Ogni anno, ogni mese, ogni giorno – Stelle

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Ezechiele Lupo | Il Giudice Sul Mulo

Ho lavorato per pochi mesi al planetario dei giardini di via Palestro, che da qualche anno sono stati dedicati ad Indro Montanelli, del quale c’è un criticatissimo monumento all’interno di questi giardini. Mi offrirono questo lavoro il 4 settembre 2003. Ero tornato da pochi giorni da una vacanza nelle Cicladi, che non mi ero affatto goduto: zaino in spalla, io ed altri neoamici visitammo Paros, Koufonissi, Folegandros e Santorini. Malgrado mi fossero stati assicurati sempre un letto ed un tetto robusto, finimmo per ben due volte a dormire in campeggio. Il campeggio di Koufonissi era poi specialmente scalcagnato: senza un’ombreggiatura adeguata (anzi: senza alcuna ombreggiatura), senza acqua calda né porte nei bagni. Solo un bagno poteva vantare una porta, ed era sempre il più ambito per i momenti particolari. Ma c’era una cosa che valeva il tanto disagio: il cielo di notte. Nel buio del campeggio, a pochi passi dal mare più che trasparente, se alzavi gli occhi avresti potuto vedere tutti gli astri della volta celeste, e forse qualcosa in più.

Il cielo era nero con puntini di luce, o era fatto di luce con puntini bui? Questa era una buona domanda a Koufonissi. Nella pausa pranzo al planetario a volte pensavo a quel cielo d’agosto, su quell’isola greca. Io credo nell’isolamento, credo nell’individuo che da solo trova la propria realizzazione, che da solo comprende i propri comportamenti; ma non credo nella solitudine degli asociali, e, tuttavia, non credo nei gruppi.

Spesso, con un toast in mano, guardavo la vita dei giardini a mezzogiorno: con il sole era peggio. Mi piacciono quei giardini con la luce biancastra della Milano di inizio novembre, con gli anziani alti alti con il paltò lungo, il borsalino e il giornale sotto braccio, mentre passeggiano tra i filari di alberi, verso l’interno del parco, verso Palazzo Dugnani, la fontana e panchine tutt’intorno: da dietro sembrano tanto Indro Montanelli. Otto ore al planetario non erano faticose; oserei persino dire che fossero piacevoli: arrivavo sempre puntuale alle nove, dopo aver percorso tutto corso Venezia con i primi rigori dell’inverno precoce che mi sferzavano, ma con rispetto, il volto. Parcheggiavo la bici, dopo essere passato di fronte al Museo di Storia Naturale, nelle rastrelliere fuori dal planetario. A volte prendevo un caffè alla macchinetta, talvolta addirittura andavo in un bar a prendere un cappuccino e una brioche. Fino alle dieci non c’era mai nulla da fare. Poi il planetario si animava. Eravamo sempre in tre, quattro persone a far andare il grande proiettore e tutti i meccanismi che servivano a far apparire le stelle ed i pianeti, ma anche gli assi di rotazione, i meridiani, i paralleli, a far sorgere il sole, a farlo tramontare, ad osare un eclissi lunare, una solare, un’aurora boreale ad ottobre, in via Palestro, a Milano.

Ovviamente non ero io al comando del proiettore: quello è un lavoro di grande responsabilità, devi sapere bene cosa toccare, quali leve abbassare al momento giusto, per creare un effetto particolare, una messa a fuoco chiara. Io stavo su: “in regia” con un’altra persona, pronti ad intervenire per accendere e spegnere la luce principale, o a venire in soccorso qualora il proiettore non avesse risposto adeguatamente: quest’ultima opzione, per fortuna, non capitò mai. Le scolaresche, i bambini di quarta elementare erano i più interessati, arrivavano ad ogni ora, ma soprattutto la mattina. La guida, che poi spiegava le cose che venivano proiettate sulla volta della cupola, faceva anche da guardarobiera: i soldi del comune erano pochi e così ci si doveva arrangiare. Io guardavo le loro teste per aria, mentre apparivano e scomparivano le costellazioni e i pianeti, mentre la via Lattea illuminava metà della volta. Era molto rilassante seguire le evoluzioni di quei puntini di luce, ed anche osservare con che maestria il manovratore inclinava di pochi gradi l’immenso proiettore, per ruotare l’asse di tutto il pianeta Terra. Com’era rilassante il barcollio di quel silenzioso, immenso proiettore.

A gennaio 2004 il mio contratto con il comune di Milano scadeva e non mi fu mai rinnovato. L’ultimo giorno il manovratore mi disse: “Purtroppo non possiamo tenerti: il proiettore è vecchio, comincia a perdere colpi, e non ci sarebbero soldi nemmeno per conservare lui. Ah… non sai quanto mi piacerebbe avere a disposizione tutte quelle nuove tecnologie digitali, da integrare al vecchio proiettore: sarebbe una cosa bellissima. Vedi: oggi, io posso mostrare le stelle del cielo; ma con quelle nuove e costose tecnologie potrei proiettare, su questa volta dei giardini di via Palestro, tutte le galassie dell’infinito Universo.”

Costellazione Perseo
(fonte foto qui)