La rinascita di Sarajevo

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SARAJEVO “Sarajevo è una città particolare perché ne comprende tre al suo interno: Istanbul, Vienna e Mosca” – mi dice con orgoglio Louban, 27 anni, cameriere di uno dei tanti caffè della Baščaršija, il vecchio quartiere ottomano, mentre sorseggio un caldo e confortante tè alla menta. È domenica mattina, le stradine acciottolate del centro tardano a riempirsi, il bar è ancora semivuoto e allora Louban ne approfitta per sedersi accanto a me e parlare del difficile passato e allo stesso tempo delle prospettive future della sua città.

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Fondata nel 1461 dal governatore ottomano Isa-beg Ishakovic, che diede una struttura organica ai diversi villaggi raggruppati attorno alla fortezza di Vrhbosna, la capitale bosniaca visse il suo periodo di maggiore prosperità nella prima metà del XVI secolo, quando Gazi Husrev-beg fece erigere raffinate moschee, splendidi palazzi e un colorato bazar che costituiscono ancora oggi il cuore della città. Nel 1697 Sarajevo si trovò per la prima volta della sua travagliata storia nel vortice delle guerre etnico-religiose, tanto che l’esercito austriaco guidato da Eugenio di Savoia la diede alle fiamme. Circa due secoli dopo, nel 1878, gli Asburgo tornarono nella città in qualità di dominatori, plasmandola nelle strutture e nei servizi in pieno stile austriaco e inserendola nel contesto geopolitico europeo. L’ingresso vero e proprio nel cuore della storia arrivò invece nel fatidico 1914, quando lo studente serbo Gavrilo Princip assassinò l’erede al trono d’Austria Francesco Ferdinando mentre percorreva uno dei ponti che collega le due rive della città (nominato poi Ponte Latino), evento che provocò lo scoppio della prima guerra mondiale. Dopo il secondo conflitto mondiale, invece, Sarajevo si trovò inglobata nella Jugoslavia comunista di Tito, il quale ne favorì lo sviluppo economico e l’espansione urbanistica attraverso la costruzione, in rigoroso stile socialista, dei nuovi quartieri periferici: l’apice della crescita venne raggiunto nel 1984 con lo svolgimento dei Giochi Olimpici Invernali.

Poi, all’improvviso, il collasso della Jugoslavia all’inizio degli anni ’90 e la guerra contro i serbi segnata dal durissimo assedio cui la città fu sottoposta tra il 1992 e il 1995. Un momento in cui Sarajevo sembrò scomparire sotto i colpi dei proiettili e delle bombe che uccidevano i cittadini e abbattevano i palazzi. Qui il tono di Louban si fa improvvisamente più cupo, la voce si abbassa, lo sguardo si fissa su una foto appesa alla parete raffigurante lo scheletro di un grande edificio posto sullo stradone e tristemente noto come Viale dei Cecchini, simbolo evidente di quegli infiniti mesi di terrore che portarono alla morte di diecimila persone. Come tanti suoi coetanei, Louban la guerra non l’ha vissuta da vicino: per sfuggire all’assedio è scappato all’estero con la famiglia, ma la memoria di quei tragici eventi è proprio lì, sotto i suoi occhi. Indelebile. Nonostante siano passati più di quindici anni dalla fine del conflitto, dalle sue parole traspare un forte senso di appartenenza alla propria nazione e allo stesso tempo un rancore mai veramente sopito verso i criminali serbi, i cui nomi vengono puntualmente pronunciati con un misto di freddezza e astio. “Loro ci odiano” ripete più volte, consapevole che una vera e propria riconciliazione tra i due popoli difficilmente si realizzerà in tempi brevi.

Il sorriso e la fiducia tornano sul volto di Louban quando mi parla del presente e immediato futuro del suo Paese. Segnata da una tragica guerra, afflitta ora da gravi problemi di disoccupazione e corruzione, la Bosnia ha finalmente deciso di guardare avanti. E Sarajevo si pone come il fulcro di questo nuovo corso, iniziato con la lenta ma progressiva ricostruzione postbellica. Nonostante molti edifici presentino ancora le proprie facciate perforate dai proiettili e dalle bombe, ed altri abbiano la parvenza di rovine spettrali, le macerie lasciate dall’assedio si sono pian piano trasformate in piacevoli viali con animati bar e ristoranti o in frenetici centri commerciali dove comprare il vestito all’ultima moda delle più note griffe occidentali. Principali artefici di questo radicale rinnovamento sono i giovani. Desiderosi di non essere da meno rispetto ai propri coetanei francesi, tedeschi o italiani, i ragazzi come Louban parlano perfettamente l’inglese, usano internet per conoscere l’attualità nel mondo e costruire reti sociali sia interne che internazionali, seguono con passione il calcio europeo e ballano in discoteca al ritmo di musica elettronica. Le principali strade commerciali della città, Ferhadija e Marsala Tita, brulicano di gente ad ogni ora del giorno e della notte, a testimonianza di questa diffusa intenzione di voltare pagina con il triste passato e, più in generale, della grande voglia di vivere che caratterizza i ragazzi della maggiore città bosniaca. E se anche Mc Donald’s è finalmente sbarcato a Sarajevo, ultima capitale europea ad aprire i battenti alla catena madre degli hamburger, significa che l’allineamento al resto del mondo è ormai praticamente completo.

Questa propulsiva spinta verso il futuro e la modernità, d’altra parte, non ha certo impedito a Sarajevo di conservare i suoi originari tratti ottomani che ne permeano il centro storico. Il brulicante quartiere turco della Baščaršija è un incantevole dedalo di stradine e vicoli lastricati pieni di trattorie a gestione familiare e bar orientaleggianti, dietro ai quali si nascondono segreti cortili alberati e piccoli negozi. Qui il rispetto delle tradizioni musulmane si fa improvvisamente più rigoroso: i fedeli si recano in massa nelle due imponenti moschee per pregare, le donne passeggiano con il volto coperto dal velo, gli anziani seduti ai tavolini dei caffé bevono lentamente il çay, gli artigiani espongono nei banchetti i prodotti appena lavorati in rame o argento. Di sottofondo l’immancabile voce del muezzin a scandire il regolare trascorrere della giornata. Perché neanche i sempre più numerosi gruppi di turisti che stanno (ri)scoprendo la capitale della Bosnia riescono a scalfire i ritmi e le abitudini che da secoli regolano questo cuore musulmano che batte tra le montagne dei Balcani. È questa la Sarajevo che i giovani come Louban intendono tutelare e far crescere: una città sospesa tra modernità e tradizione, tra Occidente e Oriente.

Federico Chitarin