La Cupola del Brunelleschi: non tutti sanno che…

Demetra Fanetti | Guida Turistica abilitata e specializzata su Siena e Firenze

FIRENZE Inconfondibile: alta, un po’ cicciottella, rossa con una “cresta” bianca. Una delle creature più belle, realizzate dall’essere umano: LA CUPOLA del Duomo di Firenze.

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Correva l’anno 1418 quando venne bandito un concorso per erigere la Cupola. Fino a quel momento, la cattedrale della città toscana era ancora scoperta nella zona del coro: un’apertura di ben 78 braccia fiorentine (circa 46 m.) di diametro. Ci si rese conto che sarebbe stato impossibile coprire un’area tanto vasta con la tecnica medievale delle centine fisse di legno poggiate al suolo, per sostenere la struttura muraria.

Tante e bizzarre idee vacillarono nelle menti dei fiorentini, come ricorda il Vasari: “c’era chi diceva di far pilastri murati da ‘l piano della terra, per volgervi su gli archi, e tenere le travature per reggere il peso; altri voltarla di spugne, acciò flussi più leggeri il peso: e chi propose empirla di terra e mescolare quattrini fra essa, acciò che volta, dessino licenza che chi voleva di quel terreno potessi andare per esso, e così in un subito il popolo lo portassi via senza spesa…”Ma solo uno ebbe un colpo di genio: Filippo Brunelleschi.

L’Architetto rinascimentale per eccellenza propose una struttura autoportante, capace di sostenersi da sé senza nessuna carpenteria fissa, e una doppia calotta per alleggerire e distribuire il peso. Non tutti sanno, fiorentini inclusi, che tale tecnica fu prima sperimentata sulla piccola cupola della Cappella Ridolfi, nella Chiesa di San Jacopo Sopr’Arno, altrettanto nota come la chiesa “co ‘i culo in Arno”.

Nel 1436, la Cupola è terminata e diventa emblema del panorama cittadino, con i suoi 8 costoloni esterni e sedici interni che sorreggono la doppia calotta di mattoni, appositamente modellati e disposti a lisca di pesce. Tra le due coperture, una scalinata conduce fino alla lanterna, anch’essa essenziale per l’equilibrio globale della struttura.

La storia non finisce qui. Il Brunelleschi fu inventore anche di nuovi macchinari e di una maestosa organizzazione: basta pensare che per risparmiare tempo ai suoi operai, dispose “che si aprissero osterie nella cupola con le cucine, e vi si vendesse il vino; e così nessuno si partiva dal lavoro, se non la sera” (Vasari). Si racconta anche, che spesso il menù del giorno era il famoso Peposo dell’Impruneta, prelibata pietanza a base di manzo, tipo spezzatino/stracotto, cucinato con abbondante quantità di pepe nero ed ovviamente del buon vino rosso.

Beh, questa è in breve la storia della nostra “corona”. Ma sicuramente, scrutandola meglio, vi accorgerete che non tutto andò come previsto. Ebbene sì, perché una volta terminata l’opera, fu dato inizio a tutte le rifiniture necessarie per il completamento e udite un po’… Una di queste era il rivestimento del tamburo ottagonale, ovvero l’anello sul quale poggia la cupola stessa. Era il 1506 quando a Baccio D’Agnolo, responsabile dell’Opera del Duomo in quel periodo, fu affidato tale incarico. Baccio disegnò un ballatoio a loggiato con colonne in marmo bianco che avrebbero dovuto avvolgere gli otto lati che formano la base della cupola, a contrasto con il rosso dei mattoni. Iniziò i lavori, dal lato sud, quando un bel giorno passò di lì Michelangelo Buonarroti, indiscusso maestro dell’arte rinascimentale.

Il buon Baccio gli si avvicinò chiedendo un commento sul lavoro appena eseguito. Michelangelo osservò a lungo gli archi e le colonne in marmo, poi si accarezzo la folta barba ed esclamò: “ma… e la mi pare una gabbia di grilli!”. Fu così che il sensibile e permaloso Baccio D’Agnolo, sentendosi profondamente offeso, decise di abbandonare per sempre i lavori e da allora nessuno decise di rimetterci le mani. Il rivestimento del tamburo rimase incompiuto, proprio come possiamo ammirarlo noi oggi.

* FOTO di Elena Mazzoni Wagner: La Cupola del Brunelleschi vista da: 1) la terrazza della Galleria degli Uffizi; 2) il Corridoio Vasariano che passa per la Galleria degli Uffizi; 3) Piazza Duomo.

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Demetra Fanetti