Due diaframmi – ultima parte

6 maggio, 2012 0 comments

Ezechiele Lupo | Il giudice sul mulo

Peter era per Diana come un diaframma: lo apriva, lo chiudeva per far passare molta o poca luce attraverso di lui. Decideva lei se Peter dovesse darle un’immagine della cose chiara o scura. Peter aveva impressioni, e Diana sapeva quanta luce serviva a Peter per imprimere l’immagine che lei desiderava. Peter e Diana ottenevano il meglio da se stessi: lui declinava la vita in base all’oggettività di lei; Diana orientava le proprie scelte attraverso le linee con cui Peter delimitava ciò che del mondo era davvero importante sapere, ciò che della realtà era davvero possibile conoscere, ciò che avrebbe condotto indefessamente all’identità delle cose. Diana e Peter erano alternativamente lo specchio e la sua cornice: e lo specchio rifletteva le responsabilità che li univa.

photo by Patric Alfred Haroldo – Firenze (2009)

E il tramonto si mutò in acqua. E il pane era già sulla tavola pronta, ma nessuno si sedeva. Gli amici non arrivavano. La doppia coppia ospite a casa di Peter non accennava a presentarsi. Peter si siede sulla poltrona di fronte alla finestra, riprende la lettura di Quella sera dorata:

‹‹Cosa avete visto?›› aggiunse accennando agli opuscoli.
‹‹Il balletto››.
‹‹Com’era?››
‹‹Bellissimo››.
p. 299

Diana torna in cucina e prepara la macchina fotografica: monta l’obiettivo, stabilisce i tempi di esposizione, guarda fuori dalla porta e scorge lo schienale della poltrona con la testa di Peter che spunta nera sull’arancione che ha invaso la stanza. La pioggia batte sul tetto, mentre le nuvole otturano l’orizzonte.
Peter si accende un’altra sigaretta e continua a leggere. Non ci sono rumori in casa, ma in lontananza forse qualcuno suona male la chitarra. E’ una canzone spagnola, difficile stabilire cosa sia.
Diana entra nella sala e sceglie un cd dalla libreria. Accende l’amplificatore: le lucine si illuminano come prendendo la rincorsa, in progressione, come i controlli di un treno ad alta velocità. Partono le prime note. Peter alza la testa e si volta.
‹‹Che vuoi fare? ballare?›› chiede Diana sorridendo.
‹‹Mah… veramente si potrebbe fare. Ma una canzone e basta››.
‹‹Basterà una canzone. Dai vieni››.
Peter si alza dalla poltrona, spegne la sigaretta e poggia Quella sera dorata col testo aperto e rivolto sul tavolino. Si avvicina a Diana e la prende per la vita, la stringe a sé; lei lo abbraccia e si mette ad oscillare. E oscillano così per un po’. Poi lei si stacca e lo guarda: Peter sorride mentre Diana accenna un pezzettino della canzone, così tra le labbra, senza quasi produrre suoni:

…but I guess I’ve taken quite enough…

Poi gli si getta contro, lo stringe e ridono, ridono un bel po’. Poi Diana si ferma, si fa seria e dice: ‹‹Ok Peter, ora mettiamoci più a destra, ché la luce è migliore››. Peter si sposta, si fa condurre.
‹‹Adesso abbracciami come prima, ma cerca di non coprire il tuo viso con il mio. Ok così. Va bene così, pensa di insegnarmi a ballare, ma cerca di non essere supponente: hai una faccia pessima quando fai il supponente››.
‹‹Ok… va bene così? Sì ma tu togliti quei capelli dalla guancia… ok perfetto››.
‹‹Ok perfetto ci siamo: tre, due, uno…›› Ecco il diaframma che si apre e si chiude, parte il flash che già è arrivato, il rullino scorre e la macchina si ricarica.

* * *

‹‹Sei stato bravissimo, amore mio: sei un fenomeno››. Dice Diana appena riesce ad avere a portata di voce l’orecchio del dott. Falance, che ora siede finalmente al suo fianco al tavolo d’onore riservato ai premiati della serata.
‹‹Dici? Non lo so… forse dovevo essere un po’ simpatico. I discorsi dei premiati di solito sono più ironici. E’ che non riesco mai ad uscire dal mio ruolo: ho fatto anche stasera una piccola lezione in fondo››. Risponde il dott. Falance, appena omaggiato dell’Accademia come miglior medico dell’anno per quanto riguarda la disciplina.
‹‹No, no, sei stato perfetto amore mio. Non hai cercato nemmeno un secondo di catturare l’uditorio: non hai ammiccato. Hai fatto il medico e l’accademico: è giusto così. Un discorso bellissimo. Vedrai, ho scattato centinaia di foto››.
‹‹Dott. Falance, dia retta alla sua bella compagna: è stato il discorso migliore, il suo. Breve, ricco e profondo, oserei dire palingenetico››. Interviene un commensale, un altro medico, collega anziano del dott. Falance.
‹‹Sì, la ringrazio molto: visti questi importanti attestati di stima non posso che rassegnarmi ad accettare l’idea che abbia scritto un bel discorso. Mi rassegnerò››. Gli occupanti del rotondo tavolo accennano una composta ma fieramente convinta risata.
Sorseggiando un prosecco, un altro dei colleghi anziani di Falance stava ribadendo l’apprezzamento per la professionalità del protagonista della serata: ‹‹Caro Falance, lei è troppo insicuro per essere il medico che è: a vederla fare qualsiasi cosa che non sia collegata al suo lavoro, si direbbe che lei è un uomo senza qualità. Invece è il medico migliore che la disciplina abbia mai avuto, e il suo valore lo si ravvisa in ogni momento, in qualsiasi istante lei abbia a che fare con la disciplina: come questa sera››.
I piatti e le portate si susseguono e l’ilarità dei commensali cresce. Diana continua ad accarezzare la mano del dott. Falance e lui non perde occasione per sorriderle o baciarla. Ad un tratto, mentre tocca al sorbetto spezzare la cena tra carne e pesce, il dott. Falance dice a Diana: ‹‹Ah amore, mi stavo per dimenticare di dirti una cosa che è accaduta oggi: indovina chi è passato al mio studio?››
Diana lo guarda curiosa ma totalmente ignara, attendendo che sia lui a parlare, come si fa in questi casi. E infatti Falance spiega: ‹‹Oggi pomeriggio, poco prima che uscissi, la signorina Dalay mi ha chiesto se potevo far passare una persona senza appuntamento: beh sai chi era? Era Peter Dameron… lo scrittore, sì proprio lui››.
Diana fissa il dott. Falance per qualche istante: oltre la testa di Falance, Diana, come in una foto ingrandita migliaia di volte e per questo sgranata, sviluppa il viso, irriconoscibile per tutti ma non per lei, del suo vecchio amico Peter. Peter Dameron, lo scrittore. Per un attimo Diana ripensa alla città e alla casa di Peter, alle fotografie della sua ex, alla rissa in pasticceria, alle passeggiate in centro: alle macchine fotografiche che ha rotto cercando di adattare la propria ottica a quella di Peter.
‹‹E perché è venuto da te? Non sarà malato, vero? Amore mio dimmi che sta bene››.
‹‹Diana, non so se sta bene: abbiamo solo parlato cinque minuti. Non mi ha chiesto esplicitamente un appuntamento, però non so… forse si aspettava che glielo consigliassi. Comunque ti rendi conto? Peter Dameron nel mio studio: uno dei miei scrittori preferiti››.
‹‹Io lo conoscevo bene Peter Dameron››. Dice sorridendo Diana. Il dott. Falance spalanca gli occhi, finisce velocemente di sciogliere in bocca il sorbetto, si passa il tovagliolo sulla bocca e dichiara agitato: ‹‹E non me l’hai mai detto? Ma ho tutti i suoi libri… perché non me l’hai mai detto? Ma quando vi siete conosciuti, da quanto non vi vedete? Devi raccontarmi tutto, amore, tutto››.
‹‹Sì, sì stai calmo – lo tranquillizza Diana carezzandogli la guancia – ti racconterò tutto. Peter…››
‹‹Lo chiami addirittura Peter… ma allora avevate tanta confidenza. Oddio, non ci posso credere: lui è uno dei miei idoli, Diana…›› la interrompe il dott. Falance sbigottito, incuriosito e divertito.
Il dott. Falance vuole sapere tutto della storia di Peter e Diana: di come Peter e Diana si sono trovati e hanno trascorso gli anni migliori della loro vita, seguendo con i polpastrelli i bordi delle loro personalità, acuendo la loro sensibilità e portandoli a definire la loro identità.

Fine

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