook.tumblr.com

NEW YORK Julius, il narratore tedesco-nigeriano di questa storia, è uno studente di medicina, all’ultimo anno di specializzazione in psichiatria; Julius è anche un pellegrino urbano che ama vagare per le strade della città che non dorme mai, soprattutto di notte. Lui vede la città come se fosse una paziente da studiare e osserva soprattutto Manhattan, “la più strana delle isole”. Alcune descrizioni hanno un’atmosfera quasi allucinatoria, altre invece mostrano la sua city quasi come un’intima cittadina di provincia, fatta di quartieri accoglienti con legami familiari, religiosi, etnici. Julius incontra tantissime persone e ascolta le loro vite. A volte sembra trovare un certo conforto, altre invece lo disorientano. Julius è un tipo singolare, una sorta di flâneur contemporaneo; camminare con lui per le strade di New York è un po’ come trovarsi (o perdersi) in mezzo alla cosiddetta città-mondo o villaggio globale dei nostri tempi.

Città Aperta (titolo originale: Open City – 2011) è il pluripremiato romanzo di debutto di Teju Cole: nato nel 1975, cresciuto in Nigeria e arrivato negli Stati Uniti nel 1992, è giornalista, scrittore, fotografo e storico. Vive a Brooklyn e la sua New York è una città di immigrati: nigeriani, keniani, siriani, libanesi, malesiani, haitiani, cinesi e altri ancora, tutti arrivati per sfuggire da qualcosa e inseguire il sogno americano.

“A powerful and unnerving inquiry into the human soul. Cole has earned flattering comparisons to literary heavyweights like J.M. Coetzee, W.G. Sebald and Henry James, but “Open City” merits higher praise: it’s a profoundly original work, intellectually stimulating and possessing of a style both engaging and seductive.” – Time Magazine

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Morningside Heights è un buon punto per partire. Incastrato fra la cima di Central Park e il fondo di Harlem, è un punto di partenza buono come ogni altro per le peregrinazioni di questo flâneur contemporaneo, il narratore nigeriano-tedesco Julius, che nella città simbolo della modernità incontra persone, luoghi ed epoche differenti, e lascia che ogni impressione germogli in idee per il nostro tempo. Scritto in una prosa che ricorda quella di W. G. Sebald e J. M. Coetzee, questo poliedrico esordio ha fatto di Teju Cole una delle voci più promettenti e acclamate del panorama letterario contemporaneo.

Nato da madre tedesca e padre nigeriano, formato alla Nigerian Military School di Zaria e trapiantato adolescente negli Stati Uniti, lontano da affetti e radici, il narratore Julius, all’ultimo anno di specializzazione in psichiatria, non appartiene a nessun luogo. Quando comincia a vagare per le strade di New York, nell’autunno del 2006, lo fa con il distacco dell’outsider, la profondità dell’intellettuale e l’agio del flâneur. La migrazione degli uccelli è l’occasione per riflettere sul «miracolo dell’immigrazione in natura», ai cartelli che annunciano la chiusura della catena Tower Records fanno da contraltare le meditazioni sulla musica amata, Mahler in testa, e un acquazzone sulla Cinquantatreesima è causa di una precipitosa ritirata nell’American Folk Art Museum e della conseguente fascinazione per la pittura di John Brewster lì esposta. Di casualità in intenzione, Julius si muove nelle geografie newyorchesi incontrando persone di ogni classe e cultura, vedendo scorci scolpiti o in mutamento, lasciando che ogni impressione si depositi sul fondo della coscienza e da lì, come cerchio in uno stagno, si propaghi ad altri cerchi, ad altre impressioni. Molte di esse rilucono attraverso il prisma del colore della pelle: ascoltando un concerto alla Carnegie Hall, il narratore nota stancamente quanto siano rari gli spettatori neri nella sala, e un taxista sulla Sixth si mostra indignato al mancato saluto di un «fratello» come lui. L’outsider Julius rifiuta recisamente quelle istanze di appartenenza («non ero dell’umore per sopportare gente che pretendeva qualcosa da me»), e tuttavia la cartografia del sopruso che, con spirito quasi archeologico, va scavando nelle pieghe della città – quando visita l’antico «luogo di sepoltura per negri» di Brooklyn, o raccoglie il racconto del mite lustrascarpe haitiano o quello rassegnato del giovane liberiano recluso nel centro di detenzione per clandestini del Queens – incide necessariamente la questione identitaria. Mentre accoglie universi, Julius rimane impenetrabile. La sua storia personale resta semioscura perfino quando affronta un viaggio a Bruxelles per riscoprirla, e così i cerchi sullo stagno si ricompongono su segreti scuri come quell’acqua.

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Author: Teju Cole

Site: www.tejucole.com | Twitter: @_firescript | Flickr: tejucole