Ryozen Kannon, il tempio in cui puoi camminare dentro un Buddha

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Chiara Grondana

17/09/2017

KYOTO, quartiere di Higashiyama

Questa storia inizia con un gelato e finisce con un Buddha alto 24 metri.

Anzi, inizia con l’influenza. Domenica, giorno libero, voglio uscire lo stesso ma va tutto storto. Sono più debole del previsto, il negozio Ghibli è pieno di gente e c’è pochissima merce dei miei film preferiti (Totoro ovunque) e la pagoda che voglio visitare è chiusa.

Sto scendendo la viuzza che dalla pagoda porta alla strada principale quando alla mia destra vedo un bugigattolo e un’insegna “soy milk ice-cream 350 yen”. Mal di gola. Gelato fresco. Mio. Il commesso è così gentile da accettare i miei 10.000 yen senza fare una piega ed eccomi un po’ più contenta. Una raffica di vento improvvisa alza gonne e ribalta insegne un po’ come per dirmi ora guai se torni a casa.

E a casa non torno, cammino baldanzosa mangiando il gelato (male, in Giappone non si mangia e cammina, troppo istinto italiano in me) e giro a destra seguendo l’insegna per la statua gigante del Buddha. Quest’area è piena zeppa ti templi e statue e da qualche parte dovrò pur iniziare.

Il Buddha domina la collina ma sembra che nessuno lo veda. Nessuno sa di questo tempio, tutti ci passano davanti, superano lo spiazzo ed entrano nel tempio successivo. È un segreto in bella vista.

Il Ryozen Kannon è stato costruito negli anni ’50 per commemorare le vittime della seconda guerra mondiale, ma può essere visitato come un semplice tempio. All’ingresso mi viene dato un incenso acceso da lasciare nell’incensiere davanti all’edificio sormontato dal Buddha.

Porticato, laghetto, collina sullo sfondo. Simmetrie e solitudine. Ci sono poche persone e questo mi permette di fare tutte quelle cose che non oso fare davanti agli autoctoni. Mi lavo le mani e la bocca ripetendo le mosse che ho imparato a Tokyo, appendo una piccola preghiera presso un altare costruito attorno a una grande sfera metallica (girarci tre volte attorno toccandola con la mano destra può far esaudire le tue preghiere). Ogni tanto qualche monaco in veste bianca e capelli rasati esce dal tempio sotto la statua.

Siamo al limite est della città e piccole tombe e templi sono nascosti fra gli alberi. Raccolgo una foglia rossa, una delle prime. Gli alberi sono pieni di muschio e mi rendo conto di quanto stiano (e stiamo) meglio in una radura queste pietre e queste statue, piuttosto che tra il cemento. Un cartello mette in guardia contro le scimmie selvatiche, ma non ne vedo. Attraverso le canne di bambù vedo invece i visitatori del tempio adiacente passeggiare per un sentiero, ignari di cosa ci sia oltre le piante.

Una rampa di scale porta dietro al Buddha e al suo interno. Qui l’odore di incenso è forte e nella penombra mi aspettano tanti altari e tanti buddha, uno per ogni segno zodiacale dell’oroscopo cinese. Prendo tempo, camminando lentamente, guardando le diverse statue e cercando gli anni che mi interessano. Accendo una candela per ogni membro della mia famiglia (cavallo, cane e cinghiale) e quando arrivo al mio (scimmia) dal piano di sotto iniziano a suonare delle campane e dei tamburi.

Ogni giorno, quattro volte al giorno i monaci pregano per i due milioni di giapponesi morti durante la seconda guerra mondiale, ed io ho la fortuna di sentirli e vederli. Sono separati dai visitatori da una parete di vetro. Cantano, suonano, circondati dall’oro e dai colori della loro religione.

Ultima tappa è il memoriale al milite ignoto e ai caduti della guerra. Dopo giorni di architetture e arte orientali, questo edificio è pressoché una chiesa, uno strano miscuglio di est ed ovest. Intonaco bianco, una statua di Minerva, la riproduzione di una pittura minoica e al suo fianco una ghirlanda di origami, le gru, come le mille di Sadako.

Una targa incisa nel marmo ricorda il milite ignoto e inneggia alla pace nel mondo, in inglese. Sembra tutto surreale. Una vetrinetta raccoglie terra e sabbia dai cimiteri militari in giro per il mondo e un armadio pieno di cassetti (che non si aprono) raccoglie i nomi di tutti i soldati stranieri morti in terra giapponese.

Esco, ma solo perché è quasi orario di chiusura. I corvi urlano come hanno urlato per tutto il tempo, ma in un posto così non riesco a credere che parlino di malaugurio.