La città come strumento

Ritratto di città - La città come strumento

SEETIES “La vita antica fu tutta silenzio. Nel diciannovesimo secolo, coll’invenzione delle macchine, nacque il Rumore”. Così parla Luigi Russolo nel suo manifesto “L’arte dei rumori“, scritto a seguito di un concerto che Francesco Balilla Pratella tiene nel marzo 1913 al Teatro Costanzi (oggi Teatro dell’Opera) di Roma. Russolo dichiara che, ascoltando l’esecuzione orchestrale della “possente musica futurista”, ha finalmente conosciuto una nuova arte, l’arte dei rumori appunto.

La sua figura di pittore, compositore e inventore rimane una delle principali del Futurismo. Nel suo manifesto, sostiene che il suono fino a quel momento era esistito come elemento a sé, indipendente dalla vita, e che aveva dato origine alla musica; poi, con la rivoluzione industriale, la ricerca musicale si è avvicinata al suono-rumore: la macchina ha creato un’infinità di rumori e questi, a differenza degli ormai scontati e noiosi suoni, riportano ad una certa familiarità, richiamando alla vita frenetica tanto acclamata dai futuristi.

La fonte svariata dei rumori, oltre alla natura, è proprio e soprattutto la città moderna: il centro urbano è un concentrato di possibilità sonore, un continuo concerto di rumori. Russolo trae ispirazione da questi, dai rumori urbani, per la realizzazione dei suoi strumenti: gli intonarumori” che, in base alla loro emissione, vengono definiti ululatori, rombatori, crepitatori, stropicciatori, scoppiatori, gorgogliatori, ronzatori, sibilatori.

Luigi Russolo – insieme al collaboratore Ugo Piatti – teorizza, inventa e analizza questi nuovi oggetti che, essenzialmente, sono scatole rettangolari, dipinte con colori sgargianti, dove da un lato esce una tromba che raccoglie il suono e dall’altro si trova una manovella che determina “l’eccitazione rumoristica”. Sopra la scatola, una lancetta si muove su una scala graduata che serve a individuare l’altezza del suono. Non si tratta di uno strumento elettronico (il primo è il Thelarmonium inventato nel 1897 dallo statunitense Thaddeus Cahill) ma alcuni degli intonarumori vengono comunque azionati tramite un interruttore per mezzo di una piccola corrente di 4 o 5 volts.

Attraverso la realizzazione di questi strumenti, Luigi Russolo dà inizio a un nuovo stile musicale: il Rumorismo. Il rumore assume un valore autonomo, strutturale: da scoria, accidente, disturbo, si fa musica, diventa arte. Iniziano così ad esserci esibizioni e concerti rumoristi, in particolar modo nell’ambiente parigino. Purtroppo però molti di questi strumenti vengono distrutti dai bombardamenti della seconda guerra mondiale e, inoltre, i partiti musicali perduti dal fratello di Russolo: oggi restano solo quelle sette battute di “Risveglio di una città” che furono inserite nel volume “L’arte dei rumori”.


Le teorie rumoriste hanno vita difficile ma sono comunque di grande ispirazione per i compositori e musicisti del Novecento. Oltre a ritrovare un forte collegamento con l’atonalità (o pantonalità) teorizzata da Arnold Schönberg durante gli stessi anni, artisti come Edgar Varèse, Igor´ Fëdorovič Stravinskij e Darius Milhaud sono molto sensibili a quelle nuove concezioni musicali. La scuola francese, con la nascita della musica concreta nel 1948, è quella che più segue il flusso del Rumorismo. La musica concreta, ideata dal compositore Pierre Schaeffer, non si basa sui suoni emessi dagli strumenti tradizionali, bensì su elementi sonori preesistenti (i rumori della città), registrati e manipolati in vario modo attraverso la modificazione del timbro, dell’intensità, dell’altezza. Si può considerare questo genere come “prima scuola” di musica elettronica, anche se quest’ultima usa come materiale base solo frequenze prodotte elettronicamente.

Questo fenomeno ha portato ad un superamento della distinzione fra suono e rumore, confermando tutte le teorie di Russolo e dei suoi strumenti d’avanguardia. Daniele Lombardi, compositore e pianista, forse il massimo esperto italiano della musica futurista, ci parla di “futurismi musicali” proprio per riferirsi alle tracce della concezione futurista che si sono ritrovate nella musica del Novecento.

Una delle testimonianze più significative è stata lasciata dal compositore, autore e filosofo John Cage che inizia a comporre attraverso percussioni composte da “cianfrusaglie”, cercando elementi in discariche e negozi. In un suo testo del 1937 chiamato “Il futuro della musica: il mio credo”, Cage scrive: “Ovunque ci troviamo, quello che sentiamo è in gran part rumore. Quando lo ignoriamo ci disturba. Quando gli prestiamo ascolto, lo troviamo affascinante (…) Noi vogliamo catturare e controllare questi rumori, usarli non come effetti sonori bensì come strumenti musicali.” Sicuramente Cage conosce bene “L’arte dei rumori” di Russolo e qui sembra proprio riportare una citazione del manifesto futurista. Prosegue dichiarando che l’unico rapporto costante con il passato sarà il principio della forma, anche se la forma del futuro non sarà come in passato, ovvero una volta con la fuga e un’altra con la sonata, ma sarà in relazione con quest’ultime come queste lo sono tra di loro. Dunque, afferma che sarà necessario creare centri di musica sperimentale dove saranno a disposizione tutti quei nuovi apparecchi elettronici utili all’organizzazione del suono (termine che secondo lui dovrebbe sostituire la parola “musica”, parola sacra e destinata agli strumenti del Sette-Ottocento).


Come immaginato da John Cage, nel secondo dopoguerra iniziano a svilupparsi centri di ricerca. Tra questi vi è anche lo Studio di fonologia musicale RAI, con sede a Milano, aperto nel 1955 dai musicisti Luciano Berio e Bruno Maderna. Lo studio propone una sintesi tra musica elettronica, che si ottiene registrando segnali generati da circuiti elettronici, e musica concreta, che utilizza registrazioni su nastro magnetico di rumori preesistenti.

La prima composizione realizzata dai due musicisti per il centro di fonologia è “Ritratto di città”, su testo di Roberto Leydi, etnomusicologo. Esiste un legame tra questa composizione e quella futurista di Luigi Russolo, “Risveglio di una città”, descritta dallo stesso autore come una “spirale di rumore”. Nei suoi 25 secondi di durata, riesce a dare l’idea di una città industriale che si risveglia al mattino. Del resto, come prima accennato, sono rimaste solo 7 battute di questo componimento. Daniele Lombardi scrive così: “La questione delle partiture di Luigi Russolo è tutt’oggi un mistero. Nelle foto del 1914, fatte durante i suoi primi concerti, appare chiaramente come ogni esecutore avesse il suo spartito e il direttore la partitura. A distanza di poche decine di anni, oggi è impossibile reperire i frammenti di queste partiture: tutto disperso. Rimangono soltanto sette battute del ‘Risveglio di una città’ che furono pubblicate sulla rivista fiorentina Lacerba”. Eppure, l’esecuzione che fece Lombardi alla Biennale di Venezia nel 1977, ha portato il componimento al pari della “Sagra della Primavera” di Stravinsky. La composizione di Luciano Berio e Bruno Maderna è rivolta invece alla riproduzione radiofonica ed oltre ai suoni concreto-elettronici di fondo, si ha il racconto di Roberto Leydi, attraverso le voci di due attori, voci che aiutano a creare immagini mentali. [ASCOLTA nei video caricati su YouTube da TheWelleszCompany, vedi di seguito]

La città descritta è quella di Milano, dal risveglio al pieno caos cittadino mondano. Fracasso di tram, miagolii di gatti sui tetti, passi veloci e così via. I suoni elettronici registrati su nastro magnetico accompagnano la voce e riescono a creare l’atmosfera di una città e di quello che si può incontrare. I suoni-rumori, come afferma anche John Cage, si fanno così se stessi attraverso i nuovi mezzi elettronici, invece che veicoli per le varie teorie musicali create dall’uomo oppure espressioni di sentimenti umani. Il rumore diventato ormai suono è fine a se stesso, l’ascoltatore deve liberare la mente da ogni pre-concetto: per una musica nuova si ha un ascolto nuovo. Possiamo quindi credere e affermare che Luigi Russolo, con la sua intuizione futurista, abbia anticipato e influenzato tutta quella musica sperimentale sviluppatasi dalla prima metà del ‘900 fino ad oggi, e conosciuta come ambient, techno e – appunto – noise.


Ritratto di Città, Studio per una rappresentazione radiofonica (1954). Musica di Luciano Berio e Bruno Maderna. Testo di Roberto Leydi. Realizzato presso lo Studio di Fonologia Musicale di Milano della RAI, Radiotelevisione italiana. Voci di Nando Gazzolo e Ottavio Fanfani. Parte I

Ritratto di Città, Studio per una rappresentazione radiofonica (1954). Musica di Luciano Berio e Bruno Maderna. Testo di Roberto Leydi. Realizzato presso lo Studio di Fonologia Musicale di Milano della RAI, Radiotelevisione italiana. Voci di Nando Gazzolo e Ottavio Fanfani. Parte II

Ritratto di Città, Studio per una rappresentazione radiofonica (1954). Musica di Luciano Berio e Bruno Maderna. Testo di Roberto Leydi. Realizzato presso lo Studio di Fonologia Musicale di Milano della RAI, Radiotelevisione italiana. Voci di Nando Gazzolo e Ottavio Fanfani. Parte III

Erika Mazzoni Wagner