In Crociera con David (Foster Wallace)

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Guglielmo Fava

È l’11 Marzo del 1995 e David Foster Wallace sale sulla Zenith, la nave da crociera che solcherà i mari caraibici per una settimana. Lo immagino lì, sul ponte dell’immensa nave, che ribattezzerà ironicamente Nadir, a maledire il momento in cui ha accettato di scrivere il reportage di viaggio per la rivista Harper’s.

La fatica non sarà stata vana, il saggio sarà uno dei suoi scritti più umoristici, dal titolo Una cosa divertente che non farò mai piùDavid Foster Wallace è lo scrittore dalla bandana in testa per cui anche gli yuppie newyorkesi facevano la fila fuori dalle sue letture pubbliche. Uno dei padri del postmodernismo americano, le sue opere più osannate sono Infinite Jest e Verso Occidente l’Impero dirige il suo corso.

Nel saggio racconta la crociera allontanandosi dall’ipocrita spocchia intellettualoide che condanna questo tipo di vacanza, cercando invece di analizzare quali bisogni soddisfa nelle persone che la preferiscono ad altri tipi di evasioni. Ovviamente con un umorismo che penetra sotto la pelle e sedimenta.

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Arriviamo subito al punto: crociera uguale assenza di stress.

David fin dai primi passi sulla nave si trova nella totale impossibilità di gestire il suo bagaglio, e sappiamo che i bagagli pesano e quindi affaticano. Quando lo scrittore cerca di afferrare la valigia uno zelante facchino sembra comparire dal nulla e lo precede nelle sue volontà. Questo succede anche nello smistamento degli asciugamani puliti sulle sdraio, rimpiazzati ogni cinque minuti, e con il servizio in camera. Petra, la cameriera assegnata alla cabina numero 1009, sembra comparire solo quando David abbandona la stanza per più di mezz’ora, non meno. Ventinove minuti e tutto è come prima, dopo il trentesimo la cabina è in ordine e un cioccolatino luccica sopra il cuscino. Certo, la brochure parla chiaro: “Il vostro piacere è il nostro lavoro”. Che potrebbe essere tradotto: pensate agli affari vostri e lasciateci fare quello per cui ci pagate, siamo professionisti!

E prosegue con un’autoritaria seconda persona promettendo relax e assicurando che dimenticherete l’ansia del traffico e le scadenze degli impegni. Ritrae giovani coppie (sempre coppie, mai persone sole) che guardano il tramonto all’orizzonte o mentre si beano delle mille attività che la crociera permette di vivere.

L’esperienza della crociera viene digerita, processata e interpretata, pronta per essere semplicemente assimilata. Le viene attribuito un senso, assegnata di significati e ai croceristi viene chiesto semplicemente di aderire a questa idea. Tutto senza neanche lo sforzo di partorire un pensiero proprio.

Ora, non voglio passare per critico, e sicuro non lo vuole Foster Wallace. Anzi, il fascino che le crociere esercitano è indiscusso. Basti pensare ai numerosi programmi televisivi sui croceristi e sui lavoratori delle navi che ci tengono incollati allo schermo. La verità è che la crociera ci piace perché promette di allontanarti dalla tua ordinaria esistenza, sostituendo la quantità di input della vita quotidiana con l’esasperazione dei sensi. Tutto è grande, i soffitti alti, le statue di ghiaccio maestose, il volume della musica alto, i sorrisi larghi. Tutto è tanto, il cibo e il sole e il benessere e il relax.

Forse mi sbaglio se lo immagino rimpiangere di essere salito sulla Zenith. Magari era contento. Sicuramente è stata un’esperienza divertente che non ha mai ripetuto.

Guglielmo Fava