Gianluca Camillo, il collezionista di segnali stradali

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PISTOIA In attesa di “Senza Titolo Ma Con Segnali” – la sua terza mostra personale, stavolta a Warehouse (via S. Jacopo 9, Prato); inaugurazione: Sabato 27 Settembre 2014, ore 17.00 – abbiamo incontrato Gianluca Camillo. Speravamo di vedere anche il suo “caveau” ma quello lo tiene ben nascosto. E, a quanto dice, sinora non lo ha mai mostrato a nessuno.


Gianluca Camillo è nato a Pistoia nel 1986, frequenta la Facoltà di Architettura a Firenze, ed ha uno stravagante interesse… che racconta e spiega in questa intervista per Distretto Parallelo:

É la terza volta che esponi una piccolissima parte della tua collezione. Lasciamo il mistero su quanti ne hai raccolti sinora; ti ricordi invece qual è stato il primo segnale stradale che ha dato inizio alla tua collezione?

Non ricordo quale fosse, anche perché dovrei tornare con la mente un po’ troppo indietro nel tempo. Non è stato tanto un cartello in particolare a dare inizio a questa – sicuramente stravagante – raccolta, che conserva buona parte della memoria stradale italiana dagli anni ’30 agli inizi degli anni ’90, quanto più la curiosità di capire quante e quali differenze, di colore, di forma, nei simboli e nei materiali, ci possono essere state nel tempo in questi oggetti che apparentemente sembrano tutti uguali, cercare di ricostruirne una cronologia in simboli ed avvenimenti. Un lavorone! …che pero’ mi sta divertendo molto.

E di preciso quale fra tutti porta più indietro nel tempo?

É un pezzo veramente raro, tanto raro che non si chiama nemmeno “segnale stradale” bensì “cartello indicatore”. Indicava la “Vicinanza d’una scuola” con una grafica che già nel 1933, ossia 80 anni fa, divenne obsoleta. Smaltato come tutti all’epoca, quando ancora le pellicole rifrangenti per la visione notturna non sapevano nemmeno cosa fossero; è molto rovinato; d’altronde ha attraversato ed è scampato alla seconda guerra mondiale…

Come accade ad ogni vero collezionista, questo tuo interesse ti rende esperto della materia. Infatti, hai anche molta documentazione, vecchie riviste del settore automobilistico e fotografie. Che evoluzione grafica, estetica e funzionale, c’è stata nella segnaletica stradale?

É una domanda abbastanza impegnativa, cercherò di rispondere senza essere troppo noioso. Questi oggetti sono relativamente recenti, perché appartengono all’era dell’automobile, ma nel corso di questo tempo, circa cento anni, hanno subito moltissime trasformazioni sia grafiche che funzionali, ossia sono cambiate le esigenze alle quali rispondevano. I primi cartelli indicatori, installati dal 1903 dal Touring Club Italiano, servivano essenzialmente ad avvisare i turisti pionieri delle quattro ruote del nome del paese in cui erano arrivati, delle direzioni che dovevano prendere e delle distanze chilometriche. Oggi il segnale stradale non ha come scopo principale queste esigenze bensì quelle di avvisare a distanza di pericoli e di dare prescrizioni. In centodieci anni c’è da dire che sia il traffico che la velocità sono aumentate in modo esponenziale e anche questi simboli non potevano fare altrimenti. Ad esempio, i cartelli di pericolo degli anni ’10 erano rettangolari, oggi sappiamo tutti di che forma sono. Confesso che, dal vero, io un cartello di pericolo degli anni ’10 non l’ho mai visto… comunque credetemi sulla parola, erano rettangolari!

Li chiami anche “elementi invisibili del paesaggio”. Spiegaci perché.

In un paese fuori Firenze, lungo una statale che attraversa le case, c’è una ringhiera colorata di verde, ma col tempo questo verde si è scolorito, è diventato granuloso tanto che se ci passi con un dito ti rimane sopra il colore. Da verde acceso è divenuto un verde acqua. Esattamente accanto a questa ringhiera c’era un segnale di direzione degli anni ’60, che indicava la strada da prendere per l’autostrada A1. Anche quello, quando nuovo, era di un verde molto acceso ma, al momento in cui lo vidi, anche lui aveva assunto, nemmeno a farlo apposta, lo stesso punto di colore della ringhiera. Non si distingueva più il punto in cui finiva la ringhiera e quello in cui cominciava il segnale. Ecco l’elemento invisibile del paesaggio stradale, inutile proprio nel momento in cui l’occhio lo confonde col resto del paesaggio, quando diviene quindi “invisibile” e non può più segnalare più nulla. Quindi se è un oggetto interessante, anche da un punto di vista estetico, invece di essere smaltito come rifiuto ferroso, può avere un altro utilizzo, che poi è quello che ho sperimentato nelle due precedenti mostre.


Cosa attrae principalmente il tuo interesse verso questi oggetti e segni?

Il materiale di cui sono fatti, l’esposizione che hanno avuto agli agenti atmosferici: questi oggetti degradano in maniere differenti e con tonalità di colore e sfumature differenti. A volte sembrano dei quadri “pop” in cima a dei pali, a volte anche il palo fa parte del quadro! Sono veri e propri oggetti di design, molto pregevoli a livello estetico, tanto che da un po’ di tempo a questa parte stanno iniziando ad essere molto ricercati per l’arredamento “vintage”.

A Warehouse, come nelle tue mostre precedenti, vedremo alcune installazioni realizzate sulla base degli oggetti che collezioni. Quindi, tuoi interventi e riflessioni su alcuni segnali stradali. Ecco cosa ti distingue da un semplice collezionista: la volontà di re-interpretare questi oggetti, dar loro una seconda vita, e condividere un messaggio. Ciò fa di te anche un artista?

Lascio a chi verrà a visitare la ormai prossima mostra “Senza Titolo Ma Con Segnali”, di giudicare se ci può essere stato il passaggio da collezionista ad artista, ossia in base a come verrà considerato questo lavoro, che è un esperimento. Il primo, vero, impatto con il giudizio del pubblico, anche straniero, lo ebbi lo scorso anno nella mostra allestita con l’ausilio importante del curatore Niccolò Bonechi, “Incanto Underground”, che durò dall’8 Giugno al 21 Settembre 2013 nella bellissima cornice del Palazzo Pretorio, in Piazza del Duomo a Pistoia. Giornalmente, passavano decine di turisti che lasciavano vari commenti su un quaderno messo apposta per la curiosità. La maggioranza, molto positiva, apprezzava l’originalità, ma innumerevoli commenti giudicavano il lavoro troppo impertinente; ci fu chi addirittura lo considerò spregevole. Io fui soddisfatto anche di queste osservazioni, perché ciò significava che avevo lasciato un segno su chi scriveva. E alla fine l’arte deve essere questo, deve lasciare dei segni.

Questa tua passione ti ha avvicinato a Clet Abraham: street artist che in Europa (soprattutto in Italia e a Firenze, dove ha lo studio) conosciamo molto bene per i suoi interventi grafici sui cartelli stradali, che danno al segnale un nuovo significato, spesso ironico e provocatorio. Clet si è interessato molto al tuo lavoro e infatti parteciperà all’inaugurazione della mostra (Sabato 27 Settembre 2014, dalle ore 17.00). Ci sarà una collaborazione artistica?

Ho conosciuto Clet quattro anni fa, quando per caso entrai nel suo studio in San Niccolò (Firenze) e capii chi era l’artista che metteva un omino nero a portare via la barra del “Divieto di accesso” e che faceva diventare un angelo la “Direzione obbligatoria a diritto”. Li avevo visti in giro per Firenze da qualche mese e mi avevano da subito incuriosito perché, forse per la prima volta, avevo visto una maniera finemente geniale di reinterpretare il simbolo direttamente sulla strada. Vedere il suo studio fu per me davvero stimolante; al tempo ancora non avevo avuto nessuna esperienza artistica, erano solamente idee “in ebollizione” e in cerca di una forma, quindi l’avere uno scambio di idee con una persona come lui in quel periodo è stato importante. Abbiamo questo comune campo di applicazione, che sono poi i segnali stradali (anche se io mi limito solamente a quelli con le grafiche passate, ossia prima del 1992) che un po’ ci tiene legati. Sabato prossimo sarà presente per una riflessione sul mio lavoro ed io ne sono naturalmente molto felice. Una collaborazione? Ne abbiamo parlato, ancora resta una domanda. Dentro di me so che a breve riusciremo a trovare una chiave di lettura comune dei nostri lavori, che ci unirà in un’esperienza senza dubbio interessante.


“Anacronismi”

Quale senso, in particolare, vorresti che venisse colto e compreso da chi vedrà la mostra?

L’opera “Anacronismi” è una delle essenze che vorrei trasmettere col mio lavoro. In sé per sé, l’installazione è fatta di tre segnali degli anni ’70, di cui uno visto dal retro, dove si sono depositati ruggine e smog e su cui sono intervenuti dei linguaggi urbani contemporanei. Non voglio addentrarmi nella spiegazione ma vorrei fermarmi qui, sperando di fare incuriosire i lettori, con la promessa che se verranno alla mostra avranno una spiegazione personale di questo breve introduzione, direttamente di fronte all’opera!

Esiste un obiettivo per cui, se raggiunto, potrai considerare la tua collezione completa, un giorno? Infine, quali progetti hai per la tua attività artistica?

Una raccolta del genere credo che non si potrà mai completare, potrebbe esserci sempre qualcosa di nuovo da scoprire, un dettaglio da osservare sull’immagine di una strada in bianco e nero. Per quanto riguarda l’attività artistica, è in fase di progetto una mostra in Veneto per il 2015. Sinceramente… sono proprio curioso di vedere dove mi porterà questa strada!

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Elena Mazzoni Wagner