Il Centro Pecci e l’arte esperienziale

Andrea Metafuni

Stories by the “Creative Curious Travellers 2016” about the city of Prato. Thanks to: Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci | Camera di Commercio di Prato | USE-IT Prato | LeCù | Fonderia Cultart | Biscottificio Antonio Mattei | Cibino Take Away | Gelateria Fior di Sole | Apothéke Cocktail Bar | Dolci Amari | Caffè Vergnano | Camaloon | The GIRA.


PRATO “Parto!” è ciò che ho detto appena ricevuto l’invito da CCT. “Parto” è un po’ il mix tra le parole “arte” e “Prato” e da un certo punto di vista, almeno dal mio, da come ho visto questa città, ha molto senso.

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In Ape Calessino The GIRA su Viale Galileo Galilei, Prato

Sì, perché l’invito consisteva proprio in questo: trascorrere un paio di giorni a Prato e avere il piacere di visitare il Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, da poco ampliato dall’architetto Maurice Nio, autore del nuovo edificio “Sensing the Waves” che oggi circonda il progetto originario di Italo Gamberini.

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“La fine del mondo” – Centro Pecci, Prato

Sono partito da Bologna insieme a due amici, Riccardo e Giacomo, e dopo aver attraversato gli appennini tosco-emiliani sull’autostrada A1 (rigorosamente “la panoramica” per non perderci lo spettacolo delle montagne), in circa un’ora e trenta minuti di viaggio, siamo arrivati a casa di Elena che con CCT-SeeCity ha organizzato la CALL for Creative Curious Travellers 2016, l’iniziativa che ha ospitato a Prato i #CCTravellers2016. Dopo averci consegnato alcuni gadgets tra cui i simpatici notebooks firmati #BrokenEnglish by LeCù, una guida alla città e mappe varie, adesivi da appiccicare in giro per il mondo e tre spillette CCT – le nostre “chiavi” alla città – ci ha affidato anche le chiavi di quello che sarebbe stato il nostro incredibile mezzo di trasporto: l’indomabile Ape Calessino di The Gira! Una sorta di tuk-tuk, grazie al quale, con la sua potenza inaudita, abbiamo sfrecciato ai 50 km/h per le strade di Prato e colline che la circondano!

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“La fine del mondo” – Centro Pecci, Prato
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Cibino, Prato

Recuperato tutto il materiale ci siamo diretti verso Cibino, un locale appena fuori le mura del centro storico, dove abbiamo pranzato con pietanze sane e squisite. Davvero ottimo cibo! Qui siamo stati subito identificati come “stranieri” dalle ragazze di Lottozero che ci hanno invitato a visitare la mostra al loro spazio, un nuovo laboratorio di ricerca per il tessile, tra moda, arte e design. Invito accettato con molto piacere e luogo davvero interessante da conoscere!


IL CENTRO PECCI e LA FINE DEL MONDO

Dal quartiere di Lottozero, a due passi dal cuore della cosiddetta China Town pratese, ci siamo finalmente diretti verso il Centro Pecci per visitare la mostra inaugurale dal titolo “La fine del mondo“. Mostriamo le spillette e quindi ritiriamo i biglietti: ci sentiamo un po’ rockstar, non ci capita così spesso di ricevere cose belle senza pagare! Si entra proprio dalla nuova ala realizzata da Nio e la prima stanza in cui ci si imbatte è questo luogo distrutto, dove le pareti cadono a pezzi e la cenere ricopre la scenografia di quello che sembra essere un ufficio di lavoro dei primi anni ’90. L’opera è dell’artista svizzero Thomas Hirschhorn, dal titolo “Break Through” e sembra di essere immediatamente proiettati in un mondo post apocalittico.

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Da qui ci spostiamo verso un corridoio e, superati i quadri “Sunsets” di Andy Wharol, si entra letteralmente in una delle opere che più mi ha colpito: l’artista è Henrique Oliveira e l’opera si chiama “Transcorredor”: una sorta di disevoluzione architettonica, dove l’ingresso non è altro che un corridoio moderno, dai muri bianchi, il soffitto sicuro e i pavimenti curati, poi, man mano che si prosegue, l’intera costruzione peggiora e sembra di tornare indietro nel tempo; ora i mattoni sono a vista, ora il soffitto è fatto di paglia, ora i muri e il pavimento non sono altro che pezzi di legno, poi una caverna di roccia e sassi e infine un albero!

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Esatto, si entra da un corridoio moderno e si esce dal tronco di un albero: è un’opera da attraversare, che regala un’esperienza.

Superata una camera molto buia per vedere e ascoltare “Black Lake” dell’artista e cantautrice islandese Björk, si continua a camminare tra rocce e minerali segnati dalle ere geologiche, appartenenti ad epoche lontanissime.

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E poi un viaggio dall’altra parte del mondo (o forse in cielo?) con l’opera di Garaicoa De Cómo che si intitola “La Tierra Se Quiere Parecer Al Cielo” e occupa un’altra stanza tenuta oscura: il pavimento di luci rappresenta la capitale di Cuba, La Habana, vista di notte e alcuni scalini ci invitano a salire per guardare dall’alto. Una città o tante costellazioni?

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Da qui si passa a stanze bianchissime con muri ricoperti di fotografie e oggetti di nuovo distanti dalla nostra quotidianità, poi alla “Mappa delle creature mitologiche” di Zhijie e ad una stanza dalle pareti blu, dove al centro un gruppo di ragazzini (realizzati con manichini) se ne sta tutto seduto, ordinato e composto, tra i banchi di scuola: vestiti uguali, senza espressione, senza emozione. Risultato di un modello ben rigido e quadrato di istruzione. È l’opera di Tadzeus Kantor dal titolo “Children at their desk from the dead class”, datata 1989. Inquietante ma non ho potuto fare a meno di fermarmi e osservarla per alcuni minuti.

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La stanza successiva è molto forte e intensa: fotografie esposte e tra queste una serie che combina insieme la guerra e il mondo della moda. Non per i deboli di stomaco. E ancora più avanti, una delle opere di maggior impatto fisico e visivo di tutta la mostra, quella di Cai Guo-Qiang – artista cinese, adottato da New York e riconosciuto internazionalmente – con i suoi 99 lupi di “The Allegory Of 99 Wolves”. Questa sua onda di lupi che va a sbattere contro una parete di vetro, cade e ricomincia, rappresenta l’impulso cieco delle masse umane, delle persone – animali sociali – che eseguono e perseguono gli ordini imposti dalla società, senza alcun senso critico, etico o razionale, senza mai fermarsi a pensare e riflettere. La parete di vetro è il muro invisibile contro cui sbatte ripetutamente l’umanità, quasi a significare l’inutilità della rincorsa presa dal branco e la futilità delle azioni e degli sforzi di chi, contro tutto e tutti (come un lupo), agisce senza cognizione di causa. Dopo l’impatto, realizzata la loro inutilità, ai lupi non resta altro che andarsene indolenziti, sconsolati, con la coda tra le gambe, e tornare indietro a idolatrare qualche altra astrazione che gli possa dare conforto, come la M di un McDonald.

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L’ultima stanza è completamente bianca: file di sedie imbiancate al centro, con alle spalle un organo da chiesa con tanto di crocifisso e tutto intorno, appesi alle pareti, diversi oggetti di uso comune e quotidiano. Tutto rigorosamente bianco.

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Gli artisti che espongono sono tanti, alcuni molto giovani e ancora poco conosciuti, molti dei quali provenienti da aree geografiche in cui sono presenti forti contrasti e conflitti, come l’Europa dell’Est, il Nord Africa, il Medio Oriente, il Sud America. Diversi i linguaggi (pittura, scultura, multimediale, concettuale, sonoro, etc.) dal contemporaneo al moderno e persino alcuni pezzi storici del Novecento come “Forme uniche della continuità nello spazio” di Umberto Boccioni (prendete 20 centesimi e girateli dalla parte della figura: quella scultura è esposta qui), Marcel Duchamp, Pablo Picasso e Lucio Fontana.

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Il bello del Centro Pecci è proprio questo: l’osservatore si sente immerso e travolto dalle opere. Nell’arte ci cammini, puoi entrarci letteralmente dentro, osservi le proiezioni ed i film che scorrono lungo le pareti, senti i suoni e i rumori, ti incanti ad osservare sculture, quadri e tele. È un susseguirsi di arti visive, diverse tra loro, sparse senza necessariamente una logica comune, ma capaci di travolgerti, di farti provare diverse sensazioni inclini al distacco di questo mondo, capaci di prenderti per mano e portarti dentro di loro, dentro questo mondo fragile: dal clima alla società, i segnali di un’inclinazione preoccupante sono tanti. Il distacco dalle vecchie certezze, dai vecchi ideali, è evidente già a tutti ma questa mostra suscita un nuovo dubbio, una domanda. Il visitatore riflette al cambiamento, sempre più veloce, a questa grande corsa che il genere umano compie tutti i giorni senza chiedersi mai abbastanza dove stia davvero andando. 

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Una mostra esperienziale di alto livello artistico che consiglio a tutti di visitare prima che termini (19 Marzo 2017). E cosa ci sarà dopo “La fine del mondo”? Dopo questo inizio, varrà sicuramente la pena scoprirlo! 


Ciao Prato, alla prossima mostra!

Finita la visita al Centro Pecci abbiamo ripreso il nostro mezzo e fatto un giro per le strade di campagna che circondano Prato, così, giusto per rallentare un po’ il traffico. Sono abbastanza sicuro che il rumore che sentivo non era solo quello del motore: non so quanti insulti abbiamo ricevuto dalle macchine dietro a noi che mettevamo in fila quando, per sbaglio, abbiamo imboccato la tangenziale! Verso sera, un giro in centro per vivere Prato by night, una birretta tra amici e infine a letto. La mattina seguente abbiamo salutato Elena prima di ripartire per un pomeriggio a Firenze (che da qui dista solo una ventina di km) ringraziando nuovamente CCT della fantastica esperienza. A presto Prato, ci vediamo alla prossima mostra! 😉 

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YAB stickers
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The GIRA

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Caffè letterario Bacchino, Prato
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Piazza delle Carceri, uno scorcio dal Castello dell’Imperatore, Prato
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Duomo, Prato
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Duomo, Prato
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Piazza Duomo, Prato

PS: Ho dimenticato i cantucci, maledizione. Rimedio quanto torno. 😉 

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