Southerly. Vento da sud

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Dario Nardini

Balene

«Tra maggio e novembre, volgendo lo sguardo verso il largo, potete avvistare maestose balene che si muovono verso sud, nelle loro migrazioni stagionali».

Quando lo vedi scritto sui cartelli sistemati nei punti panoramici della costa, non ci credi. Un distratto sguardo all’orizzonte ti fa pensare che possa capitare magari a un fanatico e fortunato whale-whatcher, munito di binocolo e appostato lì da chissà quanto, non certo a un passante distratto e poco paziente come te.

Allora te ne vai tranquillo a prenderti un caffè. “Long black, please” – che tanto l’espresso non lo sanno fare. Prendi il tuo bicchierone di carta da asporto rovente e te ne vai ad aspettare che si raffreddi sulla collina che sovrasta Duranbah Beach (D-Bah nello slang locale, sempre avaro di sillabe). Ti siedi sull’erba per goderti il panorama e vedere da lontano le evoluzioni di qualche bravo surfista, laggiù nel break più costante della Costa, stretto tra il fiume Tweed e Coolangatta.

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D-Bah, una domenica d’inverno

Attorno a te, gruppetti di turisti asiatici sorridono e scattano fotografie al mare, a loro stessi, a loro stessi al mare, alla colazione, a loro che mangiano la colazione, all’erba, a loro seduti sull’erba, a loro che fanno colazione sull’erba al mare. Ti accorgi solo dopo qualche istante che la terrazza panoramica affacciata sull’oceano in direzione est-nord-est, poco sotto di te, è invasa da una disciplinata scolaresca di pischelli in odor di pubertà, agghindati con calzoncini corti, cappellini e magliette colorate tutti uguali. Sembrano postmoderni boyscout, senza fazzoletto al collo. Ti chiedi cosa ci facciano lì e assisti rapito a una testimonianza empirica della possibilità di conciliare preadolescenza e ordine.

Poi un movimento all’orizzonte, dietro le teste dei ragazzini, ti distoglie da questi e cattura la tua attenzione. Aguzzi lo sguardo, cerchi di capire cosa si sia mosso e, poco più in là di dove stavi guardando, uno spruzzo bianco sale alto dalla superficie. Una barca? Uno scoglio emergente? No, non capisci. Poi un’enorme coda nera e bianca spunta dall’acqua, si leva in aria e scende giù di botto, levando alti schizzi. Rimani a bocca aperta. Non fai neanche in tempo a realizzare che ti sbagliavi sul conto degli avvertimenti scritti sui cartelli, che un corpo scuro e lucido, enorme, emerge poco distante e, con illogica lentezza, descrive un semicerchio perfetto e scivola giù di nuovo lanciando un potente spruzzo in aria. Ti sembra di sentirne anche il rumore.

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L’urbanizzazione, in Australia, per quanto scarsamente regolamentata in certe aree, non riesce mai a imporsi completamente sulla natura. La Gold Coast ne è un emblematico esempio

Sì, i ragazzi erano lì per quello, come anche i signori che sono seduti accanto a te con quel binocolo, che prima non avevi notato e che adesso ridono e indicano e si guardano scambiandosi esclamazioni e complici sorrisi. Stanno passando le balene, sono proprio lì, a quattro, cinquecento metri dalla costa. Sono talmente grandi che se ne possono quasi scorgere i dettagli. È uno spettacolo emozionante. Sembra un’affermazione naif e un po’ puerile, di quelle prive di una vera logica che non mi piacciono se sono gli altri a farle, ma quegli animali trasmettono qualcosa. Sarà l’atmosfera vibrante che c’è intorno, saranno le rappresentazioni culturali che si hanno di questi affascinanti animali (maledetta antropologia, che si mette sempre in mezzo a rovinare la poesia), ma non si può rimanere indifferenti al loro passaggio. Schiantano le code sull’acqua, spruzzano enormi fontane coi loro sfiatatoi e lentamente si muovono verso sud. Scendono nella parte meridionale del Pacifico in primavera, tra settembre e novembre, per passare l’estate facendo scorpacciate di piccoli crostacei (krill), che abbondano nelle fredde acque dell’Antartide. Poi, tra giugno e agosto, se ne tornano a nord per partorire e svezzare i loro piccoli nelle più temperate correnti settentrionali. Percorrono fino a diecimila chilometri nelle loro migrazioni stagionali. Sulle coste est dell’Australia, dalla Gold Coast giù fino a Sydney, e ancora più a sud, rasentano il litorale, per la gioia di chi non può permettersi costose gite in barca per andarle a vedere da vicino.


Prossimità

La prossimità con la natura è ciò che mi ha colpito di più sin dai primi giorni qua. Per l’esotismo delle bestie o della vegetazione, certo (ci sono pipistrelli grossi come cormorani che volano bassi sui tetti all’imbrunire); ma soprattutto per la loro ubiquità. Non c’è soluzione di continuità tra l’erba e il cemento. A Sydney, nel bel mezzo della Circular Quay, i bruttissimi ibis si muovono indisturbati tra la gente, a caccia di cibo e spazzatura, e i gabbiani cercano di rubarti il fish and chips al mercato del pesce. Le territoriali magpie (gazze), nella stagione della nidificazione, diventano aggressive e si fiondano a picco sulle teste di passanti e ciclisti, al punto che la gente è costretta a indossare degli speroni sui caschi come deterrente. I coccodrilli infestano le acque del Northern Territory, dove purtroppo non ho ancora avuto occasione di andare, e i delfini ti nuotano accanto al tramonto mentre fai surf a Byron Bay. La vegetazione spunta dappertutto, anche nel cuore delle grandi città. Si vedono animali e alberi persino passeggiando per Melbourne, la meno “australiana” tra le città australiane.

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Gli ibis pascolano in perenne ricerca di cibo per le vie di Sydney (e di Melbourne, di Brisbane, della Gold Coast…)

Non ci si sente mai veramente distanti dalla natura, come capita invece nel Vecchio Mondo, dove le città sono città e la provincia è provincia, e per vedere la campagna bisogna prendere la macchina. Si ha la sensazione di essere ospiti qua, non dominatori. La città è una spruzzata di asfalto e cemento in grembo al paesaggio naturale, non un’area strappata alla natura. La vegetazione e la fauna, qua, non sono state cancellate dal processo di urbanizzazione. L’uomo non è padrone. (Lo sapevano bene gli aborigeni, e lo sanno in certa misura i leggendari waterman locali, i lupi di mare della costa, che spesso non sono eccezionali navigatori, secondo la definizione classica, ma eccezionali sportivi: lifesavers, canoisti, surfisti, che con sapienza sfruttano la forza degli elementi, ben consapevoli dell’impossibilità di contrastarli).

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Sydney, l’iconica Bondi Beach, tra oceano e civiltà

Uscendo dai centri abitati e addentrandosi nel “bush”, poi, si ha proprio l’impressione di entrare in contatto con la Terra: distanze infinite, enormi lande desolate, spiagge sconfinate spazzate dal vento, scogliere romantiche sferzate dalle onde, foreste subtropicali, deserto. Sembra di attraversare una rassegna fotografica del National Geographic.

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Una domesticità selvaggia

Spesso, poi, stranamente tutto tace. Il paesaggio sembra muoversi a un ritmo lento, sonnolente. Sembra che le stagioni si avvicendino al ritmo delle ere geologiche, che tutto sia lì immobile da secoli, senza cambiare. È rassicurante. Ma è tutta un’illusione. L’Australia è questa: paesaggi quieti che celano la calamità; una fauna pacifica ma silenziosamente letale. Una domesticità selvaggia. Sembra tutto indifferente al passaggio dell’uomo, che si sente quindi al sicuro, ma non lo è. È «la singolare, perduta, stanca indifferenza dell’Australia» che ha evocato Chatwin.

Gli uccelli cantano melodie inedite per chi è abituato al paesaggio sonoro europeo, i canguri pascolano tranquilli, i simpatici wombat dormono pancia all’aria e i koala masticano flemmatici, con tutta la calma del mondo. Ma nella placida quiete tra scrub ed eucalipti, ragni e serpenti tra i più velenosi del mondo che possono ucciderti nei modi più atroci.

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L’aria di chi si è appena svegliato

Down Under

L’Australia è subdola. Non puoi fare affidamento su quello che ti lascia vedere. Ciò che percepisci non è pericoloso, è da quello che non riesci a cogliere che devi guardarti le spalle. «Can’t you hear can’t you hear the thunder, you better run, you better take cover» – cantava sagacemente chi conosce bene questo paese. Grandi sorrisi, ma poi di te chi se ne frega. Saprai cavartela.

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Dal videoclip di Down Under, dei Men at Work

Il dubbio empirico che assilla Bart nel celebre episodio dei Simpson (l’acqua dello sciacquone gira veramente al contrario in Australia?), non è insomma così privo di senso. Sono tante le cose che sembrano funzionare al contrario quaggiù. Se alzi lo sguardo di notte vedi un altro cielo, anche se, come me, sei un completo ignorante in fatto di stelle, costellazioni e astri; si guida a sinistra; si trova facilmente lavoro (se si ha un visto che te lo permette) e si viene pagati bene, senza bisogno di ammazzarsi; si va a letto alle nove e ci si sveglia alle cinque. Il vento caldo viene da nord, mentre quello che spira da sud (Southerly) porta aria fredda. Ma i surfisti qua sulla Gold Coast lo aspettano a gloria, perché porta anche mareggiate e, soprattutto, fa lavorare al meglio i point break locali.


Curioso? LEGGI il post precedente sulla GOLD COAST e la sua “surfing culture”:

Lavori – Work ahead. Un’antropologia del surf sulla Gold Coast australiana

Dario Nardini