Il bambino del Kumbh Mela

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Simone Bardi

INDIA Il Kumbh Mela è il più grande raduno spirituale del mondo, simbolo per l’induismo di tutto ciò che è e che esiste, la celebrazione della conoscenza e della vita, la fonte della bellezza divina.

Kumbh Mela 2013 - Allahabad, IndiaUna leggenda, un vaso (Kumbh) pieno di amrit, nettare dell’immortalità, una battaglia inevitabile tra dei e demoni, un dio che se ne vola via con la brocca, un inseguimento che dura 12 giorni e 12 notti (12 anni umani), quattro gocce del nettare che cadono sopra quattro luoghi sacri: Prayag, Haridwar, Nashik e Ujjain. Quattro città sacre in cui si celebra una festa (Mela), a distanza di 3 anni.

Quindi, ogni 12 anni, a Prayag (Allahabad) – luogo in cui confluiscono tre fiumi sacri: il Gange, lo Yamuna e il mitologico (invisibile) Saraswati – avviene questo evento incredibile, di proporzioni gigantesche.

Un rituale sacro per milioni di Hindu, l’atto di immergersi in quelle acque nei giorni più propizi della nuova luna, di essere assolti da tutti i loro peccati e di finire il ciclo delle rinascite.

Una rara occasione per vedere questa folla oceanica che si muove in perfetta armonia, milioni di persone distribuite in un lembo di terra che si riversa nell’acqua. Tribù sconosciute, etnie nascoste che si mostrano al mondo solo per questo evento e poi svaniscono di nuovo nel nulla per altri 12 anni.

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Ci capita di essere lì, discretamente sulla riva del fiume, con davanti a noi quest’immensa distesa di Sadhu seduti a terra, gambe incrociate che pregano. Saranno un migliaio. Li osserviamo estasiati, facciamo qualche foto senza dare troppo nell’occhio. Nella pace dei loro rituali è facile perdersi, lasciarsi andare e rilassarsi a tal punto da non accorgersi che qualcosa sta accadendo. Il rituale finisce, si alzano tutti di scatto e cominciano a correre in massa verso la loro prossima destinazione, dritto verso di noi. Sembra che tutti gli altri indiani presenti sappiano benissimo cosa fare e come evitarli, noi no.

Kumbh Mela 2013 - Allahabad, India

Ma mentre siamo impegnati a non staccare gli occhi da quel rituale, c’é qualcuno che non ha staccato gli occhi da noi. Un bambino, forse 10 o 12 anni, a qualche metro dalla nostra postazione, affascinato dalla presenza di due stranieri. Si rende conto che siamo nel panico più totale, che verremo travolti da quel marasma di gente, che non siamo in grado di reagire a quella situazione. Si fa largo in mezzo alla folla, trova il modo di raggiungerci, ci guarda, sicuro di sé. Vorrebbe dire qualcosa ma non parla inglese, e allora fa la cosa più naturale del mondo. Ci sorride come per dire “andrà tutto bene”, ci prende per mano e comincia a camminare. Lo seguiamo, la sua testa continua a girarsi, guarda davanti e guarda noi, guarda davanti e guarda noi, assicurandosi che non molliamo la presa delle sue mani.

E nel giro di pochi attimi (che a noi sono sembrati infiniti) ci ritroviamo in un cosiddetto angolo morto, al sicuro, mentre osserviamo ancora sbigottiti le ultime decine di Sadhu che ci passano accanto e corrono via. Il ragazzino non smette di guardarci, sorridente e soddisfatto di essere stato al momento giusto nel posto giusto. Non ha voluto niente, nessuna ricompensa, nessuna mancia, era solo soddisfatto di essersi meritato la nostra riconoscenza, di averci salvato e poterlo magari raccontare ai suoi amici. Alla fine ha accettato una moneta “straniera” da 20 centesimi di euro come prova da esibire a chi avesse dubitato della sua storia.

Non lo abbiamo più visto dopo quell’episodio, ma siamo grati di aver condiviso qualche minuto delle nostre vite con lui. Questo piccolo e prezioso ricordo non ha nulla a che vedere con la spiritualità dell’evento. È “solo” umanità allo stato puro. D’altronde, il Kumbh Mela è anche questo.

Kumbh Mela 2013 - Allahabad, India

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Simone Bardi