Lavori – Work ahead. Un’antropologia del surf sulla Gold Coast australiana

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Dario Nardini

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Uno strano Paradiso

La Gold Coast è una città, ma non lo sembra. Tecnicamente, è un distretto amministrativo cui fanno capo diversi sobborghi (suburbs), distribuiti in una superficie di poco più di 400 chilometri quadrati, che corrisponde all’angolo sud-orientale dello stato del Queensland, al confine col New South Wales. La popolazione, pari più o meno a 508 mila abitanti all’ultimo censimento (2011), si concentra – rispecchiando la distribuzione dell’intera popolazione australiana – prevalentemente lungo i quaranta chilometri di costa che hanno reso famosa questa zona per le sue spiagge, per il clima, per il conseguente spregiudicato sviluppo urbanistico legato all’industria turistica e per le mareggiate che, soprattutto tra fine dicembre e maggio, generano alcune delle onde più spettacolari del mondo. Questo è il motivo per cui sono qua, ma ci arriveremo.

I sobborghi più popolati, quelli che potrebbero dare l’impressione di trovarsi effettivamente in una città, sono Southport e Surfers Paradise (sì, “Surfers Paradise”: non un nome scelto a caso). Coi loro grattacieli affacciati sull’oceano, disegnano nella porzione nord della Costa uno skyline sconsiderato ma inspiegabilmente affascinante, che resta visibile lungo le grandi spiagge che scendono giù fino a Coolangatta. 

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Tramonto. Surfisti in azione a Snapper Rocks (e lo skyline di Surfers Paradise sullo sfondo)

Cooly, come la chiamano i locali, è la destinazione surfistica per eccellenza. Senza nulla togliere a Burleigh Heads o a Currumbin, altri due point famosissimi quaggiù, è in questo paese dal nome assurdo che si svolge ogni anno la prima tappa della World Surf League (WSL), il più importante circuito competitivo internazionale dei surfisti professionisti (dove quest’anno ha esordito il nostro Leonardo Fioravanti, primo italiano del tour); ed è qui che periodicamente si infrange una delle onde più belle, lunghe e celebrate dell’universo surfabile, il Superbank. Si chiama così un po’ perché, con le condizioni giuste, crea effettivamente delle onde straordinarie (super!) e un po’ per la sua natura parzialmente artificiale (mi si perdonerà la contraddizione in termini). Il Superbank è infatti un’onda ibrida che viene attivata da un point break di rocce sporgenti, Snapper Rocks, e continua a srotolarsi quasi senza fine verso nord, seguendo un banco di sabbia (beach break) che col tempo si è depositato lungo la costa grazie all’azione continua di un sistema di pompaggio artificiale che ha il duplice scopo di tenere la foce del fiume Tweed, a sud, libera per la navigazione commerciale e di ovviare al problema dell’erosione delle spiagge limitrofe. In giorni eccezionali, quando tutte le “sezioni” del Superbank funzionano, collegandosi l’una all’altra senza soluzione di continuità, è possibile percorrere l’onda in tutta la sua lunghezza, da Snapper a Kirra, passando per Rainbow Bay, Greenmount Point e Coolangatta Beach, in una corsa di circa due chilometri attraverso porzioni tubanti, ripide e rapidissime. Non vi illudete, per quanto possiate essere portati per il surf, è un’esperienza che verosimilmente non vi capiterà mai di vivere, perché quando le condizioni sono queste la corrente è forte e il break è più affollato di Bangkok all’ora di punta, coi surfisti più bravi del mondo a fare a spallate per arrivare per primi sul picco. Tuttavia chi è uscito dalle profonde caverne d’acqua locali, come William Finnegan (uno a caso), parla di questa esperienza in termini estatici. Il mio video non rende forse un briciolo dell’emozione che sa suscitare lo scrittore americano, ma il colpo d’occhio è straordinario, e al minuto 1:20 circa potete vedere un paio di manovre di Kelly Slater su fondo oro (Gold) all’ultima edizione del Quicksilver Pro Gold Coast 2017, che si è svolta a marzo.

Una città ambivalente

La differenza tra la porzione sud della “città”, le cui spiagge, da Coolangatta a Burleigh Heads, sono state recentemente dichiarate come l’ottava World Surfing Reserve, e la caotica e commercialissima fascia settentrionale, da Mermaid Beach fino a Main Beach, è subito evidente. Se si esclude il fine settimana, quando villeggianti venuti da Brisbane, da Sydney o da chissà dove si riversano in massa sulle spiagge e – soprattutto – sulle strade costiere, generalmente Coolangatta, Tugun, Currumbin, Palm Beach e Burleigh Heads hanno l’aspetto di tranquilli sobborghi provinciali. Surfers Paradise, invece, è probabilmente una delle capitali mondiali dei tamarri. È la zona con la più alta concentrazione di strutture per l’accoglienza della Costa ed è assediata costantemente, incessantemente dai turisti e, di notte, da molesti e ubriachi gruppi di teenager che vanno a ballare i pezzi più zarri della discografia internazionale. Di giorno, biondi anabolizzati a torso nudo o in canottiera e bionde con più molecole di silicone che di acqua tra una spalla e l’altra animano insieme alle famiglie di vacanzieri la zona pedonale, che non è altro che un grande centro commerciale compreso tra due o tre vie perpendicolari alla linea della spiaggia. Pick-up fiammanti col cassone coperto rombano mostrando i muscoli sul lungomare fino a raggiungere, le rare volte che il traffico glielo permette, il limite di velocità consentito (generalmente 50 o 60 km/h), in un’insensata gara a chi libera più decibel e pm10 nell’atmosfera.

Quelli che stanno “giù” dicono di non andare mai su, perché quell’ambiente non gli piace. Preferiscono la vita tranquilla della Gold Coast “autentica”, quella fatta da e per i residenti, e non quella dei turisti. Ma la Gold Coast autentica, che lo si voglia o meno, è anche quella dei turisti. Se si escludono i gruppi di aborigeni, di cui ormai si hanno solo poche tracce, e qualche sporadico e rurale abitante preurbano, lo sviluppo urbanistico dell’area comincia negli anni Venti del secolo scorso, proprio grazie all’impulso dell’industria dell’accoglienza. A partire dal secondo dopoguerra, e soprattutto negli anni Sessanta e Settanta, le spiagge, le colline di foreste subtropicali, il clima sempre mite e soprattutto l’assenza di un piano regolatore rigido e coerente che limitasse le potenzialità espressive di architetti e costruttori hanno reso la Costa un paradiso per gli impresari edili. Gli investitori sono accorsi qua da tutta l’Australia, poi dal Giappone e da altre zone dell’Asia (Cina, Taiwan e Hong Kong in particolare). Nell’ultimo ventennio del secolo lo sviluppo si è fatto rapidissimo, e non accenna a fermarsi.

Work ahead

Tutto questo ha dipinto un panorama sociale forse unico al mondo e in costante via di definizione. Ovviamente, non è solo lo skyline di Surfers o la geografia dei centri commerciali che cambia. Con essi, e forse ancora più in fretta di essi, cambia senza sosta anche la struttura demografica e la conformazione sociale di tutta l’area costiera. La porzione mobile della popolazione non è fatta soltanto di turisti: anche i residenti vanno e vengono, seguendo il flusso evolutivo degli spazi urbani, che crea continuamente nuovi distretti residenziali o commerciali e che ridefinisce di mese in mese le aree cool e quelle più sfigate. L’immigrazione costituisce un dato importante, soprattutto coi flussi aperti dall’Asia e dal Brasile (a cui probabilmente le recenti decisioni isolazioniste del governo metteranno presto un freno). Ristoranti e caffè aprono, fanno il pieno per un po’, rimangono deserti e chiudono nel termine di qualche mese. Palm Beach, dove abito io, si è trasformata da area residenziale della working class (una working class particolare, con casette di legno, giardino, piscina e un paio di SUV parcheggiati in garage) a posto di gran moda in seguito all’apertura di uno, due, tre… almeno sette bar, ristoranti e club di grido nell’arco degli ultimi sei mesi.

Le strade della fascia costiera della Gold Coast (quella abitata) sembrano riflettere l’incessante mobilità sociale che la caratterizza. Dalla mattina alla sera, senza sosta e senza una logica costante, la gente macina chilometri in macchina congestionando le arterie principali. Non ci sono ore di punta, ci sono casomai brevi momenti di tregua; e la differenza tra parte nord e parte sud della città di cui parlavo sembra non avere conseguenze sulla viabilità. Non mi è capitato mai di viaggiare sulla M1, la superstrada che sale su fino a Brisbane, o sulla Gold Coast Highway, la strada a quattro corsie che corre lungo la costa, senza incontrare code ai semafori. Ci sono lavori ovunque. Si rifanno le strade, si posano nuove tubature, si costruiscono edifici e parcheggi dappertutto. “Road work ahead”, “lavori in corso”, nero su fondo giallo, è forse il segnale stradale più diffuso sulle strade della Gold Coast. Chilometri di lavori. E ogni chilometro, centinaia di lavoratori, ruspe, furgoni, geometri e betoniere. Verrebbe da chiedersi, visto che sono tutti a lavorare, come facciano a essere allo stesso tempo anche tutti in macchina.

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La Gold Coast è un cantiere permanente. Gli industriali danno forma alla città e, allo stesso tempo e di conseguenza, le varie entità sociali, civili e istituzionali cercano di definirne l’identità. Per la gioia di un antropologo come me, la gioventù e l’estrema mobilità dell’area hanno reso finora difficile l’affermazione di un’identità culturale precisa, univoca e stabile, fondata su radici solide. Tutto sembra in costruzione. (Work ahead). Le seconde e terze generazioni di residenti, più o meno in sintonia con le autorità e gli organi amministrativi del City Council, cercano di promuovere un’immagine della Gold Coast che vada oltre lo stereotipo di puro e semplice resort a cielo aperto per i villeggianti di Brisbane, Sydney o Melbourne. E lo fanno concentrandosi sul fermento artistico che ha animato la costa negli ultimi anni e soprattutto sullo stile di vita (lifestyle) rilassato e amichevole (easygoing), dinamico e salutista (healthy) che contraddistinguerebbe il carattere e lo spirito degli abitanti del posto, delineandone così anche i valori principali: la cura per il corpo e per se stessi; la vita all’aria aperta; il contatto con la natura, col sole e, soprattutto, con l’oceano e con la spiaggia – grande riferimento del popolo australiano; la famiglia; la socialità facile e spigliata (ma, talvolta, un po’ becera e poco profonda); l’alimentazione sana (l’alcol che inonda case e locali dal venerdì alla domenica non conta!); eccetera.

Surf, “patrimonio” e identità

In questo complesso processo culturale di definizione dei tratti emblematici della Gold Coast e dei suoi abitanti, ancora per mia fortuna, il surf ha rappresentato e rappresenta un elemento costitutivo e, contrariamente all’immagine che se n’è avuta in passato come attività alternativa e contro-culturale, consociativo. Il surf fa parte a tutti gli effetti dell’immaginario e dell’identità culturale locale. L’iconografia surfistica è onnipresente, come lo sono i servizi dedicati a chi surfa. Così come altre comunità hanno definito o rafforzato la loro identità collettiva facendo leva sul “patrimonio culturale” monumentale, artistico, letterario o immateriale che la storia aveva lasciato loro in eredità, la comunità della Gold Coast ha fatto dei suoi magnifici point e beach breaks, del surf e dei valori (e dell’economia!) a esso connessi il suo “patrimonio”.

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Burleigh Heads. Il surf è parte integrante di quello che gli antropologi chiamano “landscape”, il paesaggio così come le società lo vedono e lo compongono.
Surf rack sul tram
Sul tram che collega Southport alla Griffith University, ci sono comodi surf rack in cui si può sistemare la propria tavola.
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Docce calde e acqua potabile più o meno ogni cinquanta metri sulle spiagge più frequentate (vale a dire praticamente ovunque lungo la Costa).

Allora, motivato dall’entusiasmo che i miei supervisori in Italia e in Australia hanno dimostrato per il mio progetto e dalla quantità di studi che il surf sta stimolando negli ultimi anni (legati soprattutto alla questione delle politiche ambientali e alla gestione delle coste, ma anche per esempio alla chimica e, finalmente, alle scienze umane e sociali, con un po’ di ritardo dell’antropologia sulla sociologia), sono venuto qua nell’ambito del mio dottorato per fare una ricerca etnografica sulla surfing culture della Gold Coast australiana. Questa rubrica vorrebbe essere una sorta di quaderno di bordo, in cui periodicamente faccio il punto della situazione e riporto gli aspetti più interessanti di quello che via via annoto sul mio “diario di campo”, che è uno degli strumenti principali che noi antropologi utilizziamo per raccogliere i dati che verranno poi riferiti a una struttura teorica e interpretativa, e utilizzati per una descrizione profonda della realtà culturale e sociale che ci interessa. Compatibilmente con i miei impegni all’università, mi piacerebbe tenervi aggiornati sulle mie ricerche, evitando per quanto possibile i toni da ricercatore ma offrendo a chi vuole spunti interessanti per riflettere su un’attività umana che spesso viene considerata come puro e semplice divertimento, ma che in realtà ha molto da dirci sulla società in cui viene praticata, sui suoi valori e sui suoi riferimenti culturali.

Il gioco non è semplice svago o intrattenimento. In molte culture, è una faccenda tremendamente seria. Lo spiegano in termini chiari ed esaustivi Andrea Carocci sulla Treccani e Adriano Favole nel suo bell’intervento introduttivo ai Dialoghi Sull’Uomo di Pistoia dell’anno scorso.

Romanticismo

Ma perché proprio il surf?

Il surf simboleggia la relazione tra l’uomo e le forze della natura. Da questo punto di vista, smuove riferimenti culturali profondi e importanti. Ma c’è di più. L’ascendente che il surf esercita sull’immaginario collettivo non è così scontato o “naturale” come si potrebbe credere. Il surfista incarna una versione contemporanea e fortemente commercializzata dell’eroe romantico: giovane e libero (nonché prevalentemente bianco, occidentale e maschio), nelle descrizioni che lo rappresentano il surfista idealmente cerca, nel bel mezzo dell’oceano, un contatto immediato e spirituale con la natura, che passi direttamente attraverso l’esperienza emotiva, in una sorta di trascendenza secolare che prescinda dalle logiche possibilità di spiegazione offerte dalla razionalità moderna: Only a surfer knows the feeling, recita il famoso slogan di un altrettanto celebre brand di accessori e abbigliamento surf. Lo devi provare per capirlo, perché è una cosa che non si può descrivere. Io vorrei provare invece a descriverla, spiegando forse non proprio “cosa” si prova, ma “perché” lo si prova, e il modo in cui questo feeling è in buona misura guidato dall’immaginario e dai riferimenti culturali della società occidentale in generale, e di quella australiana in particolare, nel caso specifico di cui mi sto occupando.

Benvenuti a bordo.

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Romanticismo a Rainbow Bay
Dario Nardini