La Giostra del Saracino (e un viaggio nel senso di appartenenza)

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Michele Ci
photo credits: Agnés Bes

arezzo-giostra-saracino-1AREZZO Io sono nato al Nord. Nord Italia, che è Sud Europa. Sono Polentone italiano e Terrone europeo. Ma poco più di due mesi fa, ad Arezzo, in Toscana, mi sono sentito semplicemente Italiano e felice (nonostante la Nazionale di calcio). L’occasione è stata la Giostra del Saracino, tradizione che accompagna il bel borgo, pare, dal XIII secolo e che ha luogo due volte l’anno, il penultimo sabato di Giugno e la prima domenica di Settembre. Io l’ho vissuta da dentro, invitato da Gianluca, compagno d’Erasmus e d’avventure, aretino doc, antenati e parenti nella storia del quartiere Santo Spirito, il cui stemma Gian, pur globetrotter come me, si porta in giro tatuato.

Arrivo ad Arezzo in treno, appena in tempo per vedere la partita di calcio Italia-Costa Rica (Coppa del Mondo 2014) insieme a Gian e alla classica Peroni ghiacciata, per poi andare alla Cena Propiziatoria del quartiere, dove si mangia su tavoli apparecchiati per strada, con un menù della tradizione: crostini con fegatini, insaccati toscani e Chianina, il tutto innaffiato da abbondante vino rosso. Ma, a differenza dei piani, lui non c’è alla stazione perché preso dai preparativi per il Saracino. Mi accolgono invece due amiche spagnole e andiamo a casa di Gian. La tv è spenta, il fratello ventenne gira nervosamente per casa imprecando contro gli altri quartieri, Gian arriva quasi alla fine del primo tempo. Perdiamo, un “vaffa” nemmeno troppo convinto a Prandelli e tutti via: l’Italia non conta oggi, ciò che conta è Santo Spirito. Fazzoletto rionale al collo e andiamo alla cena, tra cori, vino e danze. Nessuno parla della Nazionale.

Il giorno dopo è il giorno della Giostra, preceduta da una sfilata in costume che rievoca i fasti medievali dell’Italia cavalleresca. Ore e ore di sfilata che tutti vogliono seguire per le vie della città, per inneggiare ai colori che accompagnano i due fantini, veri e propri eroi in partenza per la guerra.

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Arriva l’ora della Giostra: otto cavalieri, due per quartiere, devono centrare a turno con una lancia uno scudo con dei punteggi (da 1 a 5) retto da un fantoccio. Noi corriamo per secondi e sesti. Parte il primo: 4. Tocca a noi e tutto il quartiere è teso, in quanto il fantino è giovane e ha dovuto cambiar cavallo poco prima della gara, causa coliche: centra il 5, è un fenomeno! Ogni passo falso degli avversari è accolto da piazza e tribune con gli sfottò più animati. É di nuovo il nostro turno, entra il cavaliere di punta, è calmo e infonde fiducia. Silenzio sugli spalti. Sbaglia. Piazza Grande è un tripudio quasi assordante, ma sui volti degli amici cala un silenzio mortale. Volti scuri, capi piegati, una delusione che io non ho provato neanche dopo al 4-0 della Spagna a Euro2012. “Voi restate, ci sentiamo dopo”, dice Gian e se ne va, tra fischi e insulti, con quelli del suo quartiere. Le americane davanti a me, in tenuta ultras, sono più scatenate che mai. La festa continua e vince il Sant’Andrea.

La sera, per noi, è triste. Alla sede del quartiere nessuno parla d’altro che di “se… se… e se…”. Io, che son di visita, vado lo stesso a fare una passeggiata nel quartiere vincitore: è un trionfo di musica, alcol e bandiere bianco-verde. Ritrovo pure le americane, ubriache, arrampicate su qualcosa, inneggiando a chissà chi.

Per un momento mi sento smarrito: io queste tradizioni, su dalle mie parti, non le ho. (É forse un vuoto lasciato nel Nord Italia da un’economia troppo egocentrica?). Ma subito mi accorgo di quanto in realtà, da Italiano, possa andar fiero di aver compatrioti così e di quanto sia fortunato a poter godere, anche io con loro, di questa festa, che è la vittoria delle tradizioni e della passione di generazioni che – anche in un momento di “austerity” come questo – sanno decidere che vale la pena investire su storia, cultura e memoria.

INNO TERRA D’AREZZO UN CANTICO, cantata da tutta la piazza, all’unisono:

Info: www.giostradelsaracinoarezzo.it

Michele Ci