Prato: una città che cambia con la “sharing culture”

La casa del Panda
Cristina Soldano

Rispondere a una CALL for Creative Curious Travellers quasi per gioco, colpita da questa idea un po’ folle e sicuramente geniale, e ritrovarsi nella casella di posta una mail carica di entusiasmo in cui ti viene comunicato che sei tra i prescelti, tra i 50 creativi chiamati a raccontare Prato. Ho messo l’euforia in valigia e sono partita verso una città su cui non ero molto informata e dove invece ho scoperto una miriade di storie, vecchie e nuove, che lei stessa racconta.


PRATO Ho cominciato la mia esplorazione con il kit da CCTraveller e pur con guida alla mano mi sono persa tra i vicoli del centro storico; il dinosauro che mi ha fatto sorridere sulla mappa USE-IT mi suggeriva di non lasciarmi intimorire dalle distanze. La città mi ha subito sorpreso quando passeggiando mi sono imbattuta nelle Pietre d’inciampo (Stolpersteine) dell’artista tedesco Gunter Demnig.

Gunter Demnig


LUOGHI di ARTE e STORIA, tra passato e futuro.

Ho visitato il Museo del Tessuto – che racconta la città a partire dalla manifattura tessile – e la mostra temporanea “Tra Arte e Moda. Nostalgia del futuro nei tessuti d’artista del Dopoguerra”.

Ho visitato il Centro Luigi Pecci per l’Arte Contemporanea – un enorme laboratorio delle arti, oltre che meraviglioso centro espositivo, rinnovato e riaperto da Ottobre 2016 – e la mostra La fine del mondo, di cui ho apprezzato moltissimo la chiarezza espositiva e l’adesione alla mission del Centro che vuole avvicinarsi alla vita quotidiana, adottare un linguaggio universale e inclusivo, invitare le persone a vivere il museo promuovendo una partecipazione attiva. 

“L’arte non può parlare solo a pochi iniziati, ma deve poter comunicare a un largo pubblico.” – si legge sul sito del Centro Pecci.

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Centro Pecci

Sabato 8 Aprile 2017 è stata inaugurata la seconda esposizione dalla riapertura del centro: “Dalla Caverna alla Luna“, visitabile fino al 28 Gennaio 2018.

Infine, non potevo lasciarmi sfuggire il tesoro del Museo di Palazzo Pretorio, testimone della storia di Prato e della Toscana e tappa imperdibile per gli appassionati di arte. Il percorso espositivo si sviluppa su quattro piani, seguendo una sequenza cronologica. La multimedialità del nuovo allestimento (Marzo 2013) rende immediata la comunicazione e accompagna il visitatore nella comprensione delle opere e della storia che le caratterizza, in un racconto che parte dal Duecento e giunge al secolo scorso. 


LUOGHI di SCAMBI e RELAZIONI, tra passato e futuro. 

La ragione per cui Prato mi ha folgorata è però un’altra. La sua storia recente ha prodotto uno sviluppo ambiguo, policentrico e multiculturale, di non facile integrazione e comprensione. L’industria ha portato in alto la città, ritirandosi poi come un animale ferito che lascia dietro di sé una scia di complessi industriali, immensi capannoni fino a ieri in abbandono. 

Da qualche anno a questa parte invece, ciò che era motivo di scontento, alludendo ad un passato felice che non riusciva invece a trovare nuova collocazione contemporanea, è diventato occasione di rinascita

Tutto questo, grazie alla cultura. Parte così una riconversione degli edifici industriali, destinati oggi alle più diversificate attività culturali e creative. Ho avuto la fortuna di incontrare alcuni dei fautori di questa rinascita, che hanno intuito e colto questa sfida già nei primi anni del 2000. Tra questi, la Compagnia TPO che mi ha ospitato durante lo spettacolo interattivo La casa del Panda – vi garantisco, non solo per bambini! – al Fabbrichino, un teatro pensato per i più piccoli e nato seguendo l’esempio del fratello maggiore, il Fabbricone (uno spazio ricavato dalla nota fabbrica tessile e utilizzato come teatro dal 1974, anno in cui venne messa in scena l’Orestea dal regista Luca Ronconi; l’allestimento all’avanguardia rese l’ex stanzone un luogo dedicato, da allora in poi, alla sperimentazione e un’alternativa al teatro italiano tradizionale rappresentato invece al Metastasio).

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Nel 2002, il Fabbrichino è comunque tra i primi spazi riconvertiti della città e da qui parte la sua storia, mentre quella della Compagnia Teatrale TPO nasce tanti anni prima e ormai gira in tutto il mondo. Oggi, infatti, la loro produzione è destinata soprattutto all’estero, rivolgendosi a diversi tipi di pubblico attraverso un linguaggio audiovisivo universale. 

Gli spettacoli proposti dal TPO sono immersi nella contemporaneità. Gli attori sono danzatori, performer di un linguaggio fisico e immediato; dietro il visibile c’è poi una lunga ricerca che coinvolge sound designer, programmatori, scenografi, ed una perenne attenzione verso le nuove tecnologie, investimento prioritario della compagnia, che la rende immediatamente riconoscibile in tutto il mondo. La tecnologia interattiva (sviluppata dalla stessa compagnia) permette al pubblico di entrare a far parte dell’opera, creando ambienti sensibili che rispondono ad azioni ed emozioni. In questo teatro emozionale ed immersivo, l’idea di “spettatore” non esiste quasi più: il pubblico è parte attiva dello spettacolo.

Dal 2014, la compagnia porta avanti anche un progetto legato all’area esterna del Teatro Fabbrichino: un giardino urbano adibito a spazio polivalente, ispirato alla filosofia del “Giardino in movimento” del noto paesaggista francese Gilles Clément. Mi raccontano anche di un altro giardino in città, che li ha ispirati, ovvero il Giardino Melampo, realizzato da Andrea Abati insieme ai residenti, nella sede di DryPhoto.

Mi dirigo così verso il Macrolotto Zero per conoscere la fautrice di questo monumento alla condivisione. Ad accogliermi c’è proprio lei, Vittoria Ciolini, una di quelle persone con cui è così bello conversare che dimentichi di avere un orologio. Dryphoto è uno spazio no profit che muove i primi passi negli anni ’70, a partire dalla fotografia italiana di Ghirri e Vaccari. Alla base, una profonda passione per il territorio, e la curiosità di capire come l’arte – in particolare la fotografia – possa diventare mezzo per raccontarlo. Fin dai primi progetti, la filosofia di Dryphoto lancia una sfida alla tradizione espositiva: gli spazi della vita quotidiana, le fabbriche e i magazzini, gli alberghi e i negozi alimentari, persino le macellerie, diventano luoghi che ospitano opere da musei o gallerie. Chi lavora o transita in questi luoghi, si imbatte così in un momento di bellezza, in una riflessione; è l’opera che va incontro al visitatore. 

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Nel 2011, Dryphoto arte contemporanea si trasferisce nell’attuale sede di via delle Segherie 33a, all’interno di quello che viene definito Macrolotto Zero, residuo impianto urbanistico industriale che suddivideva le zone produttive in aree ortogonali. In questo quartiere, appena fuori le mura del centro storico, vive la stragrande maggioranza della comunità cinese residente a Prato, ed è qui che Vittoria e i suoi collaboratori hanno cominciato a tessere un dialogo tra culture.

L’impresa principale è quella della Piazza dell’Immaginario, ovvero il dono di un luogo di aggregazione in un quartiere che ne era totalmente sprovvisto. Adesso una parete ripulita e ridipinta di rosso, alcune fotografie in formato gigante installate sui muri, un pavimento “patternizzato” dai giovani architetti di chì-na (realtà che vi presentiamo di seguito) e tronchi d’alberi abbattuti da una bufera e recuperati per trasformarli in panchine, sono una riqualificazione evidente a tutti gli abitanti e passanti. Ed è qui che si cerca di costruire una piazza da vivere nel quotidiano ma anche un ponte tra culture usando l’arte come linguaggio comune. Ogni anno, dal 2014, il progetto propone eventi, mostre e installazioni con opere site-specific ma soprattutto con l’obiettivo di avvicinare le comunità locali e invitarle a conoscersi. 

Per dirlo con le parole di Vittoria: “…in Piazza dell’Immaginario non si scambia denaro, ma affetto e relazioni.”

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Come appena accennato, nello stesso Macrolotto Zero, esiste anche un’altra realtà, giovane e intraprendente, parte attiva nella realizzazione di Piazza dell’Immaginario: si chiama chì-na (un nome che vuole evocare l’inchiostro di china, detto anche inchiostro cinese per la sua provenienza) ed è un’associazione culturale nata nel 2014 con sede in un ex capannone industriale abbandonato e che ora ospita, oltre agli uffici, eventi di vario genere tra cui mostre, workshop e presentazioni, con un’attenzione particolare al design e alla cucina. Entrandoci, a colpire è proprio l’atmosfera intima e conviviale: i giovani fondatori (Cosimo Balestri, Emanuele Barili, Luca Ficini, Alberto e Guido Gramigni) hanno trasformato questo spazio in un accogliente salotto contemporaneo per scambi soprattutto tra realtà creative e cittadini.

Chi-na

Infine, prima di salutare Prato, incontro un’altra bellissima storia e stavolta la piacevole chiacchierata avviene con i ragazzi di Fonderia Cultart, società cooperativa che si occupa di organizzazione e promozione di eventi culturali. Alla base, un gruppo di amici che durante gli studi universitari fondono le loro passioni – soprattutto per la musica – con un approccio imprenditoriale. Anche qui siamo totalmente al di fuori del circuito istituzionale. 

Alberto Castellani, Francesco Fantauzzi e Fabrizio Nigro erano alla ricerca di una sede-spazio che hanno individuato nell’Ex Chiesa di San Giovanni, risalente al XII secolo e in pieno centro storico, proprio alle spalle del Castello dell’Imperatore. Nel 2014, dopo tre anni di ristrutturazione e adeguamento, questo luogo viene finalmente restituito ai suoi cittadini come contenitore di idee e progetti culturali, come spazio polifunzionale destinato ad accogliere diverse attività ed eventi, da intimi concerti a spettacoli teatrali, da laboratori per bambini a mostre di artisti emergenti. 

L’evento sinora più importante organizzato da Fonderia Cultart è sicuramente Settembre // Prato è Spettacolo: il festival che dal 2015, a fine estate, invade e trasforma tutto il centro storico, a partire da Piazza Duomo. Un festival che ha tutte le potenzialità per diventare un nuovo appuntamento di riferimento nel panorama nazionale per tutti gli appassionati di musica live e non solo.

simone ridi


“SHARING CULTURE”, il presente.

Sono tornata a casa con l’energia di queste intense giornate ancora addosso. E con la testa piena di idee e suggestioni nate dalle storie che ho incontrato, dagli occhi e dai sorrisi che ho incrociato. Ma da Prato ho portato via con me soprattutto una forte consapevolezza: la cultura della condivisione (o cultura collaborativa) è la strategia più efficace per migliorare qualitativamente la vita di una comunità, di una città; la cultura della condivisione è lo strumento più importante per ricostruire l’identità di una comunità, di una città; la cultura della condivisione e viceversa, ovvero la condivisione della cultura, sono l’essenza di ogni comunità, di ogni città, che vuole rinnovarsi guardando insieme al suo passato, presente e futuro.

COME IL VENTO - Prato 2016 - by Cristina Soldano


Photo Credits:

  • Piazza dell’Immaginario: Andrea Abati.
  • Ex Chiesa di San Giovanni: Simone Ridi.
  • Le altre foto: Cristina Soldano.
Cristina Soldano