VIAGGIATORI vs TURISTI: una storia vecchia più di un secolo

Nuvole trittico 2017 - EMW
Elena Mazzoni Wagner

BOLOGNA, aeroporto. I pochi treni della domenica mi hanno obbligata a partire da casa la mattina, presto, pur avendo un volo alle 16.00 del pomeriggio. Non importa, decido che mi prenderò tutto quel tempo per me, per fare qualcosa, per vagare tra i percorsi commerciali di questo non luogo e osservare le altre comparse. Leggerò il libro infilato nel bagaglio a mano oppure ne cercherò un altro alla libreria che si trova all’ingresso. E così, mentre scorro lo sguardo tra classici e saggi, trovo un libretto intitolato Camminare di Hermann Hesse. Penso a mia sorella che ultimamente vuole fare l’alpinista e lo sfoglio. Si tratta di una piccola raccolta di testi firmati dallo scrittore tedesco per alcune riviste e di brevi opere che hanno anticipato i suoi grandi capolavori – Siddhartha (1922) e Der Steppenwolf (1927). Tema in comune la voglia di viaggiare, muoversi, esplorare, camminare verso e attraverso l’altrove. Mi sembra un buon momento per approfondire pensieri del genere e così faccio, trovo il mio posto in sala d’attesa e alle prime parole “contro gli orrori del turismo moderno” mi sorprendo. Questo articolo ‘Sul viaggiare’ – titolo originale ‘Über das Reisen’ – è stato pubblicato per la prima volta dal giornale viennese Die Zeit, il 30 Aprile 1904. Possibile che già oltre un secolo fa esistesse l’opposizione, di cui tanto si discute oggi, tra viaggiatori e turisti? Caro Hermann, se ti arrabbiavi con “il cittadino che viaggia” e “non sa perché lo fa” del primo ‘900, non oso immaginare cosa potresti scrivere oggi. Forse la popolazione umana sarà sempre divisa tra chi viaggia per vivere e chi viaggia per esserci. Ma di sicuro al viaggio si può educare, di sicuro al turismo che svuota le città di cittadini e le riempie di non luoghi, rendendole tutte uguali, si può – anzi, deve! – rispondere con esempi e storie di autenticità e condivisione. Noi – CCTzens & CCTravellers – nel nostro piccolo e semplice modo di vedere, esplorare e raccontare il mondo, cercheremo sempre di custodire e portare ovunque questa antica idea, eterno ideale, sul viaggiare. Che poi equivale a dire, sulla vita.

Nuvole trittico 2017 - EMW


Adesso, come si dice dalle mie parti, mi cheto e lascio la parola ad Herman Hesse.

Sul viaggiare (1904)

In un primo momento, quando mi fu suggerito di scrivere qualcosa sulla poesia del viaggiare, mi parve un’allettante opportunità per poter inveire di tutto cuore contro gli orrori del turismo moderno, contro l’insensata smania del viaggio; contro gli squallidi hotel di oggi, contro località turistiche come Interlaken, contro inglesi e berlinesi, contro la Foresta Nera del Baden deturpata e dal costo esorbitante, contro la gentaglia di città che vuol vivere in mezzo alle Alpi come a casa propria, contro i campi da tennis di Lucerna, contro osti, camerieri, stili di vita e prezzi degli hotel, vini locali e costumi regionali contraffatti. Ma quando una volta, in treno fra Verona e Padova, confessai a una famiglia tedesca le mie idee in merito, fui pregato con fredda cortesia di tacere; e quando un’altra volta, a Lucerna, presi a schiaffi un cameriere incapace, non fui più pregato, ma costretto con la forza e di corsa a lasciare l’albergo. Da allora ho imparato a controllarmi. Ma ricordo anche che, fondamentalmente, durante i miei brevi viaggi mi sono sempre sentito molto felice e soddisfatto e che da ciascuno di essi ho riportato a casa qualche tesoro, a volte grande e a volte piccolo. Allora perché lamentarsi?

Circa la questione su come l’uomo moderno dovrebbe viaggiare esistono diversi libri e libretti, ma fra questi non ne conosco nessuno di buono. Chiunque stia partendo per un viaggio di piacere dovrebbe comunque sapere ciò che fa e perché lo fa. Oggi, il cittadino che viaggia non sa perché lo fa. Viaggia perché d’estate in città fa troppo caldo. Viaggia perché cambiando aria e persone e ambienti spera di trovare un po’ di riposo dalle fatiche del lavoro. Viaggia verso i monti tormentato dall’oscura nostalgia di tornare alla natura, alla terra e alle piante; va a Roma perché è un viaggio culturale. Ma soprattutto, viaggia perché tutti i suoi cugini e vicini lo fanno, perché poi potrà parlarne e vantarsi, perché è la moda e perché dopo, a casa, si sentirà di nuovo così piacevolmente a posto. Tutti questi motivi sono infatti comprensibili e rispettabili. Ma perché il signor Krakauer va a Berchtesgaden, il signor Müller nei Grigioni, la signora Schilling a Sankt Blasien? Il signor Krakauer ci va perché ha tanti amici che di solito vanno a Berchtesgaden, il signor Müller perché i Grigioni sono lontani da Berlino ed è alla moda, la signora Schilling perché ha sentito dire che l’aria di Sankt Blasien e così buona. Tutti e tre potrebbero scambiarsi i rispettivi programmi e itinerari di viaggio e sarebbe esattamente lo stesso. Conoscenti se ne possono avere ovunque, il proprio denaro lo si può scialacquare dove si vuole e di luoghi con l’aria buona l’Europa è straordinariamente ricca. Allora perché proprio Berchtesgaden? O Sankt Blasien. Qui sta l’errore.

Viaggiare dovrebbe sempre significare esperire, sentire profondamente, e si può esperire qualcosa di prezioso solo in luoghi e ambienti con cui s’istituisce un rapporto spirituale. Una bella escursione occasionale, un’allegra serata in un’osteria qualsiasi, una gita in battello su un lago qualunque, queste non sono di per sé vere e proprie esperienze capaci di arricchire la nostra vita, se non infondono in noi stimoli forti e duraturi. Potrebbero farlo, ma sarà difficile per uomini come i Krakauer e Müller. Forse perché per queste persone non esiste luogo sulla terra con cui possano stabilire rapporti più profondi. Per essi non c’è paese, costa o isola, nessuna montagna né antica città, a cui siano attratti dall’idea di un luogo la cui vista appaghi i sogni prediletti e la cui conoscenza equivalga a trovare un tesoro. Tuttavia i loro viaggi potrebbero essere più felici e più belli, se proprio devono viaggiare. Prima di partire dovrebbero informarsi, anche solo su una mappa e di sfuggita, sulle caratteristiche essenziali del paese e del luogo in cui stanno per recarsi, e del rapporto in cui tali luoghi si trovano, per posizione, territorio, clima e popolazione, rispetto alla propria patria e ai luoghi a loro familiari. Se poi vanno all’estero dovrebbero cercare di provare empatia con ciò che è caratteristico della regione. Dovrebbero contemplare monti, cascate e città non solo di sfuggita e come attrazioni, ma imparare a riconoscerli come necessari e consoni ai luoghi in cui si trovano, e dunque, belli.

Chi ha questa buona volontà scopre da sé i semplici segreti dell’arte di viaggiare. E non vorrà bere birra bavarese a Siracusa e se mai la riuscirà a trovare, la giudicherà stantia e costosa. Non viaggerà in paesi stranieri senza conoscerne, almeno un poco, la lingua. Non giudicherà paesaggi, abitanti, abitudini, la cucina e i vini sul metro del proprio paese, e non vorrà vedere il veneziano focoso, il napoletano silenzioso, il bernese gentile, il Chianti più dolce, la riviera più fresca, il litorale lagunare più scosceso. Cercherà invece di adattare il proprio stile di vita ai costumi e al carattere del luogo in cui si trova; si alzerà presto a Grindelwald e tardi a Roma, e così via. E soprattutto, cercherà ovunque di avvicinarsi alla gente del luogo e di comprenderla. Non girerà in comitive internazionali e non sceglierà hotel internazionali, ma pensioni i cui titolari e dipendenti sono gente del posto o, meglio ancora, presso privati, dalla cui vita familiare potrà ricevere un quadro della vita di un popolo. Sarebbe indicibilmente ridicolo chi, durante un viaggio in Africa, volesse montare su un cammello con finanziera e cilindro. Ma si considera una scelta del tutto naturale vestirsi in stile francese a Zermatt o a Wengen, parlare tedesco in città francesi, bere vino del Reno a Göschenen e mangiare a Orvieto lo stesso cibo che si mangia a Lipsia. Se a questo tipo di viaggiatori chiedete che cosa pensino dell’Oberland bernese, vi parleranno indignati dei prezzi praticati dalla ferrovia della Jungfrau, e se fate cadere il discorso sulla Sicilia sarete informati che laggiù non esistono camere riscaldate, ma che si può provare una squisita cucina francese. Se chiedete del popolo e della vita locale vi racconteranno di gente che indossa abiti assolutamente ridicoli e parla un dialetto del tutto incomprensibile. Ma ora basta così. Volevo parlare della bellezza del viaggiare, non dell’insipienza della gran parte dei viaggiatori.

La poesia del viaggiare non consiste nel ristoro dalla monotonia del proprio paese, dalla fatica del lavoro e dei contrasti, non nella compagnia di altre persone e nella contemplazione d’immagini diverse, e nemmeno nel soddisfare una curiosità. La poesia del viaggiare è nell’esperienza, nell’arricchimento interiore, nell’organica assimilazione delle novità vissute, nell’accrescimento della nostra capacità di comprendere l’unità nel molteplice, il grande intreccio costituito da terra e umanità, nel ritrovare antiche verità e leggi in situazioni del tutto nuove. A tutto ciò si aggiunge ciò che vorrei chiamare romanticismo del viaggiare: la varietà delle impressioni, l’attesa, serena o ansiosa, di sorprese, ma soprattutto il prezioso piacere di frequentare persone che ci sono nuove ed estranee. Lo sguardo scrutatore del portiere o del cameriere è uguale a Berlino come a Palermo, ma quello del pastorello retico, che hai sorpreso su un prato sperduto dei Grigioni, non lo puoi dimenticare. E non puoi scordare la famiglia di Pistoia, che una volta ti ha ospitato per due settimane. Potrai forse dimenticarne i nomi, potrai non ricordare nei minimi dettagli i piccoli destini e le minuscole preoccupazioni di quelle persone, ma non dimenticherai mai come, in un’ora felice, ti sei avvicinato prima ai bambini, poi alla piccola, pallida donna, quindi a suo marito o al nonno. Perché con loro non dovevi parlare di cose risapute, non dovevi allacciarti a una realtà stantia e comune; per quelle persone tu eri nuovo ed estraneo come lo erano loro per te, ed eri costretto a lasciar da parte il convenzionale, a basarti solo su te stesso e risalire alle radici del tuo essere per poter dire loro qualcosa. Forse hai parlato di piccole cose, ma parlavi da uomo a uomo, a tentoni e a furia di chiedere, desiderando solo di conoscere un po’ meglio questi stranieri, di conquistarti un pezzo del loro essere e della loro vita per portarlo via con te.

Chi in regioni e in città straniere non rincorre solo le cose famose e più sorprendenti, ma desidera comprenderne la realtà più vera e profonda per coglierla con amore, noterà come gli incontri casuali e le piccole cose gli appariranno rivestite di un bagliore speciale. Quando penso a Firenze, la prima immagine che ricordo non è il Duomo o l’antico Palazzo della Signoria, ma il piccolo stagno con i pesciolini rossi nel Giardino di Boboli. Là, durante il mio primo pomeriggio fiorentino, mi capitò di parlare con alcune donne e con i loro bambini e ascoltai per la prima volta il dialetto fiorentino; e fu la prima volta in cui sentii davvero quella città, che tanti libri mi avevano reso familiare, come qualcosa di reale e vivo, come una città con cui potevo parlare e che potevo afferrare con le mani. E non per questo mi sono sfuggiti il Duomo, Palazzo Vecchio e tutti i monumenti che hanno reso celebre Firenze. Penso anzi di averli vissuti e averli fatti miei in modo migliore e con più passione di tanti scrupolosi turisti con il loro bravo Baedeker*; mi tornano in mente in modo netto, unitario, da piccole esperienze marginali; e se pure ho dimenticato qualche bel quadro degli Uffizi, ricordo le serate trascorse chiacchierando in cucina con la padrona di casa, o le notti passate in piccole osterie a parlare con uomini e ragazzi, come il loquace sarto di periferia che sotto casa mi ricuciva i calzoni strappati che avevo indosso e nel mentre mi faceva infuocati discorsi politici e canticchiava melodie di opere e allegre arie popolari. Queste inezie diventano spesso il fulcro dei più preziosi ricordi. Ed è indimenticabile la bella cittadina di Zofingen, in cui rimasi solo per una breve visita di un paio d’ore, e dove feci a pugni con un tizio innamorato della figlia dell’oste. E l’incantevole villaggio di Hammerstein, a sud di Blauen, nel Baden, non sarebbe così vivido e bello nella mia memoria, con tutti i suoi tetti e i suoi vicoli, se non l’avessi raggiunto a tarda notte, inaspettatamente, alla fine di una lunga e penosa peregrinazione nella foresta. Lo vidi all’improvviso, dopo aver doppiato la sporgenza di un promontorio, distendersi in profondità, sotto di me, quieto e assonnato, una casa stretta all’altra, mentre la luna stava spuntando sullo sfondo. Se fossi arrivato dalla comoda strada principale e lo avessi attraversato, non saprei nulla di tutto questo. Vi feci sosta per poco più di un’ora, eppure la ricordo ancora come un’immagine bella e cara, e lo sarà per tutta la vita. E unita al ricordo di questo piccolo paesino, la vivida impressione di un paesaggio perfetto, caratteristico.

Chi da giovane ha viaggiato con poco denaro e senza valigia conosce bene queste emozioni. Una notte trascorsa in un campo di trifoglio o nel fieno fresco, un pezzo di pane e formaggio elemosinato in una baita sperduta, l’ingresso inaspettato in una locanda durante una festa nuziale di paese, e l’invito a parteciparvi; sono tutti ricordi che restano indelebili nella memoria. Ma non si deve dimenticare, al di là del fortuito, l’essenziale, né al di là del romantico, la poesia. Lasciarsi trasportare in giro e affidarsi alla buona sorte è certamente una buona pratica, ma ogni viaggio, se vogliamo viverlo con soddisfazione e come un’esperienza profonda, deve avere un contenuto e un senso ben precisi. Passeggiare per noia e ottusa curiosità in paesi la cui intima natura ci resta estranea e indifferente, è sacrilego e ridicolo. Come un’amicizia o un amore che si coltiva e per il quale si compiono sacrifici, come un libro che con saggezza si è scelto, comprato e letto, così ogni viaggio di piacere o di studio è un atto d’amore che comporta voglia di apprendere e spirito di sacrificio. Il suo scopo è quello di rendere un paese e il suo popolo, una città o una regione, patrimonio spirituale del viaggiatore, che con amore e passione deve scrutare una realtà a lui estranea e sforzarsi con perseveranza di comprendere il mistero del suo essere. Il ricco commerciante di salumi, che per ostentazione e un malinteso senso della cultura viaggia a Parigi o a Roma, non consegue nulla di tutto ciò. Ma chi nei lunghi e ardenti anni della giovinezza ha coltivato dentro di sé il sogno delle Alpi, del mare o delle antiche città d’Italia, ed è finalmente riuscito a racimolare un po’ di tempo e denaro, si impossesserà con passione di ogni pietra miliare, di ogni muro di cinta di un monastero illuminato dal sole e ricoperto di rose rampicanti, di ogni cima innevata e di ogni tratto di mare, e non li lascerà più sfuggire dal proprio cuore prima di averne compreso il linguaggio, prima che sia divenuto vivo quanto per lui era morto, e dotato di parola ciò che per lui era muto. Costui, in un solo giorno, arricchirà infinitamente la sua esperienza e proverà molte più cose di quanto non possa un rappresentante di moda in anni di viaggi, e porterà con sé per tutta la vita un tesoro di gioia e comprensione, un senso di felice appagamento. Chi non ha bisogno di soldi e tempo e ha voglia di viaggiare, dovrebbe sentire il bisogno di appropriarsi spiritualmente, poco alla volta, dei paesi che affascinano i propri occhi e il proprio cuore, e conquistarsi un pezzo di mondo imparando a conoscerlo e a gustarlo lentamente, mettendo radici in molti paesi e raccogliendo le pietre, da oriente e occidente, per costruire lo splendido edificio di una comprensione totale della terra e della sua vita.

Devo riconoscere che la maggior parte dei viaggiatori di oggi è costituita da cittadini stanchi, che non desiderano altro se non sentire per qualche tempo la vicinanza ristoratrice e la forza consolatoria della vita naturale. Parlano volentieri della “natura” e nutrono per essa un amore metà timoroso e metà condiscendente. Ma dove la cercano e quanti la trovano? È un errore piuttosto diffuso quello di pensare che basti recarsi in un bel luogo per essere vicini alla “natura” e gustarne le forze e l’effetto consolatorio. È ovvio che l’abitante della grande città, fuggito dalle sue strade roventi, trova rifugio nella frescura e nella purezza dell‘aria marina o soggiornando fra i monti. E tanto gli basta. Si sente leggero, respira profondamente, dorme meglio e torna a casa grato nella convinzione di avere goduto in modo giusto della “natura”, di averla assorbita. Non sa, però, di aver ricevuto da essa solo gli aspetti più fugaci, insignificanti, e di avere lasciato lungo il cammino, senza scoprirle, le cose migliori. Egli non sa vedere né cercare né viaggiare. La convinzione che sarebbe molto più semplice e più facile accogliere in sé una parte di Svizzera o di Tirolo o un tratto del mare del Nord o della Foresta Nera, piuttosto che farsi una solida idea di Firenze o di Siena, è del tutto sbagliata. Per chi di Firenze ricorda solo la torre del Palazzo Vecchio e la cupola del Duomo, porterà con sé anche di Schliersee soltanto il contorno del Wendelstein e di Lucerna solo un quadro del Pilatus e l’azzurra foschia del lago; ma dopo poche settimane, ritroverà il suo più genuino bagaglio spirituale povero come lo era prima del viaggio.

La natura, come l’arte e la cultura, non si getta ai piedi dell’osservatore, e proprio dall’uomo impreparato della città esige una dedizione infinita prima di svelarsi e concedersi. È bello, in treno o in auto, oltrepassare il Gottardo, il Brennero o il Sempione; ed è bello viaggiare da Genova a Livorno lungo la riviera o sul vaporetto da Venezia a Chioggia. Ma di queste visioni resta raramente un patrimonio duraturo. Solo a uomini straordinariamente fini e di profonda cultura è concesso di cogliere a colpo d’occhio e conservare in sé le caratteristiche di un vasto paesaggio. Nella maggior parte della gente resta solo un’impressione generale di aria marina, di azzurro dell’acqua e di contorni delle rive, e anche questo si cancella ben presto come il ricordo di una scena teatrale. Questo è ciò che accade a quasi tutti coloro che partecipano ai viaggi di gruppo, oggi tanto amati, nel Mediterraneo. Non si deve voler vedere e conoscere tutto. Chi ha percorso da cima a fondo due montagne e due valli delle Alpi svizzere, conosce la Svizzera meglio di chi, nello stesso tempo, ha visitato l’intero paese con un viaggio organizzato. Ero stato forse cinque volte a Lucerna e a Vitznau e non avevo ancora afferrato completamente l’intima essenza del lago dei Quattro Cantoni, finché una volta ci trascorsi sette giorni su una barca a remi, da solo, raggiungendo ogni insenatura e osservandolo da ogni prospettiva. Da allora il lago mi appartiene; da allora, in qualsiasi momento, posso rievocare precisamente, senza immagini né cartine, ogni sua parte, anche la più piccola, amandola e gustandola di nuovo: la forma e vegetazione delle sponde, il profilo e l’altezza dei monti, ogni singolo villaggio con il suo campanile e il punto di approdo, i colori e i riflessi dell’acqua in ogni ora del giorno. Soltanto sulla base di tale rappresentazione chiara e percepibile fui capace di comprendere anche le persone che ci vivono, distinguere e capire atteggiamenti e dialetti dei villaggi costieri, volti e cognomi tipici, carattere e storia delle singole cittadine e dei singoli cantoni. E la laguna veneziana, nonostante il mio ardente amore per Venezia, sarebbe ancora oggi per me una curiosità straniera, incomprensibile e bizzarra, se una volta, stanco di fissare ottusamente il paesaggio, non avessi condiviso per otto giorni e otto notti barca, pane e letto con un pescatore di Torcello. Remavo lungo le isole, attraversavo a guado con la rete a mano le torbide barre di foce, imparavo a conoscere acqua, flora e fauna della laguna, respiravo e osservavo la sua atmosfera peculiare, e da allora la laguna mi è familiare e amica. Quegli otto giorni li avrei forse potuti spendere per Tiziano e Veronese, ma nella barca di un pescatore con la vela triangolare color bruno dorato ho imparato a capire Tiziano e Veronese meglio che all’Accademia e nel Palazzo dei Dogi. E non solo qualche quadro, ma l’intera Venezia non rappresenta più per me un inquietante enigma, ma una realtà molto più bella, che mi appartiene e sulla quale posso esercitare il diritto della comprensione.

Dalla pigra contemplazione di una dorata sera d’estate e dal confortante contatto con l’aria pura e leggera della montagna fino all’intima comprensione della natura e del paesaggio, c’è ancora una strada molto lunga. È meraviglioso starsene sdraiati a oziare per ore su un prato riscaldato dal sole. Ma il pieno godimento, cento volte più profondo e nobile, è concesso solo a colui il quale ha perfetta familiarità con questo panorama, con questo prato, con la sua terra e i suoi monti, i ruscelli, la macchia di ontani e la catena di cime che si slanciano all’orizzonte verso il cielo. Leggere in questo pezzo di terra le sue leggi, scorgere la necessità della sua conformazione e della sua vegetazione, cogliere il legame che l’unisce alla storia, all’indole, all’architettura, alla lingua e ai costumi degli abitanti: tutto ciò esige amore, dedizione, esercizio. Ma ne vale la pena. In un paese che con zelo e amore ti sei reso familiare e si è fatto tuo, ogni prato, ogni roccia sulla quale hai sostato ti rivela tutti i loro segreti e ti infonde l’energia che ad altri non è concessa. Voi dite che non tutti possono studiare come geologi, storici, dialettologi, botanici ed economisti il pezzo di terra su cui si è scelto di trascorrere una settimana. Naturalmente no. Si tratta di sentire, non di conoscere dei nomi. La scienza non ha ancora reso beato nessuno. Ma chi sente la necessità di non camminare a vuoto, di sentirsi vivere costantemente nel tutto ed essere parte integrante del tessuto del mondo, apre ovunque spontaneamente gli occhi su ciò che è peculiare, autentico, legato alla terra. Ovunque nel suolo, negli alberi, nei profili montuosi, negli animali e negli uomini di una terra egli riuscirà a percepire un elemento comune, un punto fermo su cui concentrare tutta la sua attenzione, invece di rincorrere il caso. E scoprirà che questo elemento comune, tipico, si manifesta anche nei più piccoli fiori, nelle più delicate colorazioni dell’aria, nelle più lievi sfumature del dialetto, delle forme architettoniche, dei balli e canti popolari, e a seconda della sua disposizione un detto popolare o un profumo di foglie o un campanile o un piccolo fiore raro diventeranno la formula che racchiude in modo sicuro e conciso tutta l’essenza di un paesaggio. Ed è una formula che non si dimentica.

Ma ora basta. Solo una cosa vorrei aggiungere ancora: io non credo a un particolare “talento per il viaggio”, di cui spesso si parla. Coloro che viaggiano e sono ben presto capaci di rendersi familiare un paese straniero, che sono capaci di cogliere ciò che è autentico e prezioso, sono le stesse persone che hanno saputo riconoscere un senso alla vita in sé, e che sanno seguire la propria stella. La forte nostalgia per le fonti della vita, il desiderio di familiarizzare con tutto ciò che esiste, opera, cresce, è la loro chiave per i misteri del mondo, che essi inseguono entusiasti e felici non soltanto durante i loro viaggi in terre lontane, ma anche nel ritmo della vita e dell’esperienza di ogni giorno.


* Baedeker: guida da viaggio per turisti; così detta dal nome dei tipografi e librai tedeschi Baedeker che diedero inizio nel 1836 alla pubblicazione di queste guide, a poco a poco allargatesi con molto successo a tutta l’Europa e anche a paesi extraeuropei.

Elena Mazzoni Wagner