Due diaframmi – prima parte

22 aprile, 2012 0 comments

Ezechiele Lupo | Il giudice sul mulo

‹‹Con un cappello a tesa larga, grigia, una bandana a fiori blu sul viso che lasciava scoperti solo gli occhi per vedere, con un paio di guanti rosa, o forse viola, con una maglietta maniche lunghe nera, delle scarpe pesanti e dei calzettoni neri. Una ragazza, una giovane donna, se ne andava in giro così: in bicicletta. Forse affetta da un male alla pelle, comunque una figura triste, impegnata a trascinarsi, presa a sopravvivere. Il male. Il male ti definisce, ti forma. Ti identifica. Forse non vogliamo tutti questo? Non vogliamo saperci descrivere, saperci nominare, darci una fisionomia? Passiamo anni a chiederci cosa “possiamo essere”. I peggiori tra di noi si chiedono cosa “vogliamo essere”: sono quelli che credono che con la volontà si delimiti la coscienza di sé. E’ superfluo dire che non possiamo voler essere: semplicemente siamo. E anche l’opzione, il nodo del “poter essere” è oscuro. Le potenzialità sono un campo assai sconosciuto. Il male è facile. Chiunque conosca il male risponderà alla domanda, interna o esterna, “chi sei?” con il nome della propria malattia. E’ molto, troppo facile definirsi nel male: è liberatorio. Dal male tutto discende, tutto di declina; i gusti, le attitudini si cristallizzano, si diventa, anzi si è, subito quella cosa lì, quella persona lì. Io ho fatto molto per evitare questo: la disciplina che oggi, davanti a voi, sono onorato di rappresentare, ha questa missione come faro che illumina la nostra condotta. Diceva il grande prof. R******, padre della disciplina, che tutti voi conoscete: “L’uomo è disperso nell’identità. La malattia è la bussola più chiara: ma l’ago punta ad un nord avvelenato”. Ecco, questa sera, ritirando il premio che l’Accademia mi ha riconosciuto, dico a voi, stimati ed illustri colleghi: il dovere di noi medici della disciplina è impedire che il male si sostituisca all’uomo, impedire un’identificazione tanto malvagia. Vi ringrazio tutti e spero che possiate passare una splendida serata. Grazie ancora››.

* * *

Quella sera dorata, in quella sera dorata al quarto piano di un piccolo palazzo del centro città, era rivolto aperto con le pagine all’ingiù su un vecchio tavolino di legno, perché il segno non si perdesse. Quella sera dorata la luce dorata filtrava dalla tenda bianca a soffietto, mentre fuori il tramonto volgeva alla sera. Quella sera dorata divideva il tavolino con un portacenere di vetro rosso e blu e qualche cicca spenta e una sigaretta fumante. Peter si avvicina, arriva dalla cucina, e prende tra le dita fini la sigaretta: una boccata mentre guarda la copertina del libro. Lo prende, lo volta e legge:

‹‹Lei non mi ama›› disse Omar.
‹‹Come fai a saperlo?››
‹‹Me l’ha detto››.
‹‹Forse si sbagliava. Spesso la gente si sbaglia su queste cose››. Tacque un momento. ‹‹Esclusi i presenti, naturalmente. Io non mi sbagliavo, io ti amavo, lo sai››.
p. 282

Peter posa Quella sera dorata dove l’ha trovato e dice a bassa voce: ‹‹Sei un grande scrittore Peter…››
‹‹Parli a te stesso?›› E’ Diana che parla: è uscita dalla cucina con una tovaglia sotto il braccio.
‹‹No: parlavo di Peter Cameron, autore di Quella sera dorata, il libro che sto leggendo››.
‹‹Sembra un caso di omonimia››.
‹‹Così sembra…››
‹‹Di cosa parla?››
‹‹Beh vediamo… c’è uno studente che vuole scrivere come tesi finale del suo dottorato, la biografia di uno scrittore morto: decide così di partire e far visita ai familiari per convincerli a concedergli l’autorizzazione. Lì incontra la vedova dello scrittore e la sua bizzarra famiglia… beh poi succedono varie cose››.
‹‹Roba di storie d’amore, di passioni che si interrompono e riprendono, di indecisioni sentimentali e crisi morali. Il protagonista dev’essere un tonto…››
‹‹Un tonto interrotto: una specie di fallito. Un imbelle…››
‹‹Che però avrà il suo scatto, imprimerà la variazione giusta al momento adatto…››
‹‹E’ soprattutto un romanzo di conversazione, sai, tutto qui››.
‹‹Capisco. Me lo presterai spero››.
‹‹Certo che te lo presterò: mi manca poco››.
‹‹Come hai detto che si chiama? Una sera…››
‹‹No, no: Quella sera dorata››.
‹‹Quella sera dorata››.
‹‹Sì››.

(continua…)

photo by Patric Alfred Haroldo – Zürich (2009)

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