Ogni anno, ogni mese, ogni giorno – Vie

via Farini 2

Ezechiele Lupo | Il Giudice Sul Mulo

A Milano via Farini non si chiama via Farini. O meglio: i milanesi non la chiamano così. A Milano via Farini è semplicemente “La Carlo Farini”, senza via. Ad esempio: due amici si incontrano, parlottano un po’, poi si danno appuntamento per la sera, e uno dei due dice: “Allora d’accordo, ci vediamo in Carlo Farini”; oppure “Allora alle 10 al ponte di Carlo Farini?”. Stesso discorso vale per Piazzale Maciachini. A Milano non si dice mai: “Vediamoci in piazzale Maciachini”, ma piuttosto “Ok, va bene, allora stasera in Maciachini”. Semplicemente così, “in Maciachini”. A Roma si dice: “Vediamoci in Piazza del Popolo”. A Milano: “Appuntamento, puntuali, in Cadorna”, o “in Cairoli”. I romani si incontrano “in via Cola di Rienzo”; i milanesi “in Moscova”, che poi sarebbe via della Moscova. A Roma la gente chiacchiera “a Villa Borghese”; a Milano si gioca a pallacanestro “in Sempione”.

Una domenica prendo la bici e vado a fare un giro per le strade intorno a casa mia, ma senza accorgermene arrivo fino a via Borsieri, e passo davanti al Frida, che a quell’ora è chiuso, o forse è chiuso perché è il 10 agosto. Quando leggo la targa di via Borsieri mi stupisco di esserci arrivato in così poco tempo, e scopro che esiste una sopraelevata che attraversa i binari della stazione di Porta Garibaldi (“Ci vediamo in Garibaldi allora?”), e che collega il quartiere Isola alla zona dei Bastioni di Porta Nuova. Su questa strada siamo solo io e due ragazze, su una bici anche loro: fanno un po’ fatica a salire perché la bici non ha le marce e non sembrano abituate ad andare in due. Forse fanno anche un po’ finta di cadere, forse straniere, forse milanesi. Mi ritrovo in largo La Foppa e decido di andare a vedere se Rossignoli in Corso Garibaldi è aperto, o almeno se espone la pompa pubblica per gonfiare le ruote della bici. Lo trovo chiuso. Allora proseguo e giro per via Luchino Visconti e mi ritrovo dietro al Teatro Strehler. In quella piazza ci sono venuto a giocare a calcio, di notte: sarà stato il 2003. Ci sono venuto due volte: la prima era stata molto più divertente, forse perché era giugno e faceva caldo, ma in quella piazzetta si stava proprio bene. La seconda volta era autunno, forse fine ottobre, e faceva freddo, ma non tanto, quindi finiva che sudavi, ma poi avevi ancora più freddo. Sulla porta di Rossignoli c’è un cartello: dice che per le riparazioni delle biciclette, durante tutto il mese di agosto, è aperto un negozio affiliato in via De Cristoforis. Io non mi ricordo subito dov’è, ma dopo un po’ mi viene in mente che sta dietro corso Como, e allora ci vado perché tanto non ho niente da fare, ed ho proprio voglia di girare Milano senza fretta, e soprattutto: senza rumore. Corso Como è quasi bello la domenica in agosto a Milano. Non c’è nessuno e i locali aperti sono pochi. Sì, ci sono delle persone ai tavolini, ma sono quasi trasparenti, innocue e per nulla volgari. Anche questo negozio di biciclette è chiuso, ma solo perché è domenica: avrei dovuto immaginarlo, comunque.

Penso che non mi va di tornare a casa, e penso anche che quelle vie intorno a Corso Como non le ho mai viste, e così prendo via Alessio Di Tocqueville. Attraverso via Tito Speri, guardo la targa, e vedo che era un patriota. Poi sbuco in via Maroncelli. Guardo la targa di questa lunga via stretta con i marciapiedi stretti e il pavè: Pietro Maroncelli, scrittore e patriota. Anche lui. Via Maroncelli è bella, mi piace: le case sono basse e ordinate, i portoni di legno, molto signorili. Mi fermo all’angolo con via Quadrio, e anche di Maurizio Quadrio, guardo la targa: scrittore e patriota. Penso che in anni giusti, in posti giusti, con la formazione giusta, non dovesse essere così difficile amare la propria patria. E persino dilettarsi con la scrittura. Mentre penso queste cose un signore abbronzato e vestito sportivo è di ritorno dalla passeggiata con il suo enorme cane di razza: lo guardo. Lui guarda me, e probabilmente si chiede che ci faccio in mezzo ad un incrocio, solitamente trafficatissimo, a fissarlo mentre porta a spasso il cane. Ma no… non è vero: io non guardavo lui. Guardavo il suo bel portone di legno verniciato in verde scuro. Come mi piacerebbe abitare in via Maroncelli: uscire ogni mattina da quel bel portone verde e rientrare ogni sera attraverso quel bellissimo portone di legno. Eh… bèh… sarebbe proprio tutta un’altra cosa.

Uno sguardo fotografico al passato:

Via Carlo Farini (angolo Viale Stelvio), 1920

Via Farini in direzione centro, con piazzale Carlo Maciachini alle spalle (1920)