7 July 2005 (en-it)

7 luglio, 2011 4 comments

The Independent - Saturday 9 July 2005

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LONDON. Jacqui tells the terror. The fear and the risk of dying. That day, as always, Jacqueline Putnam*, 60, took the underground to go to work. In the carriage next to her, a bomb. Six years later, she still remembers the details of that hell. With a cinematographic precision. And with an extreme delicacy, in her voice and words.


«On the morning of Thursday July 7th  2005 the Circle Line platform at King’s Cross wasn’t as crowded as usual. I was heading for Paddington. My train was a few minutes away so there was plenty of time.
There are always people on the underground who behave oddly. This time it was a young autistic lad holding a large bag. I remember his eyes: large, brown, intense. He seemed on edge and made me uneasy, so I decided to walk on down the platform. I never discovered the young man’s name but, because he made me uncomfortable, I did not die that day.
At Edgware Road the train pulled out of the station and accelerated. There was a yellow flash and a sound like a firework. The windows imploded and the air was filled with tiny shards of glass. They shot through the air as if fired from a gun. The engineers’ access panels in the floor blew upwards, leaving gaping holes exposing moving machinery. An invisible force at the back of my head and left shoulder pushed me forward in my seat with such pressure that it shattered a tooth and briefly knocked unconscious a girl sitting several seats away. Concussed, I found myself in the aircraft crash position. I buried my face in my newspaper against the glass that cut into my scalp and shot down my back inside my clothes.
The train rolled to a stop and there was silence. Soot and smoke filled the carriage making it impossible to breathe. It might be easier if I got on the floor, but a pit of machinery had opened up at my feet and I couldn’t see to avoid it. I looked for something to hold over my mouth to use as a filter but my clothes were covered in thick grime. My mouth and nostrils were full of it. The driver’s intercom was working, and he said something about a power surge. Everything sounded muffled. Someone was trying to open the connecting door to the driver’s cab, but there was debris in the way. The screams coming from the next carriage drove me from my seat. I found a pole and clutched it, rested my head against it and concentrated on the breathing problem, which was urgent. A voice in my ear said ‘Are you alright?’ I opened my eyes but couldn’t see anyone in the thick dark. ‘I’m so scared.’ His outline became visible. He was tall, wearing an expensive suit. Through the smoke I saw blood streaming down his face and into his shirt. ‘You’re injured,’ I said. I couldn’t think. ‘It’s nothing. A scalp wound.’
The screams had stopped. Somehow, that was worse. We could now see to the end of the carriage but the smoke was so thick on the other side of the door it looked impassable. They got the connecting door into the driver’s compartment open. The tension eased slightly. If fire was coming towards us, there was a way out. They opened the emergency exit door that led directly onto the tracks. The driver called that we were to make our way back along the tunnel, down the side of the train. I glanced around the carriage to see if anyone was likely to be left and saw others doing the same. Hands directed me forward. Someone supported my elbow and I focussed on the driver’s face as he reached out to help me down the steps onto the track. They must know that something has happened. Someone will come. We moved on and came to a halt. Now we were alongside the second carriage. The doors had blown clear and inside the carriage it was all black, twisted metal. And worse. There was no mistaking it. A bomb.
A man put his arms around me and held tight. ‘Don’t look, don’t look. It’s alright, it’s alright. Don’t look.’ I cried into his bloody clothes. We stumbled forward again. Don’t look into the train where the unspeakable lays. Don’t look under it at the unidentifiable. We stumbled on past the rest of the train and into daylight, up the stairs and into the station entrance where my legs folded. I sank down against the wall. We were moved to Marks and Spencer where I saw the young autistic lad had survived and then, because of an unattended briefcase, on to the Hotel Metropole. The triage nurse escorted me to a police riot van (‘You’re going to hospital’).
And now, like the other survivors, there is a group of people who are always in my thoughts and accompany me through my days. I never knew them before, and will never get to meet them, but their names are on the memorial plaques at Edgware Road, King’s Cross, Aldgate and Tavistock Square.
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LONDRA. Jacqui racconta il terrore. La paura e il rischio di morire. Anche quel giorno, come sempre, Jacqueline Putnam* (60 anni) prese la metro per andare a lavoro. Nel vagone accanto al suo, una bomba. Sono passati sei anni e di quell’inferno ricorda ancora i dettagli. Lo fa con precisione cinematografica. E con estrema delicatezza, nella voce e nelle parole.


«Il mattino di giovedì 7 luglio 2005, la piattaforma della Circle Line a King’s Cross non era così affollata come al solito. Io stavo andando a Paddington. Il mio treno sarebbe arrivato tra qualche minuto.

In metropolitana ci sono sempre delle persone che si comportano in modo strano. Questa volta c’era un ragazzetto autistico con una borsa enorme. Ricordo i suoi occhi: grandi, marroni, intensi. Sembrava che stesse per avere una crisi di nervi, così camminai verso la fine della piattaforma. Non ho mai scoperto il nome di quella persona ma, proprio perché mi fece allontanare, io quel giorno non sono morta. A Edgware Road il treno uscì dalla stazione e accelerò. Ci fu improvvisamente un bagliore giallo e un suono come quello di un fuoco artificiale. Le finestre implosero e l’aria si riempì di minuscole schegge di vetro, sparate in aria come da una pistola. Dai pannelli d’accesso a terra soffiava dell’aria verso l’alto, lasciando spalancate fessure sulla macchina motrice. Da dietro, una forza invisibile mi spinse avanti con una pressione tale da farmi rompere un dente e far svenire una ragazza seduta diversi posti più là. Frastornata, avvolsi il viso nel mio giornale per proteggerlo dal vetro che mi stava tagliando la testa e graffiando la schiena dentro ai vestiti.

Il treno si fermò e ci fu silenzio. Fuliggine e fumo riempirono subito la carrozza. Era impossibile respirare. Forse sarebbe stato meglio stendersi sul pavimento, ma ai miei piedi si era aperto un buco e non riuscivo a vedere come evitarlo. Cercai qualcosa per coprire la bocca e usare come filtro ma i miei vestiti erano completamente sporchi. Avevo del sudicio su tutto il viso e nelle narici. Il microfono del conducente funzionava male; lui disse qualcosa su uno sbalzo di energia. Qualcuno provava ad aprire la porta connessa alla cabina dei comandi, ma c’era d’intralcio un rottame. Gli urli provenienti dalla carrozza accanto mi fecero muovere dal mio posto. Trovai un palo e lo strinsi, ci appoggiai la testa e mi concentrai sul problema respiratorio che dovevo risolvere. Una voce mi disse all’orecchio “Stai bene?”. Aprii gli occhi ma non vedevo nessuno in quel buio. “Sono così spaventata.” Il suo profilo divenne poi visibile. Era alto, indossava un completo costoso. Attraverso il fumo vidi del sangue sul suo viso e la camicia. “Sei ferito” dissi. Non riuscivo a pensare. “Non è niente. Una ferita alla testa.”

Le urla erano finite. Ma ciò mi sembrò ancora più grave. Adesso potevamo vedere sino alla fine della carrozza. Il fumo era però così denso dall’altra parte della porta che sembrava invalicabile. Riuscirono ad aprire la porta connessa alla cabina del conducente. La tensione si era leggermente attenuata. Se il fuoco stava venendo verso di noi, c’era una via di fuga. Aprirono la porta dell’uscita di emergenza che dava direttamente sui binari. Il conducente gridava che dovevamo tornare in dietro per la galleria, giù dalla parte del treno. Detti uno sguardo intorno per vedere se nella carrozza fosse rimasto nessuno e vidi altri fare la stessa cosa. Alcune mani mi diressero avanti. Qualcuno mi teneva per il gomito. Io mi fissai sul volto del conducente che aveva allungato il braccio per aiutarmi a scendere i gradini sul binario. Devono sapere cosa è successo, pensai. Arriverà qualcuno. Continuammo a muoverci, poi ci arrestammo di fianco alla seconda carrozza. Le porte erano chiaramente saltate in aria. Dentro al vagone, il metallo era tutto nero e deforme. Per il resto, non ci sono parole. Non c’era modo di sbagliare. Una bomba.
Un uomo mi mise le sue braccia attorno e mi tenne stretta. “Non guardare, non guardare. Coraggio, non guardare.” Io piansi sui suoi vestiti bagnati di sangue. Inciampammo avanti. Non dovevo guardare dentro al treno. Dove nulla era identificabile. Dove si trovava l’indicibile. Inciampammo per il resto del percorso fino alla luce del giorno e su per le scale e infine all’entrata della stazione, dove le mie gambe si piegarono. Mi lasciai cadere contro il muro. Ci fecero andare al centro commerciale Marks e Spencer; lì vidi che il ragazzetto autistico era sopravvissuto. Poi, a causa di una valigetta lasciata incustodita, ci spostammo all’Hotel Metropole. L’infermiere mi scortò fino al furgone della polizia dicendomi che sarei andata in ospedale.
E adesso, insieme agli altri superstiti, c’è un gruppo di persone che sono sempre nei miei pensieri. Tutti i giorni. Persone che non ho mai conosciuto e mai incontrerò, ma i loro nomi sono sulle placche memoriali a Edgware Road, King’s Cross, Aldgate e Tavistock Square

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TIME Magazine - the best photos of the year 2005

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*CCT thanks Jacqueline for her personal and precious account. THANK you, Jacqui.

*CCT ringrazia Jacqueline per il suo personale e prezioso racconto. GRAZIE, Jacqui.


by Elena M. Wagner

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