Un thè a Kabul

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Simone Bardi

Ci sono storie che non vengono raccontate perché troppo ordinarie. Ma se ti capita di essere invitato a casa di uno sconosciuto, un afgano, a Kabul, allora questa provi a raccontarla comunque.


KABUL Questa è la storia di un thè sorseggiato un pomeriggio (primaverile) a casa di uno sconosciuto, nella capitale dell’Afghanistan, un tempo città di vita e divertimento per l’intero Medio Oriente ma ormai da quasi due decenni martoriata da guerre interne ed esterne. Come è facile immaginare anche da chi non ci è mai stato, Kabul è molto complicata e richiede una notevole capacità di adattamento e di apertura mentale per poter comprendere tutti quei meccanismi socio-culturali che la tengono in piedi.

Ma, come spesso accade, basta un singolo episodio per farti aprire gli occhi su una realtà molto diversa da quello che hai letto sui libri. Così, durante una missione per conto di una ONG nella capitale afgana, decido di approfondire la conoscenza del posto e di capire un po’ di più quello che mi circonda. Sono in pieno centro, a Flower Street. La strada é affollata, piena di negozi, banchetti, gente indaffarata nelle compere quotidiane e bambini che giocano.

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Passo davanti ad un appartamento al pianterreno di un edificio mezzo diroccato. Fuori dalla porta c’è un signore sulla sessantina, enormi baffoni bianchi, barba incolta ma non troppo lunga. Indossa il classico Salwar Kamiz e l’immancabile pakol.

Appena mi vede le sue mille rughe si distendono in un sorriso inaspettato. Mi saluta nel classico modo afgano che dura circa tre minuti, chiedendo come sta ogni singolo possibile parente vicino e lontano della mia famiglia. Fortunatamente è una delle pochissime cose che conosco in lingua Dari (come salutare e come rispondere ai saluti), così ricambio come meglio posso. A gesti mi invita ad entrare in casa sua, vuole farmi conoscere la sua famiglia, vuole offrirmi una tazza di chai.

In Medio Oriente è così, l’ospitalità è un valore imprescindibile, quasi un vanto. Ho viaggiato abbastanza in paesi simili per intuire che rifiutare l’invito sarebbe stato segno di grande scortesia e maleducazione, così sorrido, ringrazio goffamente ed entro insieme a lui nella sua casa.

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L’appartamento è piccolo e con il soffitto basso. Il soggiorno è cosparso di tappeti, c’è poca luce che filtra da una finestra senza vetro ma chiusa con una tenda. Alle pareti sono appesi molti oggetti, quasi tutti cimeli della vecchia guerra, oltre a qualche vecchia foto.

Mi presenta alla moglie e ai suoi figli che saluto rispettosamente da lontano. Mi fa accomodare al tavolo, al centro della stanza e si siede con me. Appena arriva il thè, inizia una conversazione a dir poco surreale. Racconti, domande, risposte, non ci facciamo mancare niente.

Lui non parla l’inglese, io non parlo il Dari, ma nessuno dei due vede questo come un problema. Comunichiamo con improbabili espressioni del viso, raccontiamo gesticolando con le mani per mimare goffamente azioni e oggetti, ripetiamo i concetti decine di volte finché non abbiamo la certezza che l’altro abbia capito. Ma è tutto così naturale, piacevole e nuovo che le inevitabili incomprensioni non pesano minimamente.

Mi racconta una storia incredibile, fatta di orgoglio, appartenenza, radici e voglia di rinascere. Mi racconta della sua famiglia, di anni difficili, povertà estrema, paura dei bombardamenti, lutti familiari ma anche gioia, matrimoni, nascite e feste che durano per giorni e giorni. Mi racconta della semplicità della loro vita quotidiana, della gente normale che non ha nulla a che fare con la guerra e con gli interessi politici che la circondano.

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Intanto penso che in fondo non sia poi così diverso da quanto ci raccontavano i nostri nonni sulla loro infanzia e sulla guerra che hanno vissuto in prima persona. Per timore di offendere involontariamente l’altro, evitiamo entrambi qualsiasi discussione sulla religione. Mi chiede di raccontargli qualcosa della mia terra, qualcosa che mi abbia reso felice. Prova a farmi capire come si fa il naan e mi chiede se, da buon italiano, so cucinare la pizza.

E quando è il momento di salutarci, ci stringiamo la mano e ci abbracciamo consapevoli che quelle poche ore passate insieme ci hanno arricchito ben oltre qualsiasi nostra aspettativa, ben oltre l’ordinarietà degli episodi raccontati. Perché in fondo condividere la propria storia può essere un modo per sentirsi meno soli, meno dimenticati dal resto del mondo.

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Simone Bardi