Il meglio di tutti i Mondi

The Best of All Worlds - Nicholas Herrmann

A gennaio dello scorso anno, viaggiavo verso il tetto del mondo per visitare Tromsø – una città che dorme sotto cumuli di neve nel Circolo Artico. Era la fine della notte polare, e il sole non sorse per tutto il tempo che rimasi lì. Il buio era pesante, penetrante, e sembrava stare con me, mi seguiva a casa. Il sole era bloccato, e l’anno proseguì nel buio.

Dodici mesi dopo, stavamo ancora aspettando la luce. A dicembre, il tumulto globale del 2016 aveva preso il suo tributo: ero scorticato – il mio corpo era una ferita aperta, colpito e affondato, mai avuta l’occasione di guarire.

Avevo proprio bisogno di una tregua, quando io e tre amici siamo partiti per Prato come #CCTravellers2016. Il viaggio è stato catartico, mi ha dato la possibilità di distaccarmi per un momento dal mondo, fare un lungo respiro e lasciarmi andare, riconsiderare la mia traiettoria. I nostri cinque giorni in Italia sono culminati ne La fine del mondo – la mostra al Centro Pecci, curata da Fabio Cavallucci – un modo stranamente corretto per concludere un anno che ha visto la crisi dei rifugiati, il Regno Unito votare per lasciare l’Europa, Donald Trump diventare Presidente degli Stati Uniti, tra altri eventi inquietanti, spesso violenti. Le opere esposte mi hanno sondato e spinto, destabilizzandomi, facendomi perdere l’equilibrio e ripercorrere l’anno, provando a indovinare le sue conseguenze.

Il mondo è troppo ingombrante. Ci sono troppe persone, bandiere, dei, voleri. Stiamo cominciando a ritirarci gli uni dagli altri, ad accumulare provviste, costruire muri e tirare su ponti levatoi. Il pianeta sta lentamente girando verso un’altra preoccupante epoca, verso il caos.

CCT è l’altro lato della moneta. Il suo scopo è semplice: ‘connettere i viaggiatori più curiosi con i locali più creativi, in base ai loro interessi culturali e passioni’, promuovendo ‘le realtà emergenti più meritevoli’. Invita le persone a venir fuori dal buio e incontrare altri simili, incoraggiando la conversazione e la collaborazione. Artisti da tutto il mondo attraversano centinaia di miglia per riunirsi in una piccola città, in Italia, solo per pochi giorni. Culture diverse si siedono ad un tavolo – il meglio di entrambi i mondi. Il meglio di tutti i mondi. Perché in un era così disorientante, non c’è niente di più urgente della ricerca d’arte.

L’arte può essere una benedizione – quando tutto sta andando all’inferno, puoi voltarti e nasconderti, oppure infuriarti, o cadere a pezzi. La fine del mondo mi ha dato conforto. Mentre camminavo intorno allo straordinario edificio, che sembra una navicella spaziale arrivata da un altro tempo e atterrata accanto a Viale Leonardo da Vinci, ho cominciato ad avere la mia propria visione di come il futuro potrebbe apparire.

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Città abbandonate. Città collassate. Tetti che non riescono più a trattenere la luce della luna. Torri di raffreddamento impotenti e fredde, stazioni degli autobus barricate, stadi aperti. Auto ferme in mezzo alla strada come macigni. Pietrificazione in atto.

Ma al di là di questo selvaggio buio, lampioni ricoperti di vegetazione e marciapiedi reclamati dalla natura, costellazioni di falò illuminano le colline circostanti: un mosaico di comuni, tribù e famiglie scelte – una nuova generazione che decide di riavviare l’umanità.

Civilizzazione 2.0. I Perennials: stanchi del disordine, annoiati dalla routine, scontenti per la confusione che hanno ereditato. Si tratta di un’evacuazione, un esodo di giovani verso una porzione di Terra senza tubazioni interrate o segnali nell’aria, dove lo spirito ha ancora spazio per espandersi – dove possono tornare alle cose fondamentali e imparare come funziona il mondo. Questo è il modo in cui il pianeta appariva, prima della musica elettronica e del web oscuro, prima del polietilene e del tilacino. Tutto semplice, tutto vero. Tutto come era all’inizio.

Questa visione di giovani che creano il proprio destino mi ha dato speranza, perché non è così stravagante come potrebbe sembrare. In realtà è già accaduto: alla fine del 1960, furono istituite comunità alternative in tutta America, in gran parte da giovani e persone della classe media che decidevano di lasciare le città, rifiutando la tecnologia e le politiche convenzionali. Hanno costruito case con materiali riciclati e di recupero, ispirate alla filosofia architettonica di Buckminster Fuller, e al Whole Earth Catalog – una rivista fondata da Stewart Brand, che ha cercato di attivare questa nuova generazione responsabile dell’ambiente e della società. La pagina di apertura di questo ‘Catalogo’ delineava nel 1969 un audace ed emozionante manifesto:

Siamo come dei e potremmo essere anche bravi. Finora, potere e gloria realizzati a distanza — via governo, grandi imprese, educazione formale, chiesa — hanno avuto successo fino al punto in cui enormi difetti hanno oscurato il vero profitto. In risposta a questo dilemma e a questo profitto, un regno di intimo, personale potere si sta sviluppando — il potere dell’individuo di condurre la propria educazione, di trovare la propria ispirazione, di dar forma al proprio ambiente, e condividere quest’avventura con chiunque ne sia interessato.

CCT, e simili iniziative, sono successori spirituali del movimento Whole Earth (Terra Intera). Anche se non è forse così estremo nella prospettiva, ha nel suo cuore una convinzione del concetto che Fuller definiva ‘comprensività’: un modo inclusivo, altruistico di vivere che abbraccia l’impresa artistica, l’incontro di mondi e la ‘cooperazione spontanea’, che sono la posta in gioco di una scelta tra utopia oppure oblio.

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L’anno scorso, abbiamo perso alcuni dei più grandi artisti che il mondo abbia mai conosciuto. E poiché i nostri eroi degli anni ’60 e ’70 invecchiano, stiamo per iniziare a perderne sempre di più. Il peggio è che sembra compiersi una sorta di azione grottesca che regola l’equilibrio cosmico – quelli buoni ci lasciano e il male prende il loro posto. Ma forse c’è un modo per mantenere la disparità a nostro favore: creando qualcosa che possa durare dopo di noi. Potremmo non avere il potere di risolvere tutto, ma abbiamo il potere di creare qualcosa – qualcosa che possa riempire il cuore, cambiare le menti, salvare vite umane. Qualcosa che possa accendere una luce.

Non possiamo avere solo fiducia negli altri, in attesa che il miracolo avvenga. Non possiamo mettere su piedistalli figure come Bowie e Cohen, o pensare a loro come anomalie, o trasformarli in profeti. Dobbiamo capire che erano solo persone, che erano come noi. Ora, più che mai, il mondo ha bisogno di musica, letteratura – arte di ogni genere. Dobbiamo creare, viaggiando, sperimentando culture e punti di vista diversi. Non possiamo permettere che idee come CCT scompaiono mentre i confini si chiudono. Generazioni dopo la nostra cercheranno una guida. Avranno bisogno di nuovi artisti. Nuovi modelli di comportamento. Nuovi eroi.

Il 2017 non ci salverà. Le stesse vecchie cose ci aspettano lungo la strada: isolamento, disagio, sospetto. Ma attraverso idee come CCT, siamo in grado di resistere alla tempesta. Se possiamo continuare a creare arte che aiuta le persone a dare senso al mondo, e che le unisce – arte che trascende confini e bandiere – allora possiamo creare la nostra propria benedizione. E, forse, possiamo persino salvarci dall’oblio.

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Il mondo è finito. E il mondo è ricominciato.

Nicholas Herrmann