Marky Ramone: il Punk è sempre giovane

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Lorenzo Colzi / foto di Simone Tofani

É la prima volta. Come tutte le prime volte non ho idea di quello che succederà, ma è eccitante e in un certo senso si conclude davvero troppo in fretta. Sono davanti all’Hard Rock Cafe di Firenze, fa un freddo cane e sto per andare ad intervistare Mr. Marky Ramone. C’è un problema però. É la prima volta che ottengo un accredito da “giornalista” (mai le virgolette furono sittanto d’obbligo) e parlare in inglese, in pubblico, mi farà sentire come un bambino che inciampa davanti ai suoi compagni. Figure a parte, location eccellente e atmosfera ultra professionale mi accolgono come se fossi davvero qualcuno che ha idea di quello che sta per succedere.

Ci fanno entrare tutti dopo che Mr. Ramone ha finito il soundcheck e ci sediamo nella sala dell’Hard Rock: una manciata di impavidi scrittori rock attorno a me ed ecco che la sua assistente personale annuncia l’arrivo di Sua Maestà il Batterista PunkRockpereccellenza. Jeans neri, scarpe nere, maglia nera, capelli neri che sembrano presi in prestito dalla Playmobil e una spiccata somiglianza con il mio defunto zio Dante.

Sono senza parole ma sarò comunque costretto a sfoderare il mio inglese oxfordiano. Lui è disponbilissimo, la sua assistente un po’ meno. Tanto che c’è chi si chiede se la Star sia lei o Marky; risponde a tutti cordialmente, parla del suo stile di drumming paragonandosi a Ringo Starr e spiega il significato della parola ‘Punk’ e la sua contingente attualità. Risponde bene, nell’unico modo possibile: “Certo che il Punk è ancora attuale! Finchè ci sarà un adolescente con una chitarra in braccio sarà attuale!”. Probabilmente sarebbe rimasto a parlare per ore ma quella Star della sua assistente ce lo porta via troppo in fretta proprio mentre stavo per fare la mia domanda; ero carico, pronto, avevo tutta la Gran Bretagna dalla mia parte e la verve linguistica necessaria. Ma il fato non è stato dalla mia parte, mentre sto per aprire bocca vedo il nostro Marky che si alza e se ne va. Rimango lì come un ragazzino appena scaricato e mi consolo nel mega cheeseburger piccante che costa quanto un chilo di caviale.“One, two, three, four (beers)”. Inizia il concerto.

I don’t wanna grow up suonata dall’ultimo superstite dei Ramones. Venti minuti ed è tutto finito. Alla fine della serata ho una sola certezza: anch’io non voglio crescere, proprio come ha fatto Marky!