Trashy Kites. Una storia di couchsurfing e strani aquiloni

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Elena M. Wagner
foto di Paolo Proserpio | Trashy Kites Co-founder

LEÓN Questa è una di quelle storie che appena le senti raccontare ti viene un brivido di gioia. Viene proprio da sorridere, voler bene al mondo. È una storia ancora breve, poiché appena iniziata, ma l’energia e l’entusiasmo che si leggono nei primi capitoli fanno già credere in un futuro migliore. Questa storia comincia da un incontro in Nicaragua, America Centrale, tra due persone che provengono da paesi diversi e lontani: Paolo Proserpio, fotografo italiano di base a Milano, e Suhail Abualsameed, grafico giordano di Amman (capitale della Giordania); sono entrambi dei viaggiatori, qui di passaggio, e infatti si conoscono ad un meeting della famosa travel community CouchSurfing, verso fine Settembre 2012, nella città di León.

Una “bocita de agua” a León

“Bocita de agua purificada”

Tra le domande che si fanno sulla città, una in particolare anima la conversazione… Paolo dice a Suhail di aver notato che le strade di León sono piene di “bocitas de agua” (buste di plastica, usa e getta, che contengono acqua fresca purificata e che si trovano nei vari banchetti che offrono “refrescos”, dove sono appunto tenute al fresco in bidoni di ghiaccio tritato); se ne trovano tantissime per terra, ovunque. Eppure dovrebbe esserci un modo per riciclare tutta quella plastica… Ma quale? I due iniziano a pensare insieme ad una soluzione, a cosa potrebbero diventare quelle buste di plastica lasciate invece per terra ad inquinare l’ambiente urbano… La questione suscita dei ricordi in Suhail e poi un’intuizione. Ed ecco la risposta: aquiloni.

Paolo e Suhail scoprono di condividere questa sensibilità e la volontà di cambiare lo stato delle cose con un progetto reale ad impatto sociale. Il nome non poteva essere più corretto: Trashy Kites.

Il primo TRASHY KITE da testare

TRASHY KITE pronto a volare

Il primo intento del progetto è quindi raccogliere e riutilizzare le “bocitas de agua” che altrimenti vengono accumulate nelle discariche, disperse tra le foreste e gli oceani o incenerite sprigionando diossine. Il concetto di base è “upcycling” (riciclo e riuso), quindi l’utilizzo di materiale e oggetti in qualche modo già usati per creare altri oggetti con un nuovo valore. L’obiettivo iniziale è creare aquiloni per autofinanziare il progetto stesso che vuole realizzare anche oggetti di design – come borse, portamonete, astucci, beauty case, cover per laptop/tablet/cellulari, tende da doccia, etc. – generando quindi richiesta di manodopera e nuovi posti di lavoro. Nel breve periodo, la vendita di questi accessori diventerà un’entrata economica per le famiglie più bisognose, i cui figli lavorano invece di andare a scuola. Ciò potrà far considerare ai genitori l’opportunità di investire nell’istruzione dei propri bambini. Nel lungo periodo, Trashy Kites finanzierà altri progetti con la stessa intenzione di ridurre il lavoro minorile e i bambini di strada, almeno nella comunità locale.

Lato “X” dei sacchetti: borse piccole 7 x 15 cm / borse grandi 9 x 18

Lato “Y” dei sacchetti: borse piccole 7 x 15 cm / borse grandi 9 x 18

Trashy Kites è aperto ad ogni tipo di contributo e a tutte le idee creative e concrete che possano dare una mano a produrre in loco, a León, una linea di accessori di design realizzati con “bocitas de agua”. Ad esempio, se siete dei fashion designer (o come si dice in italiano: stilisti?) e avete dei vecchi carta modelli, campioni o pattern, oppure vi piacerebbe creare un accessorio ad hoc o persino una linea con questo materiale riciclato… sappiate che qui sono in cerca di voi, perché vogliono iniziare una produzione con le famiglie locali! (Se siete interessati, in fondo all’articolo, trovate tutti i contatti).

Dopo questa introduzione, vi lascio al breve racconto di Suhail sull’origine di questa avventura…

TRASHY KITE è al 99% di materiale riciclato

TRASHY KITE è fatto con sacchetti d’acqua e cannucce

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Trashy Kites. Una storia di couchsurfing

Suhail Abualsameed | Trashy Kites Co-founder

Quando ho incontrato Paolo a León, in Nicaragua, ho visto una scintilla nei suoi occhi e ho subito capito che quel weekend di Couchsurfing sarebbe stato importante. Ci sono voluti un paio di giorni prima di avere una conversazione “reale”, oltre alle solite 20 domande obbligatorie: Da dove vieni? Da quanto tempo sei in viaggio? Dove andrai dopo? Da quanto tempo sei in CS (Couchsurfing – community di viaggiatori)? E così via…

All’inizio si cerca solo di capire con che tipo di persona passeremo del tempo a bere, parlare di musica, salire sul tetto della cattedrale, … ma poi ci si trova a parlare anche delle migliaia di sacchetti di plastica per l’acqua, gettati a terra e sparsi in tutta la città.

Quando Paolo ha condiviso con me la sua frustrazione riguardo tutta quella plastica che riempie le strade di León, e il desiderio di trovare un modo di “riciclare” quei sacchetti in qualcosa di utile, io – che provengo da una comunità impegnata nello sviluppo sociale – ho immediatamente pensato a come coinvolgere la comunità locale nel trovare una soluzione, e ciò mi ha riportato alla memoria la favela Santa Marta di Rio de Janeiro.

Nei primi mesi del 2010, ho realizzato uno dei viaggi dei miei sogni e trascorso un mese in Brasile. Ho ospitato e conosciuto abbastanza CouchSurfer di quel paese da rendermi davvero entusiasta a riguardo. Il Brasile è rimasto per anni un paese “da visitare” sul mio profilo CS, esattamente dal 2004, da quando sono entrato in questa community di viaggiatori; allora, non avrei mai creduto di spostarlo nella categoria dei “paesi visitati”. Mi sembrava troppo costoso, lontano e diverso. Dopo aver conosciuto molti CouchSurfer brasiliani e aver fatto amicizia con quasi ogni “persona da samba” ospitata, quel paese e la sua cultura non mi sembravano più così distanti, e avendo poi così tanti amici che vivono là, e quindi la possibilità di soggiornare gratuitamente in tutte le principali città, anche il costo del viaggio non era più un problema.

A Rio, sapevo che la mia visita sarebbe stata incompleta e quasi priva di significato se non avessi visitato le favelas. Sono visivamente, socialmente e storicamente, parte fondamentale del paesaggio e della cultura del paese. Così, quando Junior e Camila hanno detto che mi avrebbero accompagnato nella mia prima escursione su una di quelle colorate colline, ne ero felicissimo. Anche per loro fu la prima volta e ciò ha reso la visita ancora più speciale.

Nella favela abbiamo visto molti bambini giocare nei vicoli e sui tetti; quei bambini non andavano a scuola e alcuni di loro non avevano né genitori né casa. Abbiamo parlato con tre bambine, la più grande aveva forse 6 anni. Ci hanno detto che i loro genitori erano morti per la droga e la connessa criminalità e che ora erano senza casa e quindi vivevano in quei vicoli, tra mura fatiscenti, grazie alla carità delle persone della loro comunità da cui ricevevano a volte cibo altre un riparo. Notai che uno dei passatempi preferiti di tutti quei bambini era far volare gli aquiloni. Ovviamente molto semplici, fatti a mano con carta e bastoncini. Correvano sui tetti cercando di catturare abbastanza vento per i loro aerei di carta che poi atterravano incastrandosi a volte su un’antenna o parabola satellitare, altre fra i vestiti appesi fuori ad asciugare, e altre ancora sulla statua di Michael Jackson – (?) del tutto fuori luogo – che senza senso decora la favela Santa Marta.

Un’immagine in particolare mi è rimasta impressa nella memoria più di ogni altra, quel giorno, quella di un bambino di 3-4 anni al massimo che correva dietro agli altri bambini con gli aquiloni. Volendo partecipare al gioco, ma non sapendo ancora come costruire un “vero” aquilone, e forse non sapendo neppure come ottenere del materiale adatto per farne uno, aveva semplicemente legato un sacchetto di plastica ad una stringa e correva in giro cercando di fargli prendere il volo. Il sacchetto, però, non riuscì a volare. Quest’immagine, triste, non l’ho mai dimenticata.

E quel pomeriggio, mentre stavamo lasciando la favela, condivisi un’idea con Junior e Camila. E se qualcuno iniziasse una piccola organizzazione che lavora con le donne disoccupate locali per insegnare loro come costruire degli aquiloni in modo che a loro volta possano insegnarlo ai bambini. E se questa organizzazione coinvolgesse poi gli artisti locali, per mostrare invece come realizzare aquiloni originali, belli, unici.

Ma torniamo al presente … Ottobre 2012, León, Nicaragua.

Paolo condivide con me la sua frustrazione riguardo tutta quella plastica che riempie le strade di León e la volontà di trovare un modo per “riciclare e trasformare” quei sacchetti  in qualcosa di utile.
– Paolo: Cosa possiamo fare con le migliaia di piccoli sacchetti di plastica per l’acqua, gettati a terra per le strade di León ogni giorno? Cosa si può fare perché possano essere riutilizzati e riciclati in qualcosa di utile?
– Suhail: Che ne dici se… facciamo degli aquiloni.

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Elena Mazzoni Wagner