L’arte tessile di San Giovanni in Fiore, antica e nuova

Jale Farrokhnia

COSENZA, San Giovanni in Fiore. Cosa succede quando diverse forme d’arte si incontrano? Non facile da spiegare, perché bisogna trasmettere una sensibilità per il bello e per il suo autentico valore che difficilmente passa al lettore, al fruitore finale dell’opera. Il bello, quello unanimemente riconosciuto tale, emana una luce chiara, perfettamente riconoscibile e in grado di abbagliare gli occhi di tutti, senza far differenza tra le storie personali dei suoi spettatori. Tutti noi, viaggiando, andiamo alla ricerca del bello, cerchiamo di catturarlo in uno scatto, di registrarlo nella nostra memoria, di rubarne un piccolo pezzo da portare a casa. Ebbene, mi è capitato di visitare da turista un posto poco distante dalla mia casa, che solo adesso mi si è rivelato agli occhi, dopo anni in cui ho cercato risposte alla continua sete di bellezza altrove, lontano, a volte al di là dell’oceano.

Abbazia florense

San Giovanni in Fiore è il comune Silano più popolato, nascosto tra i monti e il verde dei pini. Si mostra come un insieme di case abitate da persone nate e cresciute in posti isolati, custodi a volte inconsapevoli di tradizioni e patrimoni culturali ignorati, lasciati in mano all’incuria del tempo.


La storia del nome

Partiamo dalla storia del nome: il paese è sorto come la fara longobarda più a sud d’Italia, un agglomerato sociale con funzione militare che in seguito prese il nome di Fiore quando Gioacchino, monaco cistercense nato a Celico, decise di insediarsi in questo territorio in cui nel 1189 stabilì il suo eremo e fondò l’ordine florense approvato nel 1196 da Celestino III, chiamandolo Fiore per rievocare Nazareth, definita il Fiore della Galilea. L’abate Gioacchino, quindi, dedicò il territorio di Fiore a San Giovanni Evangelista, da cui si ottiene il nome attuale del paese. La figura dell’abate esercita ancora oggi una particolare influenza sul territorio ed è motivo di vanto vista l’importante produzione letteraria contemporanea a Dante e a San Francesco d’Assisi. Tra le montagne silane, infatti, non sorge solo ancora l’abbazia di Gioacchino dove la tradizione vuole che siano state sepolte le sue spoglie, ma anche il Centro di Studi Gioachimiti, sede di congressi d’importanza internazionale e di attenti studi sulla figura dell’abate.


Perché fare un giro a San Giovanni in Fiore?

Ritorniamo all’inizio di tutto. Perché andare a fare un giro a San Giovanni in Fiore? Sicuramente per il panorama mozzafiato di cui si può godere dall’alto delle sue montagne, per ripercorrere i passi di Gioacchino e osservare i luoghi che lo hanno ispirato, ma oggi soprattutto per far visita alla Scuola di Tappeti del Maestro Domenico Caruso.

Pur essendo della zona e avendo ascoltato diverse storie sulla tradizione tessile dell’altopiano silano, queste si sono fermate alla mia infanzia, a quando le donne più anziane del paese di Acri mi parlavano di come i pomeriggi passassero in fretta filando la lana, la ginestra e allevando i bachi da seta. Non ho mai visto nessuna di queste donne all’opera, ma ho la fortuna di poter toccare ancora i tessuti su cui hanno passato la loro giovinezza, le coperte ricamate che mia madre non usa più e custodisce con religiosa cura in grandi bauli di legno. Corredi, pizzi, organza, roba di atri tempi che oggi per un nativo digitale ha un valore ignoto.

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Mettendo piede dentro al laboratorio artistico di Mimmo, che con evidente passione ha salvato una tradizione in declino per diventare il promotore dell’arte tessile della propria famiglia, sembra di entrare in un museo. Non si può passare indifferenti tra un arazzo e l’altro, tra un tappeto a trama orientale e una vasta scelta di tessuti in fibra di ginestra, filati preziosi d’oro o d’argento, copriletti dai motivi antichi.

Qui i ricordi chiusi nei vecchi bauli della nonna vivono ancora e mi stupiscono, vedo riproduzioni di opere d’arte sui muri, tanti tessuti piegati ordinatamente su se stessi e riscopro il rispetto per un’arte che non mi appartiene e in cui sono una perfetta incapace ma che è impossibile non ammirare stupefatti se si ha la fortuna di conoscerla, e che merita – deve! – continuare a vivere.

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Quelle quelle lettere del XIII secolo su un arazzo…

Vagando a bocca aperta e nella sala degli arazzi, qualcosa ha destato particolarmente la mia attenzione. Ho intravisto dei colori, delle lettere, e l’occhio del filologo ha riconosciuto un manoscritto.

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Cosa ci fanno quelle lettere del XIII secolo e quel disegno rosso porpora su un arazzo? Viste le mie domande, Domenico ha steso davanti ai miei occhi qualcosa di unico, che solo chi ha passato giorni a cercare di studiare i tratti di scrittura di un manoscritto antico da una fotocopia sbiadita può capire.

L’arazzo di seta in questione è una riproduzione tessile del Liber Figurarum di Gioacchino, la più bella e più importante raccolta di teologia figurale del Medioevo. Un’opera postuma, conservata in tre diversi esemplari a Oxford, Reggio Emilia e Dresda. Dei tre codici superstiti, il più antico è quello di Oxford, prodotto probabilmente nella stessa abbazia di San Giovanni in Fiore tra il 1200 e il 1300. Nel Centro degli studi Gioacomiti, invece, sono esposte delle riproduzioni tratte dall’esemplare di Reggio Emilia. Queste stesse tavole sono il modello alla base dell’opera della Scuola Caruso. Quasi due anni di tempo per una riproduzione accurata di ogni variazione cromatica.

Così come mi spiega Domenico, l’importante per la scuola è ricopiare alla perfezione l’intensità di colore di ogni singolo punto della tavola sull’arazzo, senza fretta e avvalendosi di un’arte che non è solo pratica, ma una vera e propria filosofia, un esercizio mentale che distrae dalle preoccupazioni del mondo esterno.

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Dalle mani di un artista del telaio ho visto prendere vita i testi della tradizione medievale, al tempo ricopiati con la stessa cura da qualche paziente copista calabrese. Il filo di seta ha preso il posto della pergamena e dell’inchiostro ma il risultato finale è altrettanto emozionante, soprattutto se si pensa che ai nostri giorni, contro ogni aspettativa, esistono ancora persone che si sforzano di mantenere alta la tradizione culturale di una Calabria che è stata a lungo custode conservatrice della tradizione classica. 


Dal passato al presente

L’arte tessile di San Giovanni in Fiore però non mira solo al recupero del passato, ma riveste un ruolo importante anche nella promozione delle espressioni artistiche contemporanee. Nella scuola di Tappeti Caruso passiamo da arazzi a tematica religiosa alla pop art, come il ritratto di Colin Stratton Watson prodotto dal maestro Romero Britto. Anche altri artisti contemporanei hanno avuto il piacere di veder riprodotte le proprie opere su arazzi, come Silvio Vigliaturo, Mimmo Rotella, Giorgio Repulino

Il risultato di queste collaborazioni è stupefacente, e raccontare le piccole grandi eccellenze del nostro territorio mi infonde ancora una volta grande speranza, oltre a ricordarmi che per viaggiare non serve andare molto lontano, spesso basta aprire la porta di casa, respirare profondamente, cambiare prospettiva e mai fermarsi alla prima impressione.

Jale Farrokhnia