Paris, Giorno Zero

verre-plaque-plnoir-noir

PARIS Il giorno dopo, mi sono svegliata con una strana sensazione. Il mio stomaco non stava bene, non aveva digerito; stavo respirando velocemente, da ferma, mentre la camera era ancora al buio e avevo gli occhi chiusi. Ho pensato di aver fame, come ogni altra mattina. Ma questa mattina era diversa. Dopo quei tre secondi che rompono il sonno, appena prima di essere davvero sveglia e in pieno possesso delle mie facoltà, mi sono ricordata. Accidenti, sì, ieri è accaduto qualcosa di grave. Il dolore nella mia pancia non era fame ma paura.

Sapevo che le cose non sarebbero più state le stesse, anche se questa era solo una sensazione; io non avevo (né ho) assolutamente nessuna idea di ciò che significa «essere in guerra». Con chi? Non ci sono soldati in strada né fumanti rovine intorno a me, e anche le tonnellate di messaggi preoccupati che ho ricevuto quella notte (“Stai bene? Ti prego rispondi il prima possibile!”) sembravano fuori luogo, come se non li meritassi. Ero lì, certo, ma non ero lì allo stesso tempo: io non sono una delle vittime, né uno dei testimoni. Io non sono stata toccata direttamente, così credevo.

È sorprendente osservare come la tua vita possa essere improvvisamente scossa. Tutti noi abbiamo in mente questo cliché quando accade un dramma, che ci sia un “prima” e un “dopo”; quello che non immaginiamo è il passaggio da qui a lì che non è immediato, ci vuole tempo, ore e giorni, affinché le cellule di tutto il corpo possano integrare i nuovi dati: “Siamo in guerra. La Francia è in guerra». È così da giugno 2014, ma alcune realtà devono essere in qualche modo vissute per diventare reali.

Ero nel parco di Nanterre – sobborgo di Parigi – ad assistere ad uno spettacolo quando ho ricevuto l’avviso da Le Monde. Breve, efficace, poche parole: “Sparatoria a Parigi, già 9 vittime”. Venerdì 13 Novembre 2015, ore 21 e qualcosa. E questo era solo l’inizio di una lunga notte davanti alla TV, guardando più volte le stesse immagini di orrore, ascoltando gli stessi discorsi che avrebbero creato un’intera letteratura online nei giorni seguenti (nel bene e nel male), questo articolo ne è una piccola prova.

Prima che i terroristi premessero il grilletto, mi stavo divertendo (o qualcosa di simile) a teatro. Lo spettacolo era “4” di Rodrigo Garcia. Onestamente, non riuscivo a capire di cosa si trattasse, tutto quello che ricordo è che mi sono detta quanto odiavo la violenza che gli attori stavano usando contro quattro galli, costretti a indossare scarpe da ginnastica sul palco. Il capriccio del destino.

La gente muore ogni giorno, in Francia e in tutto il mondo. Ma più in tutto il mondo che in Francia. Ero a quel punto del mio pensiero quando ho avuto questa visione nel parco: un lago circondato da grattacieli e sopra le stelle nella notte chiara. Ho avuto un colpo, nessun gioco di parole inteso. È stato così bello che ho dovuto smettere di camminare, smettere di pensare. Come possono gli umani essere allo stesso tempo così grandi e così malvagi, essere in grado di far apparire tanta bellezza dal nulla e distruggerla in un istante?

Il tragico evento si è avvicinato a me lentamente, un po’ di più ogni volta che nel métro, sulla via di ritorno a casa, vedevo qualcuno prendere in mano il telefono dicendo: “Io sto bene, non ti preoccupare”. Nessuna reazione di panico intorno a me, ma sapevo che alcuni luoghi di Parigi erano sopraffatti dalla gente in fuga. A me, invece, sembrava di vivere la calma prima della tempesta. Solo che questa tempesta non è mai arrivata.

Perché si tratta di questo: una tempesta che non arriva mai. La maggior parte di noi conosceva qualcuno che è morto nel Bataclan, o conosce qualcuno vicino a una delle vittime; infatti, saremmo potuti essere noi. Sì… ma non lo siamo stati, e questo è il dettaglio che cambia tutto. Ora, abbiamo paura di prendere la metropolitana nei momenti di punta, di bere l’acqua dal rubinetto (beh, questo già prima ad essere onesti), di stare fuori fino a tardi e tornare da soli, di bere un drink “in terrazza” (seduti ai tavoli fuori dei bar) o di andare a vedere un concerto. Ci si sente come se fossimo tutti in attesa di qualcosa che vuole ucciderci. Ma indovinate un po’, la vita lo sta facendo proprio adesso.

Un giorno, un uomo saggio ha detto: “oggi è il primo giorno del resto della mia vita”. Bella battuta. In effetti, quello che stavo realizzando in ogni cellula del mio corpo, in quel giorno pari a zero, è che in termini di vita, avevo solo questa. Meglio che mi diverta. In un certo senso, meglio “spendere bene i soldi” anche se “ci sono alcune cose che il denaro non può comprare”. Finché ho sangue che scorre nelle vene, il gioco non è finito.

mois-sur-fond-noir-minimalisme_21336

– tradotto da Elena Mazzoni Wagner

Marie Beckrich