Pennelli a Pietrasanta. Il pittore della luce

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Elena M. Wagner

Cosa ci fa un pittore a Pietrasanta? Dipinge, direte voi. Sì ma qui, da secoli, si venera lo scalpello e ad ogni angolo della città c’è la statua di qualche artista più o meno internazionale. D’altronde, si contano sedici aziende-botteghe di marmo e sette fonderie di bronzo in zona. Ma c’è chi, in questo piccolo immenso territorio, rende onore anche alla pittura. Dietro la Chiesa e convento di San Francesco, esiste un giardino. E in fondo a questo giardino, c’è una casa. Qui vive e dipinge Fabio Sciortino, classe 1971, insieme alla sua biondina: Frida (un Xoloitzcuintle o cane nudo messicano), «l’unica vera artista di casa» dice lui. Questa buffa cagnetta che salta fino al mento, discende da una famiglia importante, quella allevata dalla famosa pittrice Frida Kahlo nella sua “Casa Azul”, ora Museo, a Città del Messico. Ma in realtà anche Fabio, docente di Pittura all’Accademia di Belle Arti di Carrara, è un artista. Eclettico, viaggia dalla scultura alle installazioni sperimentando diversi materiali, e poi, in punta di pennello, racconta i paesaggi dei suoi ricordi. Tra gli orizzonti della sua vita, adesso la Versilia, ma prima di tutti quello di Monreale (Palermo), dov’è nato. Nei suoi ultimi lavori – tra cui una ricca serie di cieli intensi, su leggerissima carta fatta a mano di Amalfi – gli elementi urbani sono tracce appena percettibili. Protagonista è la luce, forse da sempre un’ossessione per Fabio e presente anche nelle sue installazioni. Ad esempio in “The barrage of bad thoughts” (La diga dei cattivi pensieri), una barriera di 250 elementi in vetro, metallo e sassi, che l’anno scorso aveva collocato nel punto in cui si incrociano i due fiumi a Serravezza. Di notte, i paletti di vetro riflettevano sull’acqua creando un effetto luminoso. Una strisca di luce che a fine estate, come previsto, è stata portata via dalla piena. Sì, letteralmente inghiottita dal fiume. «La natura si è re-impossessata dell’ambiente».

“The barrage of bad thoughts” (La diga dei cattivi pensieri) – Serravezza, 2010

La stessa natura che Fabio dipinge sulla carta, cieli che sembrano veri, cieli di un cielo che ogni volta è diverso e che vediamo anche qui. «Naturalmente c’è anche la Versilia, – dice Fabio – la luce della Versilia. In realtà, però, sono paesaggi filtrati dalla memoria di luoghi diversi. E sì, c’è Pietrasanta. Pietrasanta d’inverno o in estate, il lungomare, le onde, i temporali in arrivo, le dune. Ma più che essere descrittivi, sono testimonianze emozionali, ricordi, nostalgie». Dipingere qui o a Palermo non è certo lo stesso, ogni luogo ha una luminosità tutta sua. «Una cosa interessante qui a Pietrasanta, è il tipo di luce data dalla rifrazione di tutta questa enorme spiaggia che si estende da Torre del Lago fino al Golfo dei Poeti, ossia sino alla fine della Toscana. La rifrazione della luce sulla sabbia crea una particolare luminosità nell’atmosfera. C’è una luce diversa da quella siciliana, per esempio. Il sole in Sicilia è netto e molto più forte, ritaglia le sagome. L’intensità della luce è diversa e lo si vede anche dal contrasto cromatico tra l’oggetto e l’ombra proiettata. Al Sud la luce è tagliente. L’oggetto, ad esempio il Duomo di Monreale, lo vedi come ritagliato oppure scomparire nel controluce. Qui è diverso, l’oggetto è quasi illuminato da tutte le parti. Qui è così, c’è questa luce morbida che crea un’atmosfera più silenziosa, meno drammatica».

Tecnica mista su carta fatta a mano di Amalfi, cm 20X30 (2011)

Si chiama Sciortinismo questa poetica, non ha senso trovare altro nome, proprio perché oggi esistono tante correnti individuali quanti sono gli artisti (per alcuni, forse troppi). È così e ce ne rendiamo conto passeggiando nel centro di Pietrasanta, passando da una galleria d’arte all’altra. Nessun filo conduttore. Tantissime vetrine. Nessun concetto d’arte unificante. «Siamo figli della Storia, oggi viviamo tutti nella frammentazione e nella rapidità». Già, nell’era dei bit e clic, neppure all’artista è concesso del tempo. È l’arte ormai si consuma in un happy hour. «Uno dei problemi della contemporaneità è che molti eventi culturali vengono vissuti solo come eventi. Spesso le opere d’arte all’interno di un contenitore non vengono neppure viste. Alle inaugurazioni, magari tra migliaia di persone, riesci a mala pena a vedere le opere che poi nessuno andrà più a vedere. Questa è una delle anomalie dei grandi eventi realizzati in Italia. Dove molti artisti sono sostenuti da fondazioni e vengono proposti solo se dietro esiste un bagaglio di pubblicità sufficiente. Tanti premi che servono da trampolino di lancio, nascono in realtà per mettere in evidenza alcuni artisti, sono operazioni fatte quasi a tavolino: i curatori si mettono d’accordo per distribuirsi annualmente la gestione dei premi e così ognuno ha il suo artista in rilievo e un certo guadagno. Sono dei blef. Il sistema dell’arte è anomalo perché tremendamente legato alla questione economica. In Italia le lobby economiche decidono anche l’orientamento culturale del territorio, attraverso le riviste e i vari premi. I grossi mercanti stabiliscono qual è il filone che deve avere successo. Le varie fiere sono diventate macchine per fare soldi, la stessa Biennale di Venezia è diventata un baraccone, hanno fatto dei calderoni allucinanti negli ultimi anni. E i curatori si riempiono le tasche perché dalle gallerie ricevono soldi per far inserire i loro artisti. Funziona così. C’è chi paga. Nel passato la commissione della Biennale era formata da artisti più anziani e selezionare gli artisti per il Padiglione Italia era un modo per consacrarli. Adesso è un modo per far sì che il gallerista che sponsorizza un nome possa vendere le sue opere ad un prezzo più alto. Io lo dico spesso ai miei studenti, il mondo dell’arte e quello del mercato dell’arte coincidono poco. Anzi, sono due cose completamente diverse. Tanti bravissimi artisti che stanno facendo ricerche interessanti sono sconosciuti ed è davvero difficile che possano emergere, soprattutto in questo momento di crisi. Per le gallerie è diventato quasi impossibile promuovere qualcuno di nuovo. Ormai è così e purtroppo non esistono politiche culturali che aiutano i giovani talenti. Inoltre manca un’etica in coloro che scrivono dell’arte. Gli storici d’arte dovrebbero cominciare a fare la differenza, a cancellare i blef. Ma molto spesso anche loro sono pagati per scrivere e magari di qualcuno che neanche vale. Qui per esempio, lo scorso anno, c’è stata la mostra dell’attrice Gina Lollobrigida. Lei ha da molti anni un atelier ma non ha mai fatto scultura. Dalle sue foto, gli artigiani realizzano le sculture. Non fa ricerca culturale. È il nome che attira. È venuta una marea di gente qua, si sono mosse le telecamere di tutte le tv nazionali, e per cosa? Quella è una proposta culturale? No, è una proposta turistica, una strategia di marketing. Perciò si crea confusione nel pubblico. Altro caso, le opere di Andy esposte recentemente. Se non fosse stato il tastierista dei Bluvertigo non se lo sarebbe filato nessuno. Poi però la stessa galleria propone anche giovani molto bravi proprio perché il nome di richiamo, che porta economia, permette di investire sugli altri».

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Botero, Mitoraj, Ciulla, Bergomi e tantissimi altri scultori, anche delle nuove generazioni, vivono a Pietrasanta o comunque ci trascorrono alcuni mesi per impostare il lavoro. Alcuni vanno e vengono. Altri, invece, i “vip” mandano gli assistenti. Abbiamo sempre l’idea dello scultore con lo scalpello, ma in realtà pochissimi stanno lì a battere chiodo. Fabio, lavorando in questo ambiente da anni, ha appreso bene anche le dinamiche nel mondo degli Artistar. «Non credo che Botero si sia mai sporcato le mani di argilla. Lui non ha mai fatto scultura, fa solo pittura e disegno. Alcuni gli fanno prima il bozzetto, poi i multipli da trenta. Lui li vede, li fa correggere e quando è soddisfatto, gli artigiani fanno gli ingrandimenti. Qui ci sono artigiani di grandissima professionalità. Mentre in passato gli artisti che lavoravano nel territorio, da De La Harpe a Henry Moore, lavoravano con le proprie mani, adesso davvero pochi stanno in laboratorio e si fanno le sculture da soli. Prima o poi si aprirà una discussione su questo. È diventato design, praticamente. Ricordo che anni fa è arrivato un bozzetto di Damien Hirst, l’angelo decorticato che poi è diventato la nota scultura “Anatomy of an Angel” (2008). Le copie, vendute a migliaia di euro, sono state fatte a Pietrasanta ma lui qui non è mai venuto. Ha mandato un assistente che voleva la copia fedele del bozzetto, tre volte grande. Uguale, identica. Ma così anche i piccoli errori o difetti vengono ingranditi. Certe proporzioni vanno modificate. E infatti venne fuori un mostro inguardabile. Ci sono alcuni effetti ottici e una serie di espedienti tecnici che gli artigiani esperti conoscono bene. Ma loro non possono ignorare la volontà dell’artista. Alla fine però hanno dato in mano ad un artigiano bravo la possibilità di ottimizzare la scultura, ne è stata fatta un’altra e da quella poi tutte le copie».

Damien Hirts posa per i fotografi accanto alla sua scultura “Anatomy of an Angel”

Ecco la lezione: mai idolatrare gli artisti. Soprattutto adesso che con internet lavorano benissimo a distanza. «Molti dei sassi di Anish Kapoor vengono fatti qua – racconta Fabio – ma anche lui non si è mai visto. È venuto un suo assistente, ha fotografato una serie di marmi con l’iphone e inviato le immagini. Così Anish ha scelto i colori e dato gli ordini. Una volta realizzati, l’assistente ha spedito le sculture a Londra. Lui alcune le ha messe in mostra e altre in magazzino. Nel sistema grosso degli Arti-star funziona così. Esiste però anche un sottobosco di tanti giovani artisti che stanno lì a battere il chiodo. Anche Michelangelo aveva gli assistenti. Ma una cosa è collaborare insieme, fisicamente, altra è mandare da New York un file con modelli in 3D e far realizzare le opere ad anonimi artigiani».

Pietrasanta, panoramica di Fabio Mazzoni

Quante cose sono cambiate. Anche i laboratori. Un tempo erano proprio in centro, per le vie ora affollate dai turisti. Per motivi d’inquinamento acustico e igiene, si sono via via spostati “fuori le mura” e negli ultimi anni, licenza dopo licenza, al posto di tutte quelle botteghe, si sono aperti tanti piccoli locali e curiosi ristoranti. Ora, insieme all’Artistar, incontri anche il tele-vip di turno. Sebbene questo miscuglio d’arte e moda abbia creato un po’ di confusione, Pietrasanta rimane bella e viva proprio grazie alla sua capacità di guardare al futuro. E rinnovarsi. Quest’estate, infatti, la novità di Pi. Co. (Pietrasanta Contemporanea), ha dato nuova luce al territorio. L’ambizioso progetto triennale si propone come macro contenitore di eventi legati alle diverse espressioni dell’arte, grazie alla sinergia di CAV (Centro Arti Visive), Comune, Fondazione La Versiliana e Artigianart (associazione degli artigiani di Pietrasanta). Si è formata una rete, una sinergia per dare spazio a tutte le discipline, a partire dal disegno: forse l’unica base comune a tutte le forme d’arte, dalla pittura alla scultura, dalla grafica all’architettura. Da qui l’idea di una Biennale del Disegno a Pietrasanta, una novità almeno in Europa. Nel Rinascimento, il termine francese “dessin” indicava sia la rappresentazione che lo studio e l’intento di circoscrivere un determinato soggetto. Indagare sull’evoluzione e ramificazione della forma d’arte più primitiva, significa indagare sull’arte contemporanea. In attesa della prima edizione, tra due anni, durante l’estate si è tenuto un assaggio e anteprima nella Villa del parco La Versiliana con “Cabinet de Dessin”, a cura di Lorand Hegyi, e i lavori di Omar Galliani e Dennis Oppenheim.
Fabio Sciortino, insieme ad Omar Galliani, Alessandro Romanini e Marco Baudinelli, è tra gli attori principali del nuovo scenario culturale che coinvolge (non solo) il territorio pietrasantino. Il CAV è nato dalle loro mani, proprio qui tra le mura del convento di San Francesco e la Curia locale. Qui dove c’è un incantevole giardino che guarda ai monti di Capriglia, ci sarà presto anche una biblioteca, dalle cui finestre invece si vedrà il mare di Marina di Pietrasanta. E poi ci saranno delle camere perché da gennaio 2012, questa magnifica sede sarà casa e scuola di venticinque studenti (il primo bando scade il 31 ottobre) che seguiranno un Corso di Perfezionamento (o Master) annuale con due indirizzi: uno in Arti Visive. Disegno, dal Progetto alla Forma e l’altro in Conservazione e Restauro dell’Arte Contemporanea. In preparazione al campus, si sono già svolti diversi seminari, lectio magistralis e workshop multidisciplinari, proprio nel refettorio di questa struttura, con la partecipazione di grandi nomi, dall’architetto Mario Botta al fotografo Massimo Vitali. Un distretto creativo e produttivo, quello del Centro Arti Visive o CAV che ha importanti finalità didattiche e l’intenzione di essere ponte fra tradizione e innovazione, teoria e prassi. Aula e laboratorio. (Per info www.cavpietrasanta.it).
E in questa frizzante atmosfera, intanto, si fanno programmi e allestiscono continuamente spazi espositivi: oltre a piazza Duomo, il complesso di S. Agostino e Palazzo Panichi, ecco il neonato MuSA (Museo Multimediale della Scultura e dell’Architettura) che da questo autunno si dedicherà all’offerta territoriale legata a scultura e architettura, ma che già promuove arte contemporanea e in particolare produzioni multimediali, essendo dotato di tecnologie d’avanguardia.
Insomma, tra pennelli e scalpelli, a Pietrasanta sembrano essere tutti d’accordo su almeno una cosa: l’unione fa la bellezza.

Fabio Sciortino in MySpace e Facebook

CAV – Centro Arti Visive Pietrasanta: www.cavpietrasanta.it
in Via dei Frati, 6 – Ex Convento dei Frati

MuSA – Museo Multimediale della Scultura e dell’Architettura
in via Giuseppe Garibaldi 97

55045 Pietrasanta (LU)

Elena Mazzoni Wagner