Il ragazzo che saltava i tori (in un’Etiopia fuori dal tempo)

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Simone Bardi

ETIOPIA Sono le quattro del pomeriggio, nella savana fa un caldo incredibile e un ragazzo, completamente nudo, sta fissando con occhi spiritati una fila di nove tori disposti davanti a lui.

C’è trambusto tutto intorno, ma lui sembra non accorgersene, è concentrato, ha un obiettivo. Quello che succederà nei prossimi minuti marchierà a fuoco il suo destino, nel bene o nel male. Tutto dipende da lui, dal suo sangue freddo. Nessuno lo aiuterà, ma staranno tutti a guardarlo. Comunque vada tra poco sarà tutto finito e la sua vita sarà felice o dannata per sempre.
 
Ma come siamo arrivati a questo punto?
 
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Le tradizioni locali sono la cosa migliore che un popolo possa mostrare al resto del mondo, il loro lascito, il marchio che li rende unici. Ma quando un popolo è costituito da diverse etnie che vivono ancora con usi e costumi di millenni fa, allora le cose si complicano.
 
È quello che succede in Etiopia meridionale, più precisamente nella Valle dell’Omo, dove a spartirsi la terra sono più di 30 etnie diverse, ognuna alla ricerca della propria dimensione e del proprio spazio, ognuna fiera delle proprie tradizioni, soprattutto di quelle “meno convenzionali”.
Siamo tra gli Hamer, una delle tribù più influenti della Valle e quella a cui stiamo per assistere è la cerimonia del salto del toro, ovvero la prova che ogni giovane ragazzo deve superare per diventare uomo ed essere accettato dalla propria comunità.
Se avrà successo, il ragazzo potrà tornare al villaggio a testa alta e iniziare la sua vita da guerriero. Potrà prendere parte alle decisioni della sua tribù, avere una famiglia e vivere felice insieme ai suoi cari. Ma se fallisce, allora sarà considerato un reietto, preso in giro per tutta la vita, espulso dal suo villaggio e da qualsiasi altro villaggio Hamer di tutta la nazione. Sarà costretto a vagare da solo per il resto della sua vita o ad unirsi ad altri reietti come lui vivendo come un branco di cani sciolti senza regole, senza accesso alle risorse comuni, respinti e scordati dalla propria tribù di origine e dai propri familiari, senza possibilità di redenzione.
 

Già, le tradizioni… gloria o dannazione? Rispetto per la storia o rifiuto del buon senso? 
 
Questa tradizione in particolare, il salto del toro, coinvolge non solo il ragazzo in questione ma anche la sua famiglia e i suoi parenti ed avrà conseguenze psicofisiche devastanti su alcuni di loro, a prescindere dall’esito della prova. Si comincia di mattina, sulla riva del fiume. Il ragazzo deve prepararsi mentalmente, deve farsi coraggio per quello che dovrà affrontare, per la prova della sua vita. E in questo momento tutta la sua famiglia ha il ruolo di sostenerlo dimostrandogli amore e fiducia.
 
Questa è la parte più brutale della cerimonia, la parte che il governo etiope sta cercando da anni di cancellare, ma sembra che gli Hamer non abbiano nessuna intenzione di rinunciarci. Le donne della famiglia, sorelle, cugine, parenti lontane sono chiamate a dimostrare il loro attaccamento al ragazzo e la loro empatia facendosi letteralmente frustare da altri uomini del loro villaggio con dei rami privi di foglie che loro stesse procurano.
 
I “frustatori”, scelti personalmente dal ragazzo tra coloro che hanno già superato la prova (i Maz), sono restii a infierire sulle donne e cercano di evitarlo, ma vengono inseguiti, provocati, insultati pesantemente dagli altri. E tradizione vuole che un uomo non possa far passare provocazioni del genere senza conseguenze. Così dalle parole si passa ai fatti. 
 
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Quante più frustate riceveranno le donne, quanto più forte sarà il loro silenzio dopo ogni frustata, quanto più visibili e sanguinanti saranno le loro cicatrici, tanto più sarà dimostrato l’amore che provano per il ragazzo e tanto più lui si sentirà coraggioso per affrontare la prova finale.
 
Questo spettacolo assurdamente crudo e spietato va avanti per un paio d’ore, mentre il ragazzo si aggira tra di loro con sguardo fisso e quasi perso nel vuoto. Sembra quasi che stia raccogliendo energia da ogni cosa che gli accade intorno cercando di non disperdere nulla.
 
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Dopo una piccola pausa, fortunatamente si passa a qualcosa di più rilassante, a danze propiziatorie per quello che accadrà di lì a poco. Quindi la carovana si sposta e si incammina lentamente verso il luogo designato per il salto del toro. Il ragazzo percorre questi chilometri con un bastone a forma di fallo che verrà baciato poi dalle ragazze della tribù sempre per buon auspicio.
 
Eccoci tornati all’inizio (o per meglio dire alla fine) della storia. Siamo in una radura in mezzo al nulla, dove altri abitanti del villaggio hanno già preparato il campo per la sfida. Nove tori sono messi in fila, uno accanto all’altro. Ogni toro è tenuto fermo con non poca difficoltà da due uomini, uno che lo tiene per le corna, uno per la coda. Il ragazzo è da una parte, nudo, con una tensione addosso che per noi “occidentali” è difficile immaginare. Lo stregone del villaggio, dopo aver purificato i tori con rituale sacro, è accanto a lui e cerca di infondergli il coraggio e la fiducia necessari per compiere l’impresa.
 
Dovrà correre saltando sulle schiene dei tori per tre volte di seguito senza mai cadere, mentre avrà gli occhi di tutto il (suo) mondo puntati addosso. Vabbè dai, sarà mica così difficile? In fondo si è allenato mesi per prepararsi a questo evento. Peccato però che non siamo alle olimpiadi, questa è vita vera e se sbagli non puoi certo riprovarci tra quattro anni. È l’unica possibilità che hai per dimostrare di “essere pronto a diventare uomo” e non ci saranno appelli. Ora ci sei solo tu, la tua paura e nove tori sudati e irrequieti per il gran caldo. Ma come può un ragazzo sopportare tutta questa pressione?
 
Ci siamo, è il momento. Tutto il pubblico si azzittisce. Il ragazzo si prepara, china la testa per raccogliere gli ultimi barlumi di coraggio, prende una breve rincorsa e inizia a correre verso i tori. Pochi passi e spicca il salto che gli permette di essere sopra il primo toro. La folla comincia a urlare per incitarlo. Ma quando il ragazzo mette il piede sulla schiena del quinto toro, questo si innervosisce e fa uno scatto in avanti facendo perdere l’equilibrio al nostro eroe. Il ragazzo cade rovinosamente a terra e il pubblico si ammutolisce di nuovo. Si girano tutti verso il gruppetto dei “giudici”, gli anziani del villaggio. La discussione è veloce e la decisione è unanime: la colpa è di chi non è stato capace di tenere fermo il toro, non del ragazzo. La prova non e’ quindi invalidata, la folla tira un sospiro di sollievo, ma si deve ricominciare da capo. I tori vengono sistemati nuovamente.
 
Questa volta però il ragazzo ha uno sguardo diverso negli occhi. Sembra più sicuro di sé, più convinto delle sue possibilità, più calmo e meno teso. Eccolo che riparte, e ora niente può fermarlo. Prima corsa, salta sulle schiene dei tori con una leggerezza impressionante e arriva dall’altra parte senza nessuna difficoltà. Seconda corsa, ha il sole in faccia ma va spedito con le braccia aperte per mantenere meglio l’equilibrio. Terza ed ultima corsa, il ragazzo ha ormai sconfitto tutte le sue paure, rimane solo la concentrazione per finire l’impresa. Oltre i tori, si intravede la figura del padre che lo aspetta. È l’ultimo sforzo, e viene superato anch’esso con grande maestria. È finita, ce l’ha fatta. La folla urla di gioia. I suoi amici corrono ad abbracciarlo. E finalmente lui si lascia scappare un breve ma significativo sorriso, il primo dall’inizio di questa lunga giornata, il primo della sua nuova vita da uomo.
 
Ovviamente noi non siamo ammessi ai festeggiamenti che si terranno al villaggio per due giorni e due notti ininterrottamente, ma li penseremo e immagineremo danzanti, ubriachi e felici… Un altro uomo è nato e sta per iniziare a vivere la sua vita da adulto.
 
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Simone Bardi