Nippon Trip: Hiroshima

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Michele Moricci

HIROSHIMA In circa 17 giorni, abbiamo girato in lungo e largo l’Honshū centrale, quello occidentale e parte del Kansai. L’entusiasmo lascia un po’ di spazio alla stanchezza ma prima di tornare a Tokyo per qualche giorno, in procinto della partenza, il nostro viaggio ci prospetta ancora alcune mete interessanti.

Lasciata Kyoto, infatti, ci dirigiamo verso Miyajima: una piccola isola che ospita da oltre 1500 anni l’elegante santuario di Itsukushima e la sua celebre Torii color vermiglio che “galleggia” sull’acqua. A darci il benvenuto, anche qui, sono i cerbiatti in cerca di cibo o al riparo dal sole sotto gli alberelli. L’isola è affollata di turisti e piccoli negozi che si affacciano sulla strada sterrata e sabbiosa.

Il tempio si riflette sull’acqua limpida, noi però lo attraversiamo in fretta per mirare da vicino la celebre Torii che, adagiata sul mare, troneggia nella piccola baia. Ci mettiamo rigorosamente in fila – come usano i Giapponesi – per metterci in posa ed essere fotografati cortesemente dai turisti dietro di noi. Mangiamo in un piccolo bistrot che cucina fusion, ordiniamo un Sandoichi (sandwich) con uova, prosciutto e salsa wasabi.

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Nel tardo pomeriggio arriviamo ad Hiroshima e decidiamo di spingerci fino al punto più lontano dal centro per visitare il Museo di Arte Contemporanea MOCA. Oltre alla collezione permanente, troviamo una lugubre installazione di Doris Salcedo: un inno silente alla pace in una città distrutta dalla bomba atomica.

Solo il giorno seguente riusciamo a vedere Hiroshima. Iniziamo dal Memorial Peace Park: un viaggio tra gli orribili ricordi della guerra, della bomba atomica e dei devastanti effetti che ebbe sulla popolazione. Attraversiamo i numerosi memoriali dedicati alle vittime mentre il silenzio regna incontrastato negli ampi giardini; tra terrificanti cimeli e reperti fotografici, ripercorriamo quel terribile mattino del 6 Agosto 1945. Difficile non rimanere scossi da tutto quell’orrore. Attraversato il fiume, ci avviciniamo al A-Bomb Dome: l’unico edificio rimasto in piedi durante il bombardamento, ancora visibilmente “piegato” dalla forza dell’esplosione. Non lontano da lì, suoniamo il Gong che echeggia in tutta la piazza per alcuni minuti. Ancora una volta, un inno alla pace.

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Il centro della città è ricco di negozi e hotel; un intero quartiere mescola elementi tipici dell’architettura anni ’80 a quella europeggiante. I grattacieli si stagliano alti e sono interrotti da piccoli edifici e templi sacri. Non c’è molto altro da vedere in città, ma questa pacatezza ci consente di darci una tregua e concederci un po’ di relax.

Prima di ritornare a Tokyo, sappiamo di non poter lasciare il Giappone senza aver tentato di avvistare il Monte Fuji: così ci avventuriamo verso Hakone, da dove dovrebbe mostrarsi in tutto il suo splendore, ignari però che ci sarebbero volute quasi 2 ore di viaggio da Osaka. Un treno ad alta velocità sulla linea “shinkansen“, un altro treno, una funivia e 40€ per arrivare tanto in alto da poter mirare solo un mucchio di nuvoloni che oscurano il Monte Fuji. La Ropeway ci consente di vedere il Lago Ashi e le montagne sulfuree di Owakudani ma niente Fuji. Almeno ci abbiamo provato.

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A tarda sera, arriviamo a Tokyo. I giorni successivi, ci godiamo la città senza fretta, ci prendiamo un Frappuccino al Parco di Ueno e facciamo gli ultimi giri di shopping. Vorremmo avere più tempo per assaporare la vita giapponese, fatta di caos ma anche di placida tranquillità, radicata nella loro cultura, nella natura che avvolge le grandi metropoli e il via-vai quotidiano. Abbiamo fatto nostro ogni momento di questo viaggio per portare a casa tanti ricordi, sensazioni, emozioni. E ci siamo sicuramente riusciti. Ebbene sì, sogno realizzato e chissà che non ci sia l’occasione di tornare per vedere i ciliegi in fiore…


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Michele Moricci