Federico Pagani, in arte An Harbor: “l’amore, l’odio, il rock’n’roll e non mollare mai!”

Questo post è sponsorizzato da:

piumi.com-logo



An Harbor è Federico Pagani, la sua chitarra e l’Alfa GT che lo accompagna in giro per l’Italia (e noi crediamo, presto, anche altrove). Nato il 9 gennaio 1984 a Piacenza, dove vive e lavora, è videomaker, cantautore e chitarrista. E ha una voce… – [Site: anharbor.com | Facebook: An Harbor | Instagram: @anharbor]

– Inizio con una domanda che sul web ti stanno facendo tutti: quando uscirà il tuo primo singolo “By The Smokestack”? E l’album?

Il singolo uscirà a breve. Non sono ancora in grado di darvi una data precisa ma manca davvero poco alla fine delle registrazioni e tra alcuni giorni gireremo anche il videoclip. Il tempo di mettere insieme i pezzi. Purtroppo sto facendo tutto in modo autoprodotto, solo con l’aiuto di un paio di amici, quindi non è così semplice come sembra, basta il minimo imprevisto a posticipare i lavori di diversi giorni. L’album invece spero di riuscire a registrarlo nei prossimi mesi, tra le date del tour… vi terrò sicuramente aggiornati!

– Ti sei fatto conoscere al “grande pubblico” attraverso le audizioni di X Factor 2014, spinto dagli amici, ma suoni e canti, componi e scrivi, da molto tempo. Quanto esattamente? Per nostra fortuna, non hai superato i bootcamp (grazie Mika!) e così adesso possiamo ascoltare la tua musica live, in tour per l’Italia (come ad esempio questo sabato 1 novembre 2014 al “nostro” Place Concert)! Come sei arrivato fino a qui?

Ahahah, vi ringrazio! In effetti è andata bene così. Sì, diciamo che è una storia parecchio lunga da raccontare. Il mio percorso musicale parte tanti anni fa, quando ero ancora ragazzino. Ho suonato con diverse band, ho iniziato come cantante, poi ho suonato il basso; sono ritornato a cantare ma in un modo molto più sperimentale e decisamente poco “ortodosso” e poi ho smesso un’altra volta per un bel po’ e ho iniziato invece a suonare la chitarra… Durante queste esperienze ho maturato pian piano la consapevolezza che mi ha portato a scrivere le mie canzoni e che da quasi un anno e mezzo canto e suono come An Harbor.


– Il tuo nome d’arte è in inglese e letteralmente significa “un porto” ma evoca anche una città nello stato del Mitchigan (USA), Ann Arbor. Raccontaci il motivo di questa scelta e il significato che ha per te.

La faccio breve. Prima di tutto sono sempre stato affascinato dall’immaginario del mare e dei lunghi viaggi in nave. Oltre a questo “un porto” sta a significare un luogo metaforico, niente di religioso o spirituale, semplicemente un obiettivo, un fine a cui tutti siamo destinati, un ritorno sicuro dopo un viaggio bello o brutto che sia stato. Come poi hai giustamente detto, An Harbor scritto con questa grafia evoca appunto la città di Ann Arbor (MI), negli anni ’60 culla del movimento per i diritti civili, del White Panther Party e di gran parte della New Left americana, e patria di alcune delle band più importanti di sempre (almeno per me) come gli MC5 e The Stooges. Quindi, come dico spesso, un significato più “politico” ma in un’accezione decisamente rock’n’roll.

– So che Mr Bruce Springsteen è il tuo maestro assoluto. Cosa hai imparato da lui? E chi altro ti ha fatto innamorare della Musica?

Avete indovinato, Bruce Springsteen è sicuramente il mio primo maestro di musica. Osservandolo e studiandolo negli anni, ho imparato tanto su come si scrive una canzone, su come usare le parole per esprimere concetti semplici ma molto forti e importanti, su come suonare la chitarra e stare su un palco. Ma ancora di più, da un punto di vista umano, è uno dei miei più grandi modelli di vita. Le storie e i personaggi di cui ha scritto e continua a scrivere nei suoi testi, la sua vicenda personale di ragazzo come tanti che si è costruito una Storia e una carriera, passo dopo passo, con convinzione e totale fede nella musica, e ora signore di 65 anni che nonostante tutto continua a suonare concerti come se ne avesse 20, da sempre insieme ai suoi migliori amici… Boh, c’è poco altro da aggiungere se non asciugarsi le lacrime per la commozione.

Ma non c’è solo Bruce, indubbiamente. L’incredibile forza emotiva e comunitaria di tantissima black music mi è entrata nel sangue da tempo. Sam Cooke, Marvin Gaye, James Brown, incommensurabili maestri di stile, quanto di più vicino alla santità possa esserci. E poi, per quanto riguarda l’approccio “etico” alla musica, il modo di viverla, farla, produrla, sicuramente il punk è stato la più grande fonte di insegnamento e credo/spero mi rimarrà tutta la vita.

Ecco, posso dire che il più importante – dopo Bruce – è senza ombra di dubbio un signore di nome Greg Dulli (Afghan Whigs, Twilight Singers, etc.), che ancora oggi mi mostra come sia possibile unire tutte queste cose che amo in una sola.


– In un’intervista hai risposto di essere “semplicemente un ragazzo di provincia come tanti altri per cui la musica, il rock’n’roll, è la cosa più importante che esista.” Adesso questa cosa sta diventando il tuo lavoro. E qual è il tuo più grande sogno?

Il mio sogno sarebbe riuscire a vivere di questo “lavoro” e farlo in modo sempre più serio e professionale possibile. Il mio sogno sarebbe riuscire a portare la mia musica fuori dall’Italia. Ma soprattutto il mio sogno sarebbe riuscire ad arrivare al cuore e alla testa delle persone con le mie canzoni, per quanto sia retorico e banale da dire. Sapere che una mia canzone, una storia che ho raccontato, è stata “utile” per qualcuno, che ha significato davvero qualcosa, anche solo per una persona, che è stata colonna sonora di un momento importante, felice o triste, che nel suo piccolo spazio di 3 minuti ha fatto in qualche modo del “bene”… penso sarà per sempre la soddisfazione più grande.

– Quali storie, emozioni, concetti, racconti nelle tue canzoni? E queste, di solito, come nascono?

Questa è davvero una domanda molto complessa ed è quasi impossibile rispondere. Dipende da canzone a canzone. A volte, sono storie che racconto in terza persona e nascono da situazioni che osservo attorno a me o che mi colpiscono per qualche motivo; altre volte, sono canzoni che parlano di cose mie, storie personali che scrivo per esorcizzare alcuni brutti momenti o per “fotografare” quelli belli; molte altre volte ancora, mi piace rivolgermi a un “noi”, quasi generazionale, in tono messianico, sicuramente un po’ pretenzioso, me ne rendo conto. È che ultimamente sento sempre meno parlare in prima persona plurale, di un “noi” condiviso, oppure lo sento fare in modo superficiale e sbagliato. Per quanto possa essere ingenuo, il mio vuole essere un “noi” di fratellanza e condivisione, uniti per uno stesso scopo importante.

Ad ogni modo, per farla breve, come dico sempre ironicamente durante i concerti: scrivo e suono canzoni tutte uguali ma tutte diverse che parlano delle solite quattro cose che contano per me nella vita: l’amore, l’odio, il rock’n’roll e non mollare mai!

– Per chi ai tuoi concerti vuole cantare a squarciagola il tanto amato “nanana”, ti chiediamo per favore il testo di “By The Smokestack” (così ci prepariamo bene!).

Ahahah, come ho già detto a tanti altri, appena uscirà il pezzo ufficiale vi scriverò tutto il testo. È una promessa. Per ora vi chiedo di avere ancora pazienza e accontentarvi del ritornello, che comunque non è poco e continua a non essere mai facile farlo cantare durante i concerti. Non siate timidi, su! “nanana… This love is a glimmer in the night. This love is a light in the dark” (Sabato vi metto alla prova!)

– There’s a riot goin’ on. Or maybe not.” – Il tuo sito web si apre con questa frase. Cosa significa?

È una citazione del titolo di uno dei dischi più belli di sempre o almeno, di certo, uno dei miei preferiti, appunto “There’s a riot goin’ on” di Sly and the Family Stone. Il “maybe not” che ho aggiunto dopo sta a significare che questa “rivolta” (riot) oggi, personalmente, la sento molto lontana, nonostante viviamo in un’epoca in cui un’azione concreta per un cambiamento sarebbe auspicabile, se non proprio un dovere. Purtroppo, vedo attorno a me grande disimpegno e disillusione, soprattutto da parte delle generazioni più giovani.

Come dicevo prima, nelle mie canzoni parlo spesso di “noi”. In un certo modo, vorrei che tutti riuscissimo ad essere più lucidi su quello che siamo e da dove veniamo, e fossimo in grado di riprendere in mano le nostre vite, “liberarci” dall’ipnosi collettiva di internet e dei social network e ritrovare ognuno la consapevolezza del proprio posto nel mondo, tra le persone, e tornare a valori più semplici, importanti, antichi, e bla bla bla.

– Possiamo ascoltare la tua voce e la tua chitarra anche in una band che si chiama “Ants”, corretto?

Sì, è il progetto che condivido coi miei amici del cuore, fratelli di rock’n’roll, che non smetterò mai di ringraziare per avermi permesso di far parte di questa esperienza. È stato senza dubbio un momento di svolta nel mio percorso. Ho iniziato a suonare con loro quando ancora si chiamavano Ants Army Project, dopo l’uscita del loro bellissimo disco “Wooden Days”, circa alla fine del 2010. Poi dopo un cambio di formazione siamo diventati semplicemente Ants. Ora abbiamo quasi finito di registrare il nostro primo disco con questo nome e ne siamo davvero orgogliosi. È un lavoro molto importante per tutti noi, penso. E si avverte molto dai pezzi. Personalmente, sento di averci messo dentro molto di me e non vedo l’ora di farvelo sentire.

Nel frattempo, potete sentire qualche pezzo vecchio qui – antstheband.bandcamp.com – (tra cui una cover dei Ramones cantata dal sottoscritto) e ci trovate su Facebook: AntsTheBand.

ANTS

– A proposito di Facebook, sulla tua pagina, inviti spesso ad ascoltare alcuni cantautori/musicisti o alcune band al primo album. Tre artisti emergenti che secondo te dovremmo assolutamente seguire?

Sì, oltre ad essere un musicista, sono prima di tutto un ascoltatore e quando scopro (o ri-scopro) cose che mi fanno impazzire, mi piace moltissimo condividerle con gli altri.

Quindi, a costo di essere noioso, come prima scelta mi sento obbligato a consigliarvi ancora il disco “Tutto” appena uscito di Le Sacerdotesse dell’Isola del Piacere, non solo perché sono tra i miei migliori amici ma anche perché hanno fatto veramente il disco italiano che sto amando di più da un po’ di anni a questa parte. Uno di quei dischi in cui sognerò per sempre di averci suonato.

Altro album che mi ha completamente rapito nelle ultime settimane è “Blood Ballet”, seconda uscita di una giovanissima e sconosciuta cantautrice americana che si chiama Maggie Rogers. Canzoni folk rock classiche senza tanti fronzoli, sincere e scritte con parole semplici ma che arrivano dritte dalla pancia e dal cuore, come piace a me. Mi sono già talmente affezionato a questo disco che un pezzo è già una cover fissa nei miei live. Ascoltate subito se siete amanti di Feist, Sharon Van Etten e simili.

Finisco con un’altra band italiana: Universal Sex Arena. Non so nemmeno bene come descriverli. Una molotov di sudore, ormoni, rock’n’roll, diavolacci, voodoo, tribalismi e party hard a ballare fino a mattina. Boh, io non manderei mia figlia ai loro concerti. O forse si. Prendete e godetene tutti.

– Se CCT viene a trovarti nella tua città, Piacenza, dove lo porti?

Altra domanda difficilissima. Ci sono davvero troppi posti che amo, della mia città e provincia, in cui potrei portarvi. Ma andrei comunque in alta collina, quasi montagna, sicuramente in alta Val Trebbia o Val Nure, luoghi a cui sono molto legato e dove forse una vita semplice e “vera” è ancora possibile. E ovviamente, lungo il viaggio, tappa obbligata in qualche trattoria.

– Salutaci con una canzone.

Siccome ho appena nominato le montagne, vi saluto con una delle canzoni più belle di uno dei miei gruppi punk rock preferiti, “This basement gives me a fucking headache” dei Latterman. Dice: “money, the devil or god you sell your soul to. you’ll never get it back. a shell of a human is easier to crack… and I swear I’m gonna run to these mountains and I’m never coming back. moving on is the only option I have left” – parole marchiate a fuoco, sul cuore, per sempre.

– E, di cuore, grazie!

Grazie mille a voi! Ho detto poche volte rock’n’roll…? Ahah, perdonatemi ma d’altra parte ci sono poche cose più importanti. A sabato! Non vedo l’ora!

*

Ci vediamo al Place Concert: An Harbor @ Ex Chiesa di San Giovanni * 1Nov’14CCT vi aspetta per cantare insieme “naa-na na-na-na-na-na-naaa… this love is a glimmer in the night” e farvi alcune sorprese!

*

Intanto…

“By The Smokestack”

“Shine Without A Light”

“South And Coastline”

*

AN HARBOR is a guy with a guitar and some simple things to tell
a place that we are all searching for
the sound of rise and fall and rise again
Ann Arbor, Michigan
a call to arms
the neon beat of the city at night
a lustful rendezvous in the backseat of an old car
the strength of wood
the wisdom of mud
the patience of the sea
you
just me

*

[Site: anharbor.com | Facebook: An Harbor | Instagram: @anharbor]

[GUARDA le FOTO e il VIDEO del PLACE CONCERT!]

Elena Mazzoni Wagner