Da New York a Milano, da giornalista a stagista

Giulia Dedionigi

NEW YORK Qui ad ogni angolo di strada s’incontrano reporter in tailleur, perfette anche sotto la poggia o la neve. Sorriso in camera e via con la cronaca in diretta. Ci sono poi gli studi dei tg in pieno centro, anzi in vetrina. Guardi la messa in onda sognante, come si guardano i manichini con gli abiti griffati sulla Quinta Strada. A New York, insomma, il sogno di diventare giornalista sembra essere alla portata di tutti. Anche se hai vent’anni e il passaporto italiano. Addirittura, quando a caccia di uno sconto mostro al Moma, al Guggenheim, al Metroplitan, il tesserino da praticante giornalista mi rispondono: “Altro che riduzione! Con questo entri gratis”. Succede anche in molti teatri di Broadway e perfino al cinema. Vedo la scritta Press sul mio biglietto d’ingresso e penso all’elenco infinito di volte in cui, a Milano, mi hanno raccontato quanto fosse inutile questa tessera. Giornalista? Ripeto a me stessa, quasi ridendo. Macché, per l’Italia, al massimo, sarò sempre una stagista.

Elena M. Wagner

MILANO La laurea non basta, servono esperienze. In Università, l’elenco delle offerte di lavoro è piuttosto breve. Quello degli stage, invece, è infinito. Dottoressa alla fine della magistrale, guardo al futuro. Alle spalle, tre stage: due in Italia (non retribuiti) e uno all’estero (niente paga ma in cambio ricevevo vitto e alloggio). Adesso potrei fare un quarto stage nella redazione online di un quotidiano nazionale. Sei mesi di lavoro e cento euro al mese. Sì, cento euro. Credici. Cento euro. Al mese. (Io che bevo almeno tre espresso al giorno, li spenderei tutti in ufficio alla macchinetta del caffè e quindi, pur di non restituire i miei miseri guadagni – in un certo senso – ai miei datori di lavoro, nonostante l’immenso sacrificio, credo proprio che diventerei allergica alla caffeina). E dopo? Dopo i sei mesi, c’è forse la vaga possibilità che mi assumino? Ahah. Che battuta. Ma cosa mi salta in mente. Al mio amico, dopo sei mesi e cento euro al mese, è stato offerto un contratto di altri sei mesi: sempre come stagista e alle stesse condizioni. Sarebbe un’altra bella esperienza, mi dico. Sicuramente. Ma stavolta ringrazio e dico no, mi dispiace. Se resto a casa e mando avanti il mio sito web, posso scrivere di ciò che voglio e forse (lo spero proprio) guadagnare anche qualcosa in più. La stampa vive una doppia crisi economica, quella globale e quella propria? Le redazioni sono chiuse da anni, al massimo aprono le porte per mandar via gente? Il web è ancora sottovalutato dall’Ordine dei Giornalisti (a proposito, ma a cosa serve? C’è più disordine in Italia che nel resto d’Europa dove questo “ente pubblico” non esiste.)? I giornalisti online sono sottopagati? L’Italia non capisce l’importanza di investire sui giovani? Siamo forse noi gli strani (filostranieri) a sentirci disorientati in un Paese per vecchi? Siamo noi i soli ciechi che non riescono a vedere buone prospettive? Quanti pesci fuor d’acqua cercano di non annegare in questo mar Mediterraneo? Eppure continuano ad arrabbiarsi se osiamo dire che viviamo in un Paese arretrato. E visto che qui nessuno è “figlio di” o “va a letto con”, nessuno ci aiuta. La valigia dei sogni, per noi giovani d’oggi – senza un “papi” generoso o un “grande fratello” alle spalle –, è la valigia del fai-da-te. Perciò, tanto vale inventarsi un lavoro ed essere imprenditori di se stessi. Facile? No. Io però voglio scrivere e dunque scrivo. Grazie, Internet.



Beppe Severgnini: “L’Italia è una Repubblica fondata sullo stage.”

E a noi di CCT (questo elemento) non piace.