Hemingway

Asincheraglia | Il giudice sul mulo

Ernest Miller Hemingway

Iniziò a leggerlo nel bagno, in un momento di profonda intimità. Poi aprì la porta e uscì, proseguendo sul divano, vestito di sole mutande. Gli occhi scorrevano le parole, mentre la ruvida tappezzeria arrossava la schiena. Senza cambiare sguardo, bevve un sorso, muovendo le pupille per scoprire le lettere coperte dal bicchiere.

Quando la luna saliva pensò alla sua banalità e girò pagina su pagina, nutrendosi di frasi e punteggiatura. Col passare dei giorni, il pasto era un rito che si consumava fra bocconi distratti e attente occhiate alle metafore, alle onomatopee, alle metonimie.

Una mattina dovette usare la macchina. I gradini scivolavano due dopo ogni pagina. Completò una analessi entrando in auto. La strada non rapì la sua attenzione.

Interrogato nei momenti successivi (in realtà non esisteva più il tempo) rispose: “Pensavo al buio della confidenza. Pensavo alla leggerezza delle dita. Pensavo al mare e alla neve. Pensavo al trucco dei rami spezzati e colorati di nero – arrivano le sirene –. Pensavo alle sue gambe”. L’airbag mormorava l’ultimo fiato. I vetri continuavano a cadere. Cercò di conservare le sue convinzioni. Un sorso di vento, spostandogli i capelli bagnati, lo portò via.

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