Metti, al tramonto, una passeggiata a Recanati

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@jalemerteuil

MACERATA Qualche mese fa ho intrapreso un viaggio con uno scopo ben preciso ma che ho perso poi per strada, ingolfata nel traffico indifferente di altre migliaia di persone intente come me a raggiungere una meta, un luogo o una persona. La mia erano le Marche, il cuore della penisola italiana, appena pochi giorni prima del terribile terremoto di fine ottobre 2016.

Le ore sull’autostrada adriatica scorrevano lente ma il paesaggio e la musica dei Beirut hanno ingannato l’attesa di rivedere il verde e i monti di una regione che anni fa mi aveva tolto il fiato con tutta la bellezza inaspettata che si vive la prima volta, soprattutto da bambini. In lontananza, per alcuni tratti, si vedeva il mare e la costa desolata. Sempre più vicino, il mare diventava quasi palpabile. Sulle coste pugliesi, si percepiva la salsedine sulla pelle e il suo odore risvegliava l’olfatto e il desiderio di tornare a giorni più caldi. Ma questa è un’altra storia.

Quella che vi racconto qui è invece un lungo viaggio che mi ha portato a scoprire Recanati. Questa piccola cittadina in provincia di Macerata è per molti solo il vago ricordo di un nome appreso durante le ore di letteratura italiana dietro ai banchi di scuola. Recanati è il piccolo borgo natio di Giacomo Leopardi (1798-1837), un gioiello incastonato su alture verdi – il Monte Tabor – che sembra non aver conosciuto l’avanzare del tempo.

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Chi non ha mai immaginato di trovarsi qui, a osservare magari il sole scendere sui Monti Sibillini e lasciarsi così naufragar in questo mare? Forse, per chi non ci ha mai fatto un pensiero, Recanati non ha poi tutto questo fascino. Vi assicuro però che ripercorrere quelle strade, nel silenzio degli alberi e tra le pietre delle abitazioni antiche, mette davvero in contatto con lo stesso poeta e la sua vita sofferta e costretta in un borgo troppo piccolo per le sue aspirazioni, i suoi orizzonti.

Per strada non c’è quasi nessuno, quasi tutti gli abitanti di Recanati vivono altrove, non nel centro storico. Di tanto in tanto si sente qualche cane abbaiare. Davanti al Palazzo Leopardi e alla sua biblioteca non c’è la fila di turisti come in altri borghi d’Italia. La pace di questa piazza sembra voler onorare le ore di studio solitario e appassionato nelle grandi stanze della dimora del poeta. Da una delle sue finestre, si vede – esattamente come secoli fa – la casa di Silvia e sembra di vedere anche il giovane Giacomo, chinato sul suo scrittoio, a comporre i versi che tornano alla memoria quando si pensa al primo amore, folle e innocente, della propria adolescenza.

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La Piazzetta del Sabato del Villaggio, osservata dalle tende pesanti di queste stanze, ora è adornata di vasi fioriti. I ciottoli delle vie sembrano essere ancora quelli di una volta, consumati dall’usura del tempo e rendono il mio vagare ancora più suggestivo. Non mi sembra vero di essere qui. A pochi km da questo borgo incantato c’è la vita di sempre, del correre e del rincorrersi, di grida e rumori, di clacson. Invece, qui, nel centro di Recanati, si respira una pace che profuma di abbandono.

E abbandono anch’io la piazza per inoltrarmi in un sentiero alberato e ricoperto da foglie autunnali. Ogni tanto incontro qualche panchina, anch’essa ricoperta da centimetri di foglie colorate. L’ombra degli alberi è fitta ma il sole, che ormai sta per tramontare, riesce ancora a farsi spazio nel folto manto e mi aiuta a raggiungere la fatidica meta, l’angolo da cui fu composto l’Infinito.

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Immagino il piacere provato da Leopardi nel recarsi ogni giorno in questo rifugio, lontano dallo sguardo degli altri, un luogo in cui scrivere e parlare con se stessi. A fianco alla targa celebrativa “Sempre caro mi fu quest’ermo colle”, c’è un’altra panchina da cui godere del panorama. La nebbia in lontananza, oltre alla siepe, “il guardo esclude” e rende meno nitida la distesa infinita che ho davanti, ancora più romantica. 

Nel tempo trascorso lì, in silenzio, dimentico tutte le aspettative e tensioni quotidiane. Così, la meta del viaggio si rivela diversa da quella prefissata: è diventata un dolce perdersi nel paesaggio che avevo sempre ricercato altrove, tra le pagine di un libro o in un quadro, e che invece ho trovato davanti ai miei occhi senza alcun tramite di mezzo, senza alcun filtro.

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Per approfondire: [www.giacomoleopardi.it]

Jale Farrokhnia