L’oro verde di Calabria. Un viaggio alla scoperta dei boschi della Sila

Jale Farrokhnia

COSENZA, LORICA. Almeno due volte l’anno, in occasione di Pasquetta e Ferragosto, l’abitante pre-silano si ritrova a dire alla sua cerchia di amici e familiari: “se piove e non possiamo andare al mare, se proprio non troviamo niente da fare, allora ci facciamo un giro in Sila”. Se non sei del posto e non hai mai visitato la Sila, ascoltare queste parole da qualcuno che ci abita potrebbe metterti in allarme e farti erroneamente scartare questa meta come scelta.

Il Parco Nazionale della Sila è una distesa di verde e di laghi a perdita d’occhio che con oltre 73 mila ettari si divide tra la provincia di Catanzaro, Cosenza e Crotone. Il cuore del parco ha sede a Lorica, una località di montagna con 20 abitanti d’inverno, circa 80 d’estate, un’oasi lontana dalla congestione dei centri urbani.

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Ebbene, in genere, quando si chiede a un calabrese della zona di raccontare qualcosa del proprio territorio, non è raro sentirsi dire che “da noi non c’è niente, ci sono solo alberi”. L’abitante pre-silano di notte sogna il mare e di giorno cerca di sfuggire al verde che lo accoglie da sempre, partendo alla ricerca della città. Qui sente la mancanza di servizi e trasporti efficienti, del dinamismo di tutte le metropoli dove la maggior parte degli abitanti nati nel verde scappa per trovare lavoro, per costruire una vita diversa… (ma davvero migliore?). Siamo andati un po’ tutti altrove, dopo il liceo, tornando qui tra i boschi per poche ore, non troppo a lungo per evitare quella fastidiosa malinconia, il nodo alla gola di chi non vuole confessare a se stesso che in fondo il fresco estivo che si respira tra questi alberi, i sapori di casa, queste terre ingrate e difficili da attraversare, sono qualcosa di semplicemente bello che ci troviamo davanti e che non sappiamo gestire, non sappiamo amare come sarebbe giusto e naturale fare.

Lorica

Dopo anni di toccate e fuga, di brevi permanenze, ho avuto l’opportunità di partecipare – in occasione della terza tappa di Onda d’Urto – a un blog tour organizzato da Daniele Donnici di Visit Cosenza e di vivere questi posti a poca distanza da casa come se fosse la prima volta.

Sono partita per Lorica e ho scoperto un turismo emergente fatto di realtà nuove e responsabili che mi hanno riempito di vero entusiasmo e concreta speranza. Ho incontrato Noemi al Chiosco Rosso, un bike point per i tanti ciclisti esploratori delle montagne silane. Ha la mia età, una fonte inesauribile di energia e la voglia e il coraggio di affrontare la sfida più ardua, quella di restare in Sila e costruire un punto di ritrovo per i turisti presenti e futuri. Un progetto di rivalutazione del territorio che è già una realtà in continuo divenire. Lo sci e il ciclismo non sono le uniche attività praticabili in Sila, e ce ne hanno dato prova Francesco e Luca Lico di Navigare a Lorica accompagnandoci in un giro a bordo di un battello elettrico sul Lago Arvo, il secondo più grande della Sila dopo il Lago Cecita.

La pace che quella distesa d’acqua mi ha regalato era qualcosa che cercavo da tempo, dopo settimane passate nel caos quotidiano di fronte a uno schermo finalmente abbandonato a casa. Ho rivisto quante sfumature di verde compongano il colore delle montagne che circondano la mia casa, ho visto di fronte a me un quadro impressionista di nuvole riflesse su uno specchio di acqua dolce, profondo, impenetrabile.

È lo stesso quadro che ho potuto ammirare al Centro di Canottaggio, dove ho conosciuto gli occhi celesti di Francesco Mazzacoco. Una vita passata in giro da una terra all’altra fino al Kenya, per poi ritrovarsi a lavorare come istruttore di canoa e kayak per i turisti sul Lago Arvo, con un sincero amore per questo paesaggio mozzafiato.

Siamo insieme sulla terrazza del Centro Sportivo e parliamo di questa regione com’è solito fare chi ci è nato, alternando descrizioni di posti stupendi a storie di cattiva gestione delle risorse economiche, storie di viaggi in località dove si respira aria pura come quella della Sila, che è la più pulita d’Europa (!), e storie di soprusi e avidità di pochi che ci hanno bendato gli occhi, ostacolando un boom turistico che sogniamo da anni e che fa fatica a esprimersi.

Ma nel Parco della Sila gli occhi difficilmente si abbassano a terra e il sorriso domina i volti del gruppo. C’è il sole, l’acqua brilla e ci aspetta il parco di Silavventura, dove ho provato per la prima volta a superare la paura dell’altezza e ad affrontare i percorsi sugli alberi. Lasciarsi andare e raggiungere l’albero successivo tramite una carrucola è stato liberatorio, emozionante, qualcosa che in altre occasioni non avrei provato, perché abituata a guardare questi posti con gli stessi occhi assuefatti di sempre.

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Durante questi giorni in Sila, gli abitanti e operatori del luogo non ci hanno dimostrato solo come sia possibile organizzare un viaggio all’insegna dello sport immerso nel verde, ma ci hanno accolto nei loro locali offrendo assaggi di piatti che per molti sono stati una piacevole scoperta, per me la conferma dell’unicità dei sapori di questa terra, che diamo sempre per scontati fino a quando non ci troviamo lontano, dal pane casereccio ai salumi tipici, al vino impreziosito dai raggi del sole di montagna, dai funghi ai formaggi preparati dalle mani sapienti di chi mantiene viva la tradizione culinaria di questi posti.

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La scoperta più bella, però, l’ho fatta nella località di Fallistro a Croce di Magara, dove ho assistito a uno spettacolo naturale per il quale esistono poche parole adatte. Nel bel mezzo di un verde senza fine, costituito da alberi relativamente giovani e piantati dopo ripetuti disboscamenti che si sono protratti dall’antichità fino a pochi anni fa, esiste un posto in Sila in cui la natura e i suoi ritmi di vita e di morte sembrano non aver conosciuto l’intervento dell’uomo, autorizzato solo a difendere e tutelare l’unicità di questo bosco. 

Parlo del bosco monumentale dei cosiddetti Giganti della Sila, pini larici e aceri montani di almeno 350 anni, con tronchi alti 45 metri e larghi almeno 2 metri. Monumenti che convivono e cooperano comunicando tra loro una lingua sconosciuta… che con un po’ di silenzio è possibile percepire nel fruscio dei rami più sottili. La Riserva è stata acquisita solo nel 2016 dal FAI, grazie alla concessione effettuata dalla famiglia dei Baroni Mollo che piantarono questi alberi nel ‘600 per poi custodirli fino ad oggi. Simona Lo Bianco, responsabile della Riserva, ci ha accolto in questo mondo surreale in cui abbiamo cercato di camminare senza disturbare, seguendo i tracciati, quasi intimoriti dall’energia emanata da questi tronchi infiniti. Del resto, qui non si può far altro che volgere gli occhi in alto, a cercare la cima di questi giganti, le loro teste che ci sovrastano e reggono il tetto del mondo. 

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Tra questi alberi anche la morte è una risorsa, una ricchezza insostituibile. Alcuni dei Giganti da morti sono diventati il “ristorante all’aperto” per scoiattoli e picchi, altri crollati sul suolo hanno l’aspetto imponente di scheletri di dinosauro, chiamati appunto scherzosamente “pinosauri”.

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Gli operatori della riserva non possono spostarli: tutto ciò che è nato in questo bosco deve rimanervi, l’uomo può solo intervenire in caso di incendi o eventi che potrebbero mettere in pericolo la sopravvivenza degli alberi. Ed è proprio questo l’insegnamento più grande che la Sila mi ha trasmesso e lasciato in questi giorni: dobbiamo ricordarci che la natura che ci circonda, e che spesso diamo ingenuamente per scontata ed eterna, è soggetta così come lo siamo noi al ciclo della vita, e che è nostro compito proteggerla, curarne la bellezza, la genuinità. Perché è la nostra terra, la nostra casa.

Per farlo abbiamo a disposizione un grande strumento che è il turismo. Incrementare il turismo nel Parco Nazionale della Sila vuol dire prima di tutto farlo conoscere a più persone possibili, non considerarlo l’ultima alternativa ma un luogo in cui è piacevole trascorrere del tempo libero impegnati in diverse attività sportive ma anche culturali, come la visita al Museo Naturalistico del Cupone, al Museo dell’emigrazione chiamato La Nave della Sila, oppure al patrimonio artistico-letterario di San Giovanni in Fiore (che merita che io ne parli in un’altra storia). In secondo luogo, incrementare il turismo educa gli abitanti del posto o limitrofi al rispetto per un bene ambientale che rinneghiamo e che calpestiamo perché non siamo ancora abituati a considerarlo il tesoro della nostra terra, l’oro verde di Calabria.

 Cessate d’uccidere i morti,
Non gridate più, non gridate
Se li volete ancora udire,
Se sperate di non perire.

Hanno l’impercettibile sussurro,
Non fanno più rumore
Del crescere dell’erba,
Lieta dove non passa l’uomo.

‘Non gridate più’ – Giuseppe Ungaretti


Ringrazio, inoltre, i proprietari dei locali che ci hanno accolto con ottimo cibo e raccontandoci con pazienza e dovizia di dettagli la loro cucina e i vini locali scelti con cura per le degustazioni:

Jale Farrokhnia