Il treno perso

Ezechiele Lupo | Il giudice sul mulo

Ero ormai sveglio da un’ora quando sentii la porta di casa aprirsi. Da subito percepii la netta sensazione che in casa stesse accadendo qualcosa di strano. In realtà non fu netta dato che ho avuto la possibilità, in questa sede, di usare il verbo percepire, il quale ben poco si confà ad impressioni precise. Mi decisi ad alzarmi per vedere chi fosse entrato in casa mia senza difficoltà, tanto da farmi pensare di aver prestato le chiavi di scorta ad un amico, compagno o al limite familiare. Scandagliai mentalmente la rubrica del mio telefono, con la speranza di dare un volto, o almeno una serie di pixel, alla persona che, in quell’istante, si trovava in casa mia: non mi sembrava di riconoscere nessuno. Uscendo dalla mia stanza, già potevo vedere l’ingresso ancora semibuio, tagliato, pareva, dalla luce diagonale, un po’ fredda e un po’ bianca, che proveniva dalle tapparelle del finestrone del soggiorno. Giunto alla porta la trovai accostata, la richiusi a chiave e voltandomi vidi sulla mia poltrona verde, quella che mi ha regalato *** per la mia laurea, nascosta tra le pieghe della luce dell’alba, una ragazza. Sorpreso più che spaventato accesi la luce elettrica, che subito sparò negli occhi a me e a lei un bagliore che non mi sembrava adatto alla situazione; comunque ci fissammo per pochissimi istanti e lei disse: “Scusa, ma abiti qui?”, io ebbi modo di rispondere: “Io sì, tu?” Lei forse arrossì, forse rossa lo era già dal gran freddo di fuori, e mi chiese: “Non è meglio alzare le tapparelle, questa luce è insostenibile.” Io annuii, rallegrandomi del fatto che lei la pensasse come me: le tapparelle erano alzate, e prendemmo atto con piacere che la fioca luce di gennaio entrava più agevolmente. Presi una sedia dal tavolo e mi sedetti di fronte a lei. La vedevo bene: capelli corti rossicci, forse naturali, forse no, guance paffute, naso all’insù, fisico magro e gambe slanciate, senza trascurare due più che validi “cuscinotti” che alti si ergevano sul petto. “Scusami ancora se sono entrata così in casa tua. Ho perso il treno e non sapevo dove andare. Mi sei venuto in mente subito, e qua mi sono precipitata.”; mi disse così con la sua voce squillante ma assonnata. Da parte mia ero felice che una così bella ragazza fosse entrata nella mia casa e dissi: “Hai fatto bene. Anch’io mi sarei cercato un posto dove stare se avessi perso il treno: dove dovevi andare?”

“Roma. Da mia madre.” Rispose lei. “Viaggio lungo.” continuai, “Molto in verità. Ora lei mi aspetta per la tarda mattinata. Credo di poter arrivare a Roma forse in serata, se esco da qui verso le 8.” Guardai l’ora sull’orologio della cucina e vidi che erano già le 7 e 35. Mi sarei dovuto sbrigare a trovare il modo migliore per trascorrere con lei questi pochi minuti. Pensai subito di proporle di vedere un film, ma così se ne sarebbe andata appena a metà del primo tempo; perciò mi decisi a proporle un caffè: “Vuoi che ti faccia un caffè? Il tuo viaggio sarà lungo hai bisogno di stare in forma. Poi mi pare tu abbia freddo, col caffè ti scalderai.” Il suo sorriso sincero mi bastò e andai in cucina a prepararle del caffè. Pensai che il caffè è un buon inizio. Mentre seguivo l’evolversi e il rumoreggiare della moka, lei comparve accanto a me, e si mise a guardare e odorare la macchinetta. Dissi: “Sei italiana?”, “Un po’. Mia madre è stata un grande attrice italiana, mio padre uno scrittore belga: hai mai letto Il ciliegio falciato? lo scrittore è mio padre.” Risposi che lo avevo sul comodino. Ma non era vero. Il caffè continuava a bollire, forse ne avevo fatto troppo. Ad un tratto, come presa da una quotidianità che ritornava dopo tanto tempo, declinò la testa sulla mia spalla e mi abbracciò: proprio mentre il caffè italiano usciva dalla moka bollente. Erano le 7 e 50 quando sul divano, vicini come soprammobili simili, cominciavamo a sorbire la bevanda. Una lunga sorsata di piacere. Poi lei disse: “Devo andare, mi spiace davvero. Grazie di tutto, dell’ospitalità della chiacchierata.” Per me significava la fine, ma già lo sapevo, della mia giornata. Un giorno in 25 minuti. Si alzò e la accompagnai alla porta; sulla soglia mi disse: “Tieni.”, e mi mise in mano una chiave. Poi aggiunse: “E’la copia della chiave di casa di mia madre a Roma: mi raccomando non entrare se non ci sono io, è vecchia potrebbe spaventarsi. Grazie ancora.” Io nel prendere la chiave risposi: “Ok. Tu entra quando vuoi, vedo che non hai problemi.” Chiusi la porta. Dopo questo che c’era da fare? Poi un biglietto appoggiato sul tavolo richiamò la mia attenzione per caso, diceva: ciao **** sono ***** ho dato le tue chiavi ad una a cui dovevo un favore, forse viene, ciao.

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